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Referendum del 22 e 23 marzo: una riforma inutile e dannosa. Ecco i motivi per votare NO

Belluno, 3 marzo 2026 – La Legge Meloni-Nordio altro non è che l’esecuzione del vecchio programma della Loggia massonica deviata della P2 di Licio Gelli: mettere la magistratura sotto controllo della politica.

Questo, in estrema sintesi, l’inquietante conclusione del dibattito che si è tenuto ieri sera a Palazzo Crepadona di Belluno dal titolo “Una riforma che non fa giustizia” promosso da varie sigle tra cui Cgil Belluno, Sunia, Acli, Libera, Anpi, Federconsumatori, Rete degli Studenti Medi e Articolo 21.

Sotto accusa, dinanzi alla sala al completo, la la cosiddetta separazione delle carriere. Secondo i promotori del fronte del NO, la riforma non risponde alle vere emergenze del sistema giudiziario italiano. Nel mirino c’è innanzitutto l’inefficienza del servizio. Il testo di legge non prevede misure per ridurre i tempi dei processi, né investimenti per l’assunzione di personale o la regolarizzazione dei precari. Il Referendum costituzionale volto a dare il via libera alla legge Meloni-Nordio per il quale siamo chiamati alle urne il 22 e 23 marzo, insomma, non darà alcuna risposta a questi problemi, ma sarà uno stravolgimento della Carta Costituzionale che inciderà pesantemente sull’indipendenza della magistratura.

Dopo l’introduzione del moderatore Giuseppe Pozzana, coordinatore de “La Via Maestra”, sono intervenuti i relatori, provenienti dal mondo accademico, della magistratura e dell’avvocatura che hanno analizzato la questione secondo le varie angolazioni. Ha aperto gli interventi Benedetta Tobagi, scrittrice e giornalista, da sempre attenta ai temi della memoria e dell’impegno civile. Quindi Marcello Daniele, professore di diritto processuale penale all’Università di Padova. Giorgio Falcone, magistrato del Tribunale di Vicenza. Infine gli avvocati bellunesi Francesco Rasera Berna e Livio Viel.

Non è una vera riforma della Giustizia, è stato sottolineato, perché la separazione delle carriere tra Pubblici Ministeri e giudici è già di fatto operativa per effetto della riforma Cartabia del 2022, che ha ridotto a meno dell’1% i passaggi di funzione tra le due categorie. Il cuore dello scontro politico riguarda però l’equilibrio tra i poteri dello Stato. L’accusa mossa al governo è quella di voler sottoporre la magistratura al condizionamento dell’esecutivo, indebolendo i pesi e contrappesi democratici. I comitati referendari sostengono che la legge Meloni-Nordio — insieme al progetto dell’Autonomia differenziata e al Premierato — faccia parte di un disegno più ampio volto a modificare radicalmente il volto della Repubblica. Il timore espresso è quello di una giustizia “dura con i deboli e indulgente con i potenti”, dove l’autonomia del giudice non sarebbe un privilegio di casta, ma l’unica garanzia di uguaglianza per tutti i cittadini.

 

 

 

 

 

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