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Revoca della cittadinanza onoraria a Mussolini * di Enzo De Biasi

A ottant’anni dalla nascita della Repubblica Antifascista, FdI faccia come ha fatto il Trentino-Alto Adige il 23 aprile 2026

Dopo quattro anni di Governo delle Destre‑Centro la pressione fiscale è al massimo: 43,1%

Memoria condivisa e responsabilità repubblicana. In vista del 2 giugno, chi oggi è al potere deve fare i conti con l’album di famiglia: il Ventennio e la stagione nera degli anni Sessanta e Settanta non possono più essere zone d’ombra

 

Memoria repubblicana, responsabilità politica e un Paese che non può più aspettare

Giorgia Meloni proviene da una tradizione politica le cui radici, ben impresse nel marchio alla base di Fratelli d’Italia, risalgono al Movimento Sociale Italiano, formazione post‑fascista fondata nel 1946 sulle ceneri della Repubblica Sociale. Da quasi quattro anni è Presidente del Consiglio, arrivata a Palazzo Chigi perché più votata alle elezioni del 2022. Tuttavia, giunti nel 2026, colpisce una persistente difficoltà a riconoscere apertamente ciò che la storiografia ha chiarito: che la militanza nel fascismo e nella RSI fu una scelta dalla parte sbagliata della Storia. Giorgio Almirante, nell’intervista del 1979 con Enzo Tortora, non lo disse mai esplicitamente: rivendicò anzi di “non voler tagliare il ponte col passato” e arrivò a definirsi un “estremista moderato”, formula che è un ossimoro perfetto. Tortora, da spirito libero e non da “cortigiano”, contestò nel merito la rappresentazione di un MSI “non violento”, dichiarando di non concordare con quella lettura.

È bene ricordare che negli anni Sessanta e Settanta gruppi dell’estrema destra contigui all’area missina — da Ordine Nuovo ai NAR — furono responsabili di stragi accertate da sentenze definitive, dalla bomba di Piazza della Loggia alla strage della Stazione di Bologna. Un contesto storico che rende ancora più evidente la distanza tra la narrazione di Almirante e la realtà documentata di quella stagione.

A questo quadro si aggiunge un elemento che non può essere eluso: il rapporto irrisolto con il passato da parte dei vertici istituzionali provenienti dall’area post‑missina. Il Presidente del Consiglio, nata nel 1977 e dunque appartenente alla seconda generazione della destra, porta ancora con sé — nelle parole, nei silenzi, nelle omissioni — il peso di un’eredità politica che non è mai stata davvero sciolta.

Lo si è visto chiaramente nel centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti (1924‑2024), commemorato alla Camera dei deputati con il discorso solenne pronunciato da Giorgia Meloni che ha ricordato la brutalità dell’omicidio politico compiuto da squadristi fascisti. Tuttavia, in quella circostanza come in altre nella sua veste di Presidente del Consiglio di tutti gli italiani, la premier non ha esplicitato il nome del mandante politico, Benito Mussolini, la cui responsabilità storica è agli atti della Storia della Patria. Forse, per non apparire troppo sbilanciata verso un eroe socialista vittima del fascismo, a giugno dello stesso anno le Poste Italiane proponente il Ministro Adolfo Urso-FdI emettono un francobollo commemorativo dedicato a Italo Foschi, prefetto in Belluno quando questo territorio per venti mesi dal 1943 al 1945 fu annesso al Terzo Reich.

Una rimozione significativa, soprattutto in un anniversario che avrebbe richiesto un atto di piena verità repubblicana

E a questo si somma la posizione della seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato, classe 1947, caratterizzato da un lungo pedigree politico e professionale che lo ha spesso visto accanto nella difesa legale dei giovani dell’estrema destra negli anni dello stragismo fascista del secolo scorso.

Ma il misto di rivendicazione identitaria, dolore politico e memoria selettiva non può più bastare.

