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Referendum: non è una sfiducia, ma un serio avvertimento * di Daniele Trabucco

Il primo dato da cui partire è il più semplice e il più politico insieme. Il referendum confermativo/oppositivo sulla separazione delle magistrature e sull’istituzione dell’Alta Corte disciplinare è stato bocciato, con il No al 53,56% e un’affluenza del 58,93%.

Non si è trattato di una vittoria stretta o geograficamente circoscritta, perché il No ha prevalso in tutte le Regioni tranne Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia e in tutti i capoluoghi di Regione. Già questi numeri suggeriscono che il risultato non può essere letto come la sola rivincita dell’opposizione, né come una protesta confinata a zone tradizionalmente ostili al Governo. È stata una risposta larga, composita, diffusa, capace di attraversare territori e sensibilità diverse. Una parte della responsabilità politica di questa lettura allargata ricade, peraltro, sullo stesso Governo.

Fratelli d’Italia, il partito di maggioranza relativa, ha impostato la campagna come una mobilitazione di tipo elettorale, chiedendo ai propri di andare in cerca di voti quasi come in una corsa per le preferenze. Il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, è scesa direttamente in campo, ha definito il referendum una sfida tra chi vuole cambiare e chi vuole lasciare tutto immobile, ha collegato il voto anche ai temi della sicurezza e dell’immigrazione ed ha attribuito alla riforma un valore quasi decisivo per la capacità del sistema di correggere i propri squilibri.

Ora, quando una consultazione di natura confermativa viene caricata in questo modo (lo sa bene Matteo Renzi), il rischio di trasformarla in una prova politica generale diventa inevitabile. Il referendum non è stato formalmente plebiscitario, però è stato certamente sospinto in quella direzione da una sovraesposizione del vertice dell’Esecutivo. E, tuttavia, sarebbe sbagliato dedurne che il No sia stato soltanto un voto contro Meloni. Secondo l’instant poll YouTrend per Sky TG24, il 69% dei votanti ha dichiarato che sulla scelta ha pesato soprattutto il giudizio nel merito della riforma, mentre solo il 28% ha indicato la volontà di dare un segnale politico.

Persino tra gli elettori del No, nei quali rientra anche una percentuale non secondaria di elettori di centro-destra, prevale la motivazione di merito, al 63%, rispetto a quella più immediatamente politica, al 34%. Ancora più significativo è un altro dato: il 54% degli italiani ritiene che, anche dopo la vittoria del No, Giorgia Meloni debba continuare a guidare il Governo. Qui sta il punto decisivo.

La bocciatura è reale, severa e inequivocabile, però non coincide con una domanda maggioritaria di caduta dell’Esecutivo. Del resto, sul piano giuridico, non esiste alcun automatismo dimissionario. Il referendum in questione è quello previsto dall’art. 138, comma 2, della Costituzione vigente, cioè uno strumento di conferma o di rigetto di una legge costituzionale, non un voto di fiducia sul Governo. La stessa architettura costituzionale, all’art. 94, chiarisce, inoltre, che il voto contrario delle Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni, obbligo che nasce, invece, da una formale revoca della fiducia. A maggior ragione, dunque, l’esito di un referendum confermativo/oppositivo non produce da sé alcun vincolo giuridico alle dimissioni.

Neppure sul piano strettamente politico, oggi, sembrano esserci le condizioni per una crisi, perché la maggioranza parlamentare non è stata sfiduciata e il No ha avuto una composizione troppo ampia e trasversale per essere ridotto a un’investitura alternativa dell’opposizione. Questo, però, non significa che il Governo possa archiviare il voto come un incidente di percorso (da qui le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi). Un segnale c’è ed è un segnale serio. Non dice che il Paese abbia già scelto un’altra maggioranza (si illude, a riguardo, la sinistra), però dice che una parte rilevante dell’elettorato non si lascia più convincere da riforme presentate come risolutive e poi percepite come divisive, identitarie o sbilanciate. Nella misura in cui Palazzo Chigi ha personalizzato il referendum, il No finisce inevitabilmente per riverberarsi anche su altre scelte discutibili dell’Esecutivo: dalla politica estera alla linea energetica, dalle incertezze in materia pensionistica alla gestione dell’immigrazione, fino al modo ambiguo con cui viene vissuto il rapporto con l’Unione europea, talvolta evocata come vincolo oppressivo e talvolta utilizzata come alibi.

Non è una sentenza definitiva, né una sfiducia formale. È qualcosa di forse più utile, e per questo più insidioso, un avvertimento politico. Chi governa farebbe bene a non scambiarlo per rumore di fondo.

Daniele Trabucco

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