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Libertà di stampa: l’Italia scivola al 49° posto. Perché siamo l’ultimo vagone dell’Europa Occidentale?

Roma, 22/03/2026 – Non è solo un numero, è un segnale d’allarme che risuona nelle redazioni e nelle istituzioni europee. Secondo l’ultimo rapporto di Reporters Sans Frontières (RSF), l’Italia occupa il 49° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa. Un posizionamento che ci vede declassati rispetto agli anni precedenti (eravamo al 46° nel 2024) e che ci isola dal resto dei grandi partner dell’Europa Occidentale.

Mentre i Paesi del Nord Europa continuano a guidare la classifica con punteggi d’eccellenza, l’Italia fatica a risalire la china. Il confronto con i vicini di casa è impietoso:

  • Norvegia, Estonia e Paesi Bassi presidiano saldamente il podio (1°, 2° e 3° posto).

  • La Germania (11°) e la Francia (25°) mantengono posizioni di alta classifica, nonostante alcune criticità interne.

  • L’Italia (49°) si ritrova invece a ridosso di Paesi come la Romania e sotto nazioni come il Belize o le Seychelles.

Siamo, di fatto, il fanalino di coda dell’Europa Occidentale.

Le cause del declino: non solo mafia, ma bavagli istituzionali

  1. Le “Leggi Bavaglio” e la Riforma della Giustizia: A pesare maggiormente sono i recenti interventi legislativi che limitano la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare. Proprio in questi giorni (marzo 2026), il dibattito sulla riforma della giustizia e il referendum in corso alimentano i timori di un ulteriore indebolimento del diritto di cronaca giudiziaria.

  2. Le querele temerarie (SLAPP): L’Italia detiene un triste primato per le azioni legali pretestuose intentate da politici e figure pubbliche contro i giornalisti, con l’unico scopo di intimidirli e soffocarne le inchieste. La mancata attuazione completa della Direttiva Europea Anti-SLAPP resta un punto critico.

  3. L’indipendenza del Servizio Pubblico: Le recenti missioni di monitoraggio del Media Freedom Rapid Response (MFRR) a Roma hanno sollevato forti dubbi sull’indipendenza editoriale della RAI, denunciando un crescente controllo politico che ne compromette il pluralismo.

  4. Minacce fisiche e criminalità organizzata: Sebbene meno “visibili” rispetto al passato, le intimidazioni mafiose contro i cronisti di periferia restano una realtà drammatica che impedisce il libero esercizio della professione in ampie aree del Paese.

La discesa al 49° posto non è solo un problema di “reputazione” internazionale, ma un colpo diretto al diritto dei cittadini di essere informati. Se il giornalismo d’inchiesta viene frenato da timori legali o restrizioni legislative, la democrazia stessa perde uno dei suoi contrappesi fondamentali.

Le raccomandazioni della Commissione Europea sono chiare: l’Italia deve proteggere le sue fonti, riformare le leggi sulla diffamazione e garantire l’autonomia del servizio pubblico. Senza una netta inversione di rotta, il rischio è che il 49° posto sia solo una tappa di una caduta ancora più profonda.

La piaga italiana delle querele temerarie (o SLAPP, dall’inglese Strategic Lawsuits Against Public Participation), ovvero il cuore del problema che ha fatto sprofondare l’Italia al 49° posto

Non si tratta di semplici dispute legali, ma di una vera e propria strategia di “logoramento” utilizzata per silenziare le voci scomode. Ecco i punti chiave per comprendere la gravità del fenomeno nel 2026.

L’Italia è attualmente considerata la “maglia nera” d’Europa per numero di azioni legali abusive. Secondo i dati della coalizione europea CASE (Coalition Against SLAPPs in Europe) aggiornati a inizio 2026:

  • L’Italia guida la classifica UE per numero di nuovi casi censiti, superando persino la Germania.

  • Oltre il 90% di queste querele nasce e si esaurisce entro i confini nazionali (non sono cioè casi internazionali), il che rende più difficile l’applicazione automatica delle tutele europee.

Il meccanismo della querela temeraria è perverso perché non punta a vincere la causa, ma a distruggere economicamente e psicologicamente chi scrive.

  • Richieste danni esorbitanti: Non è raro vedere citazioni per danni che oscillano tra i 250.000 e i 5 milioni di euro.

  • L’effetto “Chilling” (Gelo): Anche se il giornalista ha ragione, dovrà affrontare anni di spese legali, ansia e pressione. Molti editori, per evitare costi certi, scelgono di non pubblicare inchieste rischiose.

  • Tasso di infondatezza: I dati dell’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione confermano che circa il 90% delle querele per diffamazione in Italia finisce con un proscioglimento. Questo significa che 9 denunce su 10 sono, di fatto, prive di fondamento giuridico.