Chi oggi ricopre le più alte cariche della Repubblica dovrebbe “sotterrare l’ascia di guerra” — in senso metaforico — e abbracciare pienamente, senza ambiguità, le regole democratiche sancite dalla Costituzione nata dalla Resistenza e redatta in autonomia da chi (i partigiani) combatté i nazi‑fascisti a fianco delle forze alleate americane, britanniche e sovietiche. Un privilegio che non fu concesso alle altre potenze sconfitte — Germania e Giappone — cui i vincitori imposero costituzioni eterodirette. A noi, invece, fu riconosciuta la maturità di scrivere la nostra Carta.

Ciò che si domanda ai leader di Fratelli d’Italia non è una richiesta di abiura: è una richiesta di coerenza repubblicana. Sulle finalità e composizione del movimento partigiano è il caso tener ben presente ciò che afferma un eccellente storico di pensiero liberale, Aldo Cazzullo “ Ricordare i caduti di entrambe le parti è legittimo. L’importante è aver chiaro che i partigiani sono caduti dalla parte giusta, quella della libertà, democrazia, indipendenza, gli altri sono caduti dalla parte sbagliata…. “ E ancora “ La Resistenza non appartiene a una parte politica. Fu fatta da partigiani di ogni fede, comunisti, socialisti, azionisti, cattolici, liberali, monarchici…. il No detto a Hitler e Mussolini fu detto da: preti, carabinieri, militari e 600 mila soldati internati in Germania

Le istituzioni si servono, non si usano.

Le condotte praticate da vari rappresentanti di Fratelli d’Italia — Augusta Montaruli e Andrea Delmastro, già sottosegretari; Daniela Santanchè e Gennaro Sangiuliano, già ministri; e altri titolari di dicastero finiti sotto inchiesta giudiziaria ma poi assolti dal Tribunale dei Ministri, come Carlo Nordio e Matteo Piantedosi — non hanno certo agito secondo i principi di “Disciplina e Onore”, né hanno dimostrato quel senso dello Stato che dovrebbe guidare chi esercita funzioni pubbliche nell’interesse della comunità nazionale e non della propria parte politica.

La differenza tra memoria neutra e memoria repubblicana emerge con chiarezza nella commemorazione della strage di Bologna. Lo scorso 2 agosto, nel 45° anniversario dell’attentato che uccise 85 persone e ne ferì oltre 200, la Presidente del Consiglio ha parlato di “terrorismo feroce” e di “una delle pagine più buie della storia italiana”. Parole doverose, ma ancora una volta prive di ciò che la giustizia ha già chiarito: la responsabilità politica e operative di militanti di Ordine Nuovo, come stabilito da sentenze definitive della Cassazione.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo ha detto con limpidezza, definendo Bologna “un disegno eversivo contro lo Stato repubblicano”. È questa la differenza tra memoria condivisa e memoria neutra: la prima chiama le cose con il loro nome, la seconda le sfuma fino a renderle innocue.

Non è un caso che proprio in questi mesi si riapra il processo sulla strage di Piazza della Loggia, a Brescia, uno dei capitoli più oscuri della strategia neofascista degli anni Settanta. A quasi cinquant’anni dall’attentato, la giustizia continua a interrogare quella stagione, segno che il passato non è affatto archiviato e che la verità repubblicana non può essere diluita in formule generiche.

Un percorso di pacificazione partendo dai Comuni, la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini concessagli durante il ventennio fascista.

