
Veneto 2018-2025: da vagone di testa a tandem scassato. Il fallimento del negoziato.
Fatture e liti: la Regione salvi i Giudici di Pace. La giustizia di prossimità è un diritto, non un miraggio.
La legge nr. 86/2024, rinominata dai cronisti parlamentari “la Calderoli” e qui chiamata “bidone tossico-nocivo” (zeppo di procedure e no money) è stata resa più potabile dopo la sentenza della Corte costituzionale del novembre 2024. Ciononostante, rimane una norma-bidone che non poteva che produrre una bidonata: la pre-intesa del 18 novembre a firma autografa di due eccellenze della politica regionale e nazionale: Luca Zaia e Roberto Calderoli. In ogni caso, il documento è parte integrante della trentennale propaganda leghista, da ultimo titolata Autonomia Differenziata, manifesto di pubblicità ingannevole.
Un concessionario d’auto ha in vendita due veicoli con potenza/allestimento/prezzo simili, non identici. Il potenziale acquirente prima di scegliere l’opzione più valida analizza in profondità vantaggi/svantaggi e qualità/prezzo. Quando la stessa persona, in qualità di cittadino di una comunità regionale, il Veneto esemplificando, ha da scegliere chi lo rappresenterà, non fa l’esame comparativo come per l’auto. Il candidato non è valutato, in genere, né per il programma presentato, né per i risultati riscontrati rispetto alle promesse fatte cinque anni prima. Il civis moderno vota usando criteri poco oggettivi tipo: sentito dire, apparizioni in tv e nei social media, simpatia/antipatia oppure se è di destra o di sinistra. Eppure, affida al prescelto una parte importante del suo ben stare/male stare del suo prossimo immediato futuro. Un filosofo-economista vissuto nell’800 affermava “La religione è l’oppio dei popoli”, opinione opinabile ma veritiera. Oggi potremmo dire con qualche grammo di verità che ” L’informazione manipolativa e la comunicazione adulterata, sono l’oppio somministrato al popolo sovrano ”, ingredienti sempre presenti per catturare il voto degli aventi titolo, specie se costoro non approfondiscono “il tema” come capita sovente.
Firma senza logo: se Fratelli d’Italia nega la carta intestata a Zaia e Calderoli
A futura memoria e per chi vorrà ricordare, sono qui considerati l’accordo Calderoli-Zaia del 2025 e quello Bressa-Zaia del 2018, precisando – da subito – che il secondo è un treno già transitato in cui il già Presidente del Veneto non ha voluto salirvi. Il documento siglato a novembre scorso, mese della ricorrenza dei defunti, potrà essere migliorato dal Consiglio Regionale se lo vorrà. Se nulla accadrà, la pratica sarà materiale agli atti dell’archivio digitale del Dipartimento Affari Regionali-Presidenza Consiglio dei ministri consultabile dagli studiosi.
Una prima annotazione. Il preliminare 2018 risulta redatto sul modello PCM-198 riportato in ogni pagina, viceversa quello datato 2025 non utilizza il format ufficiale. In quest’ultimo solo nella prima pagina appaiono i due loghi dei due soggetti pubblici contraenti: Presidenza del Consiglio e singola Regione interessata, poi seguono prive di intestazione. Presumibilmente, la fretta elettorale ha spinto a firmare davanti alle TV locali poco prima del 23 novembre, pur in assenza del modello ufficiale. Diligentemente ha provveduto lo staff che assiste le autorità pubbliche, impacchettando il tutto con ciò che aveva sottomano. Quanto accaduto è una quisquilia formale, epperò la pre-intesa del 2018 non solo sembrava ma anche era un atto organico della Presidenza del Consiglio dei ministri. Nel 2025, già la forma è un collage frettoloso. In diplomazia istituzionale, quando un atto è “pesante”, ogni pagina reca i simboli dell’autorità decidente per la successiva attuazione. Probabilmente, firmare a Venezia il 18 novembre, senza un documento graficamente ineccepibile, certifica che serviva la foto della firma più che il contenuto della stessa. In realtà si è venduta l’illusione del traguardo raggiunto a chi doveva andare ai seggi.