Se un tempo la minaccia principale era la criminalità organizzata, oggi i dati mostrano un mutamento:

  • Politica e Pubblica Amministrazione: Circa il 39% delle minacce e delle azioni legali proviene da esponenti del mondo politico (nazionale e locale) e da funzionari pubblici.

  • Imprese e potentati economici: Utilizzano la forza del capitale per intimidire piccoli giornali o blogger indipendenti che non hanno le spalle coperte da grandi gruppi editoriali.

Siamo in un momento cruciale. Entro il 7 maggio 2026, l’Italia deve recepire la Direttiva UE 2024/1069 (la cosiddetta “Direttiva anti-SLAPP”). Il dibattito attuale a Roma è acceso:

  • La richiesta delle associazioni: Chiedono che la legge italiana non si limiti ai pochi casi transfrontalieri (come previsto dalla direttiva base), ma che protegga i giornalisti anche nelle cause puramente interne, introducendo sanzioni severe per chi intenta querele infondate e un fondo di assistenza legale per i giornalisti precari.

  • Il rischio: Se il recepimento sarà solo “formale”, la protezione resterà un miraggio per la stragrande maggioranza dei cronisti italiani.

Esempio emblematico: Un caso spesso citato nel 2025/2026 è quello di Sigfrido Ranucci (Report), che è arrivato a collezionare quasi 200 querele. Se un giornalista di punta di una rete nazionale subisce una tale pressione, è facile immaginare quanto sia vulnerabile un collaboratore precario di provincia che guadagna pochi euro a pezzo.

Il metodo SLAPP: la giustizia usata come arma

Le querele temerarie non nascono per accertare una verità, ma per esaurire le risorse del bersaglio. In Italia, questo fenomeno ha raggiunto livelli tali da essere citato ufficialmente come una delle cause principali del nostro 49° posto nella classifica RSF.

Tabella di confronto: Italia – modello europeo (Direttiva 2024/1069)

Mentre l’Italia si prepara al recepimento definitivo entro il 7 maggio 2026, ecco come si confrontano le attuali norme italiane con gli standard richiesti dall’Europa per contrastare l’abuso del diritto.

Strumento di Difesa Situazione in Italia (Attuale) Standard UE (Direttiva Anti-SLAPP)
Archiviazione Rapida Molto rara. I processi durano anni prima di arrivare al proscioglimento. Obbligatoria: Possibilità per il giudice di chiudere il caso subito se palesemente infondato.
Sanzioni per chi querela Simboliche. L’Art. 96 c.p.c. viene applicato raramente e con cifre irrisorie. Dissuasive: Sanzioni pecuniarie pesanti contro chi abusa del sistema giudiziario.
Risarcimento Danni Il giornalista deve iniziare una nuova causa per ottenere i danni (altre spese). Diretto: Risarcimento dei danni (materiali e morali) riconosciuto nello stesso processo.
Onere della Prova Spesso grava sul giornalista dimostrare la verità assoluta di ogni virgola. Inversione: Spetta a chi querela dimostrare che l’azione non è abusiva.
Casi Nazionali Oltre il 90% delle querele sono interne e non godono di tutele speciali. La direttiva copre i casi “transfrontalieri”, ma l’UE spinge per estenderla ai casi interni.

I numeri della vergogna (dati 2024-2026)

Secondo i rapporti della coalizione CASE (Coalition Against SLAPPs in Europe) e di Amnesty International, l’Italia è stabilmente al primo posto in Europa per numero di azioni legali vessatorie censite:

  • 21 casi eclatanti nel 2024, seguiti dalla Germania (20) e poi da Romania e Serbia.

  • Le cifre della paura: Richieste di risarcimento che superano spesso i 250.000€, arrivando in casi recenti fino a 5 milioni di euro (come nel caso della querela del Ministero del Turismo contro L’Espresso).

  • L’esercito dei precari: Se i grandi giornali hanno uffici legali, il 70% dei giornalisti italiani è freelance o precario. Per loro, una querela da 50.000€ significa la fine della carriera, indipendentemente dall’aver scritto il vero.

Il dibattito politico attuale (marzo 2026) vede l’Italia a un bivio. La Legge di Delegazione Europea è stata approvata, ma c’è il rischio che il Governo recepisca la direttiva limitandola solo ai casi “transfrontalieri” (es. un’azienda estera che querela un giornale italiano).

Il paradosso: Se così fosse, oltre il 90% dei giornalisti italiani rimarrebbe senza protezione, poiché le querele arrivano quasi sempre da politici o imprenditori locali.

Gli altri Stati

  • Francia e Germania: Stanno lavorando a riforme che integrano la protezione anti-SLAPP direttamente nel codice di procedura civile, prevedendo multe che possono arrivare a una percentuale del fatturato per le aziende che usano le querele come censura.

  • Paesi Bassi: Hanno già protocolli che permettono ai giudici di rigettare in tempi record le cause “manifestamente infondate”.

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