Oltre che convincersi i vertici istituzionali e andando oltre le singole “maturazioni” di coscienza, è necessario farsi tutti parte attiva affinché si arrivi ad una rappresentazione e condivisione di ciò che è successo in Italia e nella prima che nella seconda metà del secolo scorso. Per non cadere in fraintendimenti ed equivoci occorre aver chiaro il significato dei termini qui utilizzati. Pacificazione, significa pace, conciliazione, cioè Il fatto di pacificare, ovvero di mettere pace o riportare una situazione di pace tra due o più parti in lite, in conflitto. Sul punto vale la pena rammentare quanto detto da Gianfranco Fini il 23 aprile in Rai del 2023: “pacificare vuol dire avere una memoria condivisa di quello che è accaduto: tutti coloro che sono caduti per i valori in cui credevano vanno onorati, i criminali no, però occorre anche saper distinguere quale era la parte giusta e quale era la parte sbagliata, questo è il punto ineludibile”

Un segnale importante è arrivato dal Trentino‑Alto Adige, dove il 23 aprile 2026 il Consiglio regionale ha approvato un ordine del giorno che, nelle sue premesse, condanna esplicitamente il fascismo e invita tutti i Comuni del territorio a revocare la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Le premesse sono state votate con una maggioranza risicata, mentre il dispositivo finale — esteso alla condanna di tutti i totalitarismi — è passato all’unanimità. La spaccatura interna di Fratelli d’Italia è un indizio politico serio: mostra che una parte della destra italiana ha iniziato a riconoscere che il “morto” — il fascismo storico e le stragi neofasciste del secolo scorso — non può più agguantare il vivo, cioè la necessità di una democrazia compiuta, sincera, vissuta da tutti gli attori politici cui — per mandato popolare pro tempore — è affidato l’esercizio di pubbliche funzioni.

In vista del 2 giugno, vale la pena richiamare le parole più limpide pronunciate dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nelle ricorrenze della Festa della Repubblica: la democrazia italiana vive solo se si fonda su una memoria condivisa, non su una memoria neutra; su una verità storica riconosciuta, non su una verità negoziata; su una lealtà costituzionale piena, non intermittente. La Repubblica -ha ricordato più volte- non è un dato acquisito per sempre: è un impegno quotidiano, che richiede coerenza, responsabilità e rispetto delle istituzioni.

Il Governo Meloni, saldo ma immobile: Debito +378 miliardi, salari fermi: la stabilità che non migliora la vita degli italiani

A primavera o in autunno 2027 sarà il popolo sovrano a scegliere i nuovi governanti. Ma è già evidente che la stabilità, in realtà l’immobilismo, non ha risolto alcun problema di fondo degli italiani: casa, lavoro, salute, fisco opprimente, sicurezza von politiche migratorie efficaci.

Il Governo delle destre ha fallito tra i tanti, anche l’obiettivo del “blocco navale”. I numeri lo smentiscono: nel 2025 gli sbarchi sono aumentati rispetto al 2024, con +33% nei primi mesi e +136% nel solo gennaio. Il Viminale certifica che al 6 maggio 2025 gli arrivi superano già quelli dello stesso periodo del 2024. Oltre il 93% dei migranti parte dalla Libia, rendendo irrilevanti gli accordi con la Tunisia. È manodopera a basso costo per edilizia, turismo, commercio e servizi, ma senza prospettive di cittadinanza: finito il lavoro stagionale, o se ne vanno o finiscono ai margini, alimentando la micro criminalità.

E mentre il governo agita slogan avulsi dalla realtà, l’Italia vive un esodo silenzioso: nel biennio 2023–2024 sono emigrati 270.000 italiani, in gran parte giovani tra i 18 e i 35 anni. Il saldo dei laureati è drammatico: –58.000. I nostri ragazzi lasciano la Madre Patria come i loro nonni -con il tablet invece delle valigie di cartone- attratti da Paesi europei che offrono salari più alti, carriere più rapide e una qualità della vita che l’Italia non garantisce più.