Un’interpretazione più maliziosa, rispetto alla casuale assenza della “carta intestata” può essere la seguente. Fratelli d’Italia concede a Zaia e Calderoli la “passerella” di Venezia, ma non mette il sigillo della Presidenza per non irritare l’elettorato del Sud (le due altre regioni al voto nello stesso week end, Campania e Puglia), anche per ribadire che, alla fin fine, il comando resta centralizzato. Un’ulteriore osservazione. Il tour ministeriale, oltre a Venezia, ha visto il Ministro firmare altre pre-intese capoluoghi delle regioni con sedi in: Milano, Torino e Genova. Al termine della gita, erano stati fatti i cento metri ne mancano novemila novecento.
Sette anni or sono, a febbraio saranno otto, il Governo di centro-sinistra cogliendo le richieste di due regioni gestite dalla Lega (Lombardia e Veneto) e una sintonizzata con il Csx (Emilia-Romagna), ha concluso un negoziato con molta più sostanza di ciò che oggi hanno offerto le destre al potere. Inoltre, è bene marcare la differenza di condotta tra i due esecutivi. Nel 2018, Gentiloni-Bressa (Partito Democratico) hanno dialogato e concordato un metodo e un anticipo di materie (di cui due LEP oggi si direbbe) per arrivare all’A.D non curandosi delle appartenenze politiche. Nel 2025 tutto è stato fatto in velocità, destinatarie quattro regioni del Nord rette dalle medesime forze alla guida del Paese. La forma, lo stile non sono dettagli.
Il “Grande Vuoto”2018-2022: Lega irrilevante e quando governa che all’opposizione
Dall’esame degli atti risulta chiaramente un grande attivismo di Zaia fino al 28 febbraio 2018, poi il “grande vuoto” che durerà fino all’entrata in scena del Governo attuale. Del tutto inconsistente è stata la Lega nel Conte II Conte I (2018/19), sebbene leghisti fossero : il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio G. Giorgetti, il Vicepremier M. Salvini e il Ministro per gli Affari Regionali l’avvocata di Vicenza, Erika Stefani. Così recitava il “contratto dei giallo-verdi” da subito l’A.D. con “particolare riferimento elle pre-intese già in itinere”, il richiamo esplicito era la Regione del Veneto. Che i grillini fossero “perplessi” sull’Autonomia Regionale, era cosa risaputa e lo sapeva pure la Lega, perché allora associarsi proprio con loro per guidare il Paese? Matteo Salvini ha preferito andare e restare al potere -poco più di un anno- consapevole che la partnership avrebbe potuto (come è accaduto) azzerare il risultato referendario del 22.10.2017, oltre due milioni e duecentomila voti veneti cestinati. Nel Conte II (PD-M5S 2019/21), la Lega era all’opposizione, ma poteva “escutere“, esigere, il credito dato da Zaia a Gentiloni(PD) nel 2018 gridando al tradimento ogni giorno nei media nazionali e locali, perché non l’ha fatto? Governando i Giallo-Rossi, il “bimbominkia”, nomignolo affibbiato da FdI al leader leghista si sposta su altri temi: migranti, sicurezza, “ridate la parola agli italiani”, “governo delle poltrone”, eccetera. E l’ Autonomia Differenziata promessa ai veneti ? Stava scritta, ma non era prioritaria per M. Salvini, Capo della Lega. Il non aver preteso dal Conte II l’attuazione dell’accordo del 2018, è stata una palese sottovalutazione del problema . Il Ministro Boccia – PD , propose – per la prima volta – una bozza di legge quadro che stabiliva un principio allora rivoluzionario: niente autonomia senza la previa definizione dei LEP, cioè l’obbligo di garantire diritti uniformi su tutto il territorio nazionale: salute, scuola, trasporti) prima di trasferire le competenze.