Chi ha guadagnato davvero dalla “stabilità” sono stati soprattutto banche e fondi d’investimento speculativi che -grazie ai tassi elevati e ai “conti in ordine” – hanno distribuito dividendi record. Tra il 2022 e il 2025 il sistema bancario italiano ha remunerato gli azionisti con oltre 23 miliardi di euro, una cifra che supera i 26 miliardi se si includono i buyback. Nel solo 2024 le cinque principali banche – Intesa, UniCredit, Banco BPM, BPER e MPS- hanno distribuito 16,25 miliardi tra dividendi e riacquisti di azioni. Intesa Sanpaolo, da sola, ha staccato 11,9 miliardi nel triennio; UniCredit oltre 5,5 miliardi, che diventano 10,2 miliardi considerando i buyback.

La “stabilità” ha premiato gli azionisti, non le famiglie: mentre i dividendi crescevano, salari reali e consumi calavano. Il governo ha incassato più tasse sugli utili bancari, ma non ha redistribuito e il PNRR -gestito per due terzi del tempo dall’esecutivo Meloni- non ha generato un moltiplicatore paragonabile a quello dei profitti bancari. Si sa, uno dei principali supporter della maggioranza, oltre a finanziare il partito, tiene anche una banca di famiglia.

Conti pubblici in ordine, economia quasi ferma nonostante i miliardi del PNRR. A peggiorare il quadro ci ha pensato Donald Trump, l’amico della premier, che il 28 febbraio ha attaccato l’Iran provocando la chiusura dello Stretto di Hormuz e la conseguente impennata del prezzo di benzina e gasolio per aerei, camion, auto e trattori. Il paradosso è che il 23 gennaio, poche settimane prima del conflitto nel Golfo Persico, Giorgia Meloni aveva proposto Trump per il Nobel della Pace. Oggi la governante d’Italia raccatta risorse qua e là nel bilancio statale per attenuare l’impatto sugli automobilisti: la promessa elettorale era ben diversa dalla realtà.

E mentre accade tutto questo, cosa preoccupa davvero il “popolo sovrano”, guidato per la prima volta da Fratelli d’Italia e da una premier donna? Lo ha certificato “La Stampa”: l’84% degli italiani è preoccupato dal carrello della spesa. Non è un dettaglio sociologico: è la fotografia di un Paese in cui i salari sono fermi da anni, l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto e la crescita resta tra le più basse dell’Eurozona.

La fotografia va completata con lo stato dell’arte del PNRR, illustrato dalla Corte dei conti nella Relazione di dicembre 2025 con chiarezza impietosa. L’Italia ha ricevuto 191,5 miliardi di euro dalla UE; se si aggiungono le risorse nazionali del Piano complementare e del cofinanziamento interno, il volume complessivo degli investimenti programmati supera i 220 miliardi di euro. Eppure, al 31 agosto 2025 la spesa effettiva era ferma al 44,2% del totale.

I magistrati contabili segnalano inoltre che, dopo le modifiche approvate dalla Commissione, il Piano è stato ridotto a 575 obiettivi complessivi (295 milestone e 280 target). Ma il dato più allarmante è un altro: nel primo semestre 2026 l’Italia dovrà realizzare 159 obiettivi europei, pari al 27,6% dell’intero programma. Una concentrazione di scadenze senza precedenti, che evidenzia le difficoltà dell’attuazione entro le date prescritte, l’ultima è agosto 2026.

Solo due missioni hanno superato la metà del percorso finanziario: la Missione 3 (infrastrutture ferroviarie, 61,5%) e la Missione 1 (digitalizzazione, 57%). Tutte le altre risultano arretrate, con dati che parlano da soli: la Missione 5 (inclusione e coesione) è al 26,7%, mentre la Missione 7 (turismo e cultura) non supera il 5,4%.  Ancora più critico il capitolo RE Power EU, il nuovo capitolo dedicato alla sicurezza energetica e alla transizione verde, fermo a 0,5 miliardi di spesa, pari al 2,2% del totale. La Corte segnala che diverse misure sono state inserite tra quelle “in uscita”, formula elegante per “in meta mai”. Si legge infatti come alcune misure «non hanno avuto una concreta manifestazione finanziaria»: modo garbato per ribadire che l’obiettivo pattuito tra Italia e Unione Europea non è (sarà) raggiunto.

Tradotto: parte delle risorse rischiano di andare perduta: due interrogativi s’impongono.

Il primo riguarda l’impatto economico reale del PNRR. La Corte ha certificato ritardi, opacità e scarsa capacità di spesa. Ma resta aperta una domanda decisiva: quale effetto moltiplicatore ha prodotto il PNRR sull’economia italiana? È noto da anni che i lavori pubblici e logistici -molti dei quali giacevano da tempo nei cassetti ministeriali- hanno un moltiplicatore relativamente basso, intorno a 1–1,5 volte l’investimento. Gli interventi della transizione verde e della sicurezza energetica presentano valori più elevati, tra 1,8 e 2,5 volte la spesa iniziale. Ma i settori con il maggiore ritorno economico e sociale -turismo, cultura- generano effetti moltiplicativi molto più alti, spesso tra 4 e 6 volte l’investimento, come confermato da numerosi studi europei.

Eppure, proprio questi comparti, quelli con il più alto rendimento economico-occupazionale, sono rimasti ai margini della “messa a terra”. Non stupisce quindi che, al netto delle guerre in corso, l’incremento del PIL resti modesto: dallo 0,15% del 2026 allo 0,35% del 2028. Una crescita troppo fievole per parlare di rilancio del sistema Paese. Conclusa la fase di rendicontazione contabile a Bruxelles, sarà compito degli economisti valutare la ricaduta effettive conseguita. Ma già oggi si può dire, senza timore di smentita, che questa eccezionale disponibilità di risorse concesse all’Italia perché tra i Paesi colpita per prima dalla pandemia-COVID-19, con effetti economici e sociali più gravi rispetto al resto dell’Europa- è servita solo a galleggiare piuttosto che recuperare ritardi accumulatesi da anni. Insomma, abbiamo fluttuato senza entrare in recessione; davvero poco per chi guida il secondo governo più longevo della Repubblica, destinato -a settembre prossimo – a diventare il primo per durata.

Secondo interrogativo. Il PNRR è stato approvato dalla Commissione Europea il 13 luglio 2021: da allora sono trascorsi 43 mesi. Di questi, il Governo Conte I° ha interloquito proficuamente con la Commissione UE e scritto la prima versione del PNRR, per gli aspetti operativi circa il 35% è stato gestito dal governo Draghi che lo ha negoziato, ottenuto l’approvazione, avviato l’attuazione e incassato i primi tre pagamenti. Il restante 65% – la parte più lunga e più complessa, quella dell’attuazione, della spesa e della rendicontazione- è stato gestito dall’attuale Governo. E i risultati sono quelli certificati dalla Corte dei conti: spesa ferma al 44%, 159 obiettivi da completare in sei mesi e misure “in uscita” perché non realizzabili nei tempi prefissati ed accettati.

La Presidente del Consiglio, rispondendo in Senato, ha attribuitesi l’aumento della pressione fiscale — oggi al 43,1%, il livello più alto degli ultimi decenni — esclusivamente alle guerre in corso. È un dato reale, ma non esaustivo. Perché la domanda politica resta: chi ha scelto, fino a ieri e senza alcuna autonomia critica, di allineare l’Italia alle decisioni del Presidente degli Stati Uniti, accettandone i costi economici e strategici?

A questo si sommano le responsabilità interne: i ritardi del PNRR, con miliardi non spesi proprio nei settori a più alto moltiplicatore economico‑occupazionale; la decrescita infelice dei salari reali — fermi da oltre trent’anni e ridotti di circa il 7–8% nel potere d’acquisto dal 2021 —; e la previsione che, a fine anno, l’Italia sarà in fondo alla classifica europea per debito pubblico.