Con l’arrivo del Governo Draghi (2021/22) e con la ministra Mariastella Gelmini-FdI, quella bozza non fu cestinata, ma divenne la base del lavoro del Governo Draghi. Nel 2021, il Governo inserì in Legge di Bilancio (commi 43-45) i primi riferimenti normativi concreti per finanziare i LEP, trasformando un’idea teorica in un percorso amministrativo obbligato. Mentre Boccia e poi la Gelmini cercavano di costruire l’autonomia partendo dai diritti (i LEP), l’attuale legge Calderoli ha cercato di “scavallare” il problema, venendo però fermata dalla Corte costituzionale nel 2024.
È ironico notare come la “destra dell’efficienza” si sia fatta bagnare il naso dal tanto criticato Partito Democratico. Fu proprio Francesco Boccia, nel 2019, a piantare i paletti dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione), poi recepiti e messi in bilancio dal Governo Draghi nel 2021. Quella che oggi viene spacciata come un’invenzione della maggioranza Meloni è in realtà l’eredità di un lavoro serio fatto da chi aveva capito che l’autonomia, senza diritti garantiti per tutti, sarebbe stata solo un guscio vuoto o, peggio, un’arma contro l’unità nazionale.
Perché la Lega o al governo o all’opposizione nulla ha combinato in cinque anni?
Le risposte possono essere tante, qui ne diamo due, entrambe amare per il popolo della Lega Veneta: a) La Lega mirava prendere voti al Sud e ha quindi rinunciato a battersi per un’autonomia “vera” (quella delle risorse “ con i schei”) dato che la traiettoria era confliggente con il progetto nazionale; b) Matteo Salvini invece che passare subito all’incasso di quanto garantito dal PD nel 2018 ha accettato di “giocare” sul terreno dei “Livelli Essenziali di Prestazione-LEP”, sapeva che cosi agendo stava sacrificando gli interessi del Veneto cosi come Zaia li aveva rappresentati? Oppure era consapevole e così ha voluto.
Ad ottobre 2022 le Lega ritorna al governo e nella spartizione tra alleati delle cosiddette “riforme”, le cose da fare, le spetta l’A.D. La legge nr. 86/2024 e la sentenza nr. 192 dello stesso anno sono (sono state) la “pietra tombale” cercate dall’esecutivo in carica, in primis dalla Lega, nascondendo l’intera coalizione dietro il refrain “Volevamo darvela l’Autonomia Differenziata, ma la Corte non vuole“. Inaccoglibile. L’habitus mentale delle destre è sempre quello d’incolpare altri soggetti per le proprie incapacità di governare la complessità dei problemi che hanno davanti, ottemperando la legalità sostanziale e la tripartizione dei poteri sanciti dalla Costituzione. Citiamo un esempio.
La Meloni, Presidente del Consiglio dei Ministri, è davvero altra persona rispetto a quella che nel 2021 inviò una lettera formale al Presidente della Repubblica denunciando la “compressione dei tempi” dichiarando che il Parlamento veniva ridotto a un “passacarte” e che il comportamento del governo Draghi era un “insulto alla democrazia” e quindi alla sovranità popolare. Che direbbe oggi un’ ipotetica Meloni all’opposizione alla Meloni domiciliata a Palazzo Chigi che ha fatto approvare in pochissimi giorni lavorativi il bilancio dello Stato 2026 blindando la “sua maggioranza”?
Per il politico di professione ciò che ha detto ieri non vale oggi, né varrà domani ciò che ha detto oggi, è una regola ferrea, collaudata e quasi sempre vincente.
Giorgi Meloni sta in politica fin dall’età di “16 anni, perché credo che la politica sia passione e servizio”, Padova 18 novembre 2025. Ipse dixit, è indiscutibile. In effetti, a 31 anni era già nell’esecutivo Berlusconi del 2008-2011 Ministro della Gioventù, assieme a quattro ministri leghisti, epperò il fiore dell’Autonomia Differenziata non venne colto, sta lì in un prato romano inaridito. Diciotto anni dopo la giovane leader di allora è l’attuale PcM. Nello stesso giorno in cui sponsorizza l’attuale Presidente del Veneto, due esperenziati governanti in scena anche diciotto anni prima, Calderoli e Zaia firmano un accordo-bidone, passandosi l’uno all’altro una cartelletta di foglietti senza intestazione tranne uno, il primo.
Cronaca di un declassamento. Quando il Veneto passò dal vagone di testa al tandem scassato
Sulla forma. L’accordo 2018 ha il logo della Presidenza del Consiglio in tutte le pagine, ciò indica che è un atto adottato su impulso del “Governo” ed ha la solennità di un patto tra due soggetti paritari: lo Stato e la Regione. Quello stipulato nel mese dei defunti, senza logo o carta intestata ministeriale sembra scritto sulla “carta da formaggio“. Mancando l’intestazione della PcM, l’atto appare un’iniziativa “settoriale” del Ministero per gli Affari Regionali.
Nel documento del 2018, le premesse erano brevi e politiche, cinque pagine, veniva richiamato l’esito referendario che dava un ampio mandato al “Governatore” di negoziare le “ 23 materie” possibili. Il clima era quello di un “apertura di un cantiere sperimentale” da monitorare passo dopo passo. Nell’atto del 2025, la premessa narrativa è infarcita di “visto e considerato”, riempie sedici pagine. Il fulcro non è più solo la volontà dei veneti, ma la “Legge 86/2024 e soprattutto la “Sentenza 192/2024 della Corte costituzionale” citata come “recinto” invalicabile che paletta l’ambito d’azione regionale.
D’altronde prima della ricorrenza dei morti, la legge 86/2024 poteva (avrebbe dovuto) essere già stata rimodulata – dalla maggioranza sedicente unita e coesa- recependo le critiche della Consulta. Ohibò, sta ancora girovagando tra una commissione e l’altra del Parlamento. Consiglio al lettore di giocare al lotto i numeri dell’annata in cui la “Calderoli bonificata” apparirà in G.U. La differenza tra il 2018 e il 2025 non è solo nel logo della Presidenza sparito dalle pagine, ma nel silenzio complice già durato più di sette anni (a febbraio otto) grazie alla Lega nazionale e regionale. Nel frattempo, il Veneto è a bagnomaria, in lista d’attesa come un qualsiasi paziente infermo. D’ora in avanti per conferire l’autonomia alla regione, occorrerà motivarla funzione per funzione, pezzo per pezzo, attraverso apposite “griglie di valutazione“, operazione da farsi “con calma e gesso” come dicono i giocatori di biliardo.
La procedura consta di una prima fase (a) di negoziazione e definizione dell’intesa. Si avvia il confronto tra Governo e Regione, con la predisposizione di una bozza (pre-intesa), l’esame da parte del Governo, il parere delle Commissioni parlamentari e della Conferenza Stato-Regioni, fino all’approvazione dello schema definitivo dell’intesa da parte dell’Esecutivo. Quindi si passa alla conversione in legge (b). L’intesa approvata dal Governo viene trasformata in un disegno di legge che il Governo presenta alle Camere per l’approvazione a maggioranza assoluta, come dicono color che sanno di diritto e di rovescio, come sa chi gioca a tennis.
Solo dopo questa legge l’intesa diventa efficace. La “fase a)” può richiedere alcuni mesi, a condizione che siano rispettati i tempi stabiliti per le Commissioni parlamentari e la Conferenza Stato-Regioni. La “fase b)” è ancora più incerta: dipende dall’agenda parlamentare e della Camera e del Senato, considerando che l’intesa non può essere approvata “in blocco” e che, passando da un’ assemblea all’altra, può essere emendata e tornare più volte al punto di partenza. In sintesi, la durata complessiva potrebbe estendersi per anni, più anni. Va da sé che non andando in porto entro l’autunno 2027, rinnovate le Camere tutto ri-comincerà daccapo. .
La palude burocratica: una maratona tra veti e ricorsi
La prima, quella della pre-intesa e dei pareri, può chiudersi in un semestre. La seconda, la trasformazione in legge, è il vero banco di prova: tra agende parlamentari congestionate, passaggi obbligati in Camera e Senato, emendamenti che possono riportare tutto alla casella d’inizio, il rischio è di una maratona che duri anni. E non finisce qui. Dopo la pubblicazione in Gazzetta, la legge può essere impugnata da cittadini, Regioni contrarie – qualcheduna del Sud – e la giostra riprenderà. In questo scenario, la probabilità di arrivare in meta dipende da un fattore decisivo: la condivisione politica. Con un consenso largo, il traguardo è possibile; con una maggioranza risicata, il percorso si trasforma in un vicolo tortuoso, dove ogni pausa o successivo ricorso diventa un detonatore di instabilità. Rischi d’impugnativa permangono pure per “la Calderoli”, se e quando lavata, spazzolata, riordinata sarà ri-pubblicata in G.U.
Ambiente: dal Veneto “Padrone” al Veneto “Spazzino”
Sulla sostanza. Esaminate le due “pre-intese 2018 versus 2025” è di tutta evidenza un salto di paradigma organico. Si è passati da un progetto di “Autonomia Politica e Strategica” a un “Decentramento Amministrativo Vigilato”. Alcune noticine, in materia ambientale . L’accordo Bressa-Zaia del 2018 non era un semplice elenco di compiti; era il tentativo di rendere il Veneto “padrone del proprio ecosistema”. Nello scritto del 2025 il Veneto è un semplice “spazzino”. Le funzioni previste sette anni fa erano “pesanti”: 1) “Bonifiche dei Siti di Interesse Nazionale (SIN)” Il Veneto chiedeva di gestire i fondi e le procedure per Marghera. Non più “aspettare Roma”, ma decidere autonomamente come e quando risanare la terra inquinata. 2) “Gestione Rifiuti (ATO)”. La Regione avrebbe avuto il potere di definire gli ambiti territoriali e gli indirizzi per la raccolta differenziata, puntando all’omogeneizzazione dei costi. Era un’autonomia che mirava a far pagare meno i cittadini premiando l’efficienza. 3) “Tutela delle Acque e Scarichi” Il Veneto voleva decidere i limiti degli scarichi inquinanti e gestire le sanzioni. In una terra ferita dai PFAS, questa era la funzione più politica di tutte. 4) Il “Veto” Ambientale” L’Articolo 3 permetteva alla Regione di proporre regolamenti statali. Se Roma non rispondeva entro 30 giorni, il Veneto poteva “trascinare” il Governo in Conferenza Stato-Regioni.
Nel 2025 tutto questo sparisce. La pre-intesa Calderoli si rifugia nella “Protezione Civile” (gestione dell’emergenza) ma ignora la “Tutela dell’Ambiente“ (gestione del futuro). È il passaggio dal Veneto che cura il territorio al Veneto che pulisce le macerie dopo il disastro.
Nel 2018 si parlava di competenza legislativa. Nel 2025 si legge all’art. 2 che il Presidente della Regione può emanare ordinanze in deroga, ma solo con “previa autorizzazione statale” (comma 3) o con approvazione successiva entro 8 giorni (comma 4). Non è autonomia! È una decentralizzazione amministrativa controllata. Lo Stato tiene il telecomando: può autorizzare, revocare o annullare. La Protezione Civile, un’autonomia “sotto tutela” Per il quisque de populo che nel 2017 aveva votato convinto di diventare “padrone in casa propria”, se qualcuno glielo farà notare, si renderà conto di essere stato burlate e beffato.
Professioni: il ritorno dei “gabellieri” e il recinto regionale
Lo stesso vale per le Professioni: Il recinto regionale (Art. 7). È inventata la categoria della “professione di rilievo regionale“. Per essere definita tale, deve riguardare attività che hanno un nesso con le “caratteristiche peculiari del territorio” (comma 3, lett. c). Ma l’iscrizione abilita all’esercizio “limitatamente al territorio della Regione” (comma 4). Stiamo attivandoci per un “regolamento del nulla”, un paradosso! La facoltà conferita dal duo Calderoli-Zaia di creare “ elenchi regionali “ per figure già disciplinate dalla legge nr.4/2013 solleva un paio di questioni. La prima. Se il Veneto fa un suo albo regionale, crea un ostacolo giuridico alla libera circolazione di lavoratori/trici. La seconda. . La “Specificità” è un’arma a doppio taglio. La legge 86/2024 dice che l’autonomia deve basarsi sulla “specificità regionale”. Ma nelle professioni intellettuali, la specificità è spesso un’invenzione politica. Un consulente di marketing veneto usa le stesse leggi (Codice civile) e le stesse norme tecniche (UNI) di uno siciliano. Il sistema della Legge 4/2013, norma che disciplina le “attività non regolamentate” funziona perché è trasversale. Se io sono un consulente di marketing certificato UNI a Treviso, la mia competenza è riconosciuta a Berlino o a Parigi grazie ai quadri europei delle qualifiche (EQFI. Il rischio: Se la Regione Veneto, per “pressione delle associazioni datoriali” o per marcare la propria “specificità”, decide di creare un profilo regionale di “Consulente di Marketing delle Piccole Medie Imprese Venete” con criteri diversi, sta di fatto svalutando quel professionista se iscritto a un elenco regionale non valido fuori dai confini di Verona o Belluno, rischia di essere tagliato dai grandi appalti o dalle collaborazioni internazionali che richiedono lo standard UNI nazionale. Immaginare poi 16 legislatori regionali che stabiliscono ciascuno i propri criteri per definire un ‘Social Media Manager’ o un ‘Web designer’: siamo nel pieno del nonsense, per non dire del senseless, privo di logica”. Invece di semplificare, la pre-intesa del 18 novembre crea dei nuovi confini burocratici che UNI e l’Europa hanno cercato di abbattere da trent’anni. Il Governo Meloni nulla concede di potere reale, consente di fare elenchi, nuove regole burocratiche ammarate e validate in Veneto dall’accoppiata geniale di un Ministro e Presidente leghisti doc!
Per la Sanità nel 2018 l’obiettivo era la “maggiore autonomia finalizzata a “rimuovere i vincoli di spesa specifici”. Il testo richiamava la possibilità di gestire il personale, pagare meglio i medici in montagna, decidere borse di studio e investimenti in autonomia. Era un’autonomia di “gestione delle risorse umane*. Nel 2025, la materia è stata “declassata” nominalmente a “Tutela della salute – coordinamento della finanza pubblica”. La Regione può decidere tariffe e rimborsi, ma solo “previa intesa con i Ministri” e finché i conti sono in equilibrio secondo un Tavolo Tecnico nazionale. È un’autonomia da “contabili”, non da programmatori.
Le “novità” del 2025 sono le materie, rectius le briciole, le funzioni ancillari quelle “No-LEP” di: Protezione Civile, Professioni, Previdenza Integrativa, micro-attività residuali, ma “sicure” per lo Stato perché non richiedono né di definire le performance da garantire al cittadino, cioè i Livelli Essenziali di Prestazione-LEP, operazione a costo zero per il bilancio pubblico nel rispetto integrale della clausola di “invarianza finanziaria”, art. 12 pre-intesa. Inciso:” Dall’attuazione del presente accordo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Inoltre, le contabilità speciali, come la Protezione Civile, sono sotto lo stretto controllo del “MEF e della Corte dei conti”, in altri termini ogni euro in più deve essere previamente autorizzato.
Prendendo in esame le 23 materie strombettate da Luca Zaia nel 2017, la quota che spetterebbe al Veneto ammonta a circa 18 miliardi di euro. Per dare un’idea della proporzione, l’intero bilancio regionale 2024 quota 16,8 miliardi: stiamo parlando di raddoppiare la potenza di fuoco della Regione. Per chi vuol