E che dire dei “meriti” autoattribuitesi dal Presidente del Consiglio? Una parte consistente dei nuovi contratti a tempo indeterminato riguarda lavoratori a basso salario e trasformazioni di rapporti già esistenti, spesso sopra i cinquant’anni, mentre i giovani laureati continuano a emigrare.  Oppure il ventilato “Piano Casa” da 100 mila abitazioni e 100 miliardi in dieci anni: significa 10 mila alloggi l’anno. Se li si distribuisse solo tra i 1.201 comuni sopra i 10 mila abitanti, vorrebbe dire 8–9 abitazioni l’anno per municipio. Qualcuno informi Giorgia Meloni che la sola città di Milano necessita già oggi di 60 mila case.

Pessima, infine, la scelta di politicizzare l’opzione nucleare. Invece di inserirla in un quadro energetico complessivo — rinnovabili, geotermico, idroelettrico — è stata trasformata in una bandiera identitaria. Eppure, il nucleare porta con sé problemi irrisolti: scorie ancora da smaltire, combustibile da importare, opposizione territoriale diffusa (“not in my yard”). Davvero si immagina di procedere tra tensioni sociali e territori militarizzati?

Il Paese non può essere trattato come un semplice terminale delle scelte altrui.

Ma se questa è la responsabilità del Governo, ce n’è un’altra che pesa sul Campo Largo. L’intervista di Elly Schlein al Corriere lo conferma: l’opposizione continua a discutere di identità, perimetri, leadership. È legittimo. Ma il tempo della politica non coincide con il tempo del Paese. E il Paese non aspetta congressi: aspetta risposte.

La maggioranza è in fibrillazione continua, e se la recessione annunciata dovesse mordere davvero, potrebbe non reggere nemmeno la narrazione dei “conti in ordine”. In quel caso, la conta nelle urne potrebbe arrivare già nella primavera del 2027. Nel frattempo, la fotografia sociale è impietosa: secondo la Banca d’Italia, il 5% delle famiglie detiene circa il 40% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera possiede meno del 10%. Un Paese così polarizzato non può permettersi né improvvisazioni né rinvii.

Per questo il Campo Largo non può più limitarsi a commentare: deve decidere. E decidere subito.   Al 1° settembre devono esserci già un programma e un leader. Non un’intenzione, non un percorso: una scelta.

I Capi di chi ci sta — AVS, Movimento 5 Stelle, Italia Viva, Partito Democratico — vadano in ritiro in una “Casa del Bosco”, senza luce, senza acqua corrente, senza elettricità, senza segnale internet. Spariscano per 48 o 72 ore e ne escano con un programma e un nome per Palazzo Chigi. Oppure, se proprio non è possibile, con una data, un mese, un anno e regole condivise per fare le primarie.

Per l’elettore liberal‑democratico, a questo punto, è indifferente che l’auspicabile futuro Presidente del Consiglio venga scelto attorno a un caminetto — vecchio centralismo democratico o attraverso un percorso partecipato. Conta una sola cosa: che si decida. O si individua un leader, o si stabilisce un iter chiaro per sceglierlo. Chi vorrà correre, correrà.

La Repubblica — lo ricorda Mattarella — non è un’eredità: è un impegno quotidiano. E oggi questo impegno chiede al campo alternativo una prova di maturità: non un’alleanza di necessità, ma una visione; non un collage di sigle, ma una rotta; non un leader “contro”, ma una leadership “per”.  L’Italia non chiede miracoli. Chiede serietà, coraggio, responsabilità.
E un programma che possa essere giudicato dai cittadini, punto per punto, tra cinque anni.
Il resto è rumore. La Casa del Bosco, invece, può essere l’inizio di una scelta.

15 maggio 2026  Enzo De Biasi

Fonti :

Tortora intervista Almirante   Chi erano i Partigiani   Fini Pacificazione non è Parificazione 

T.A.A. Revoca Cittadinanza Onoraria a B. Mussolini  Corte dei conti  e PNRR  Chi ha ricchezza in Italia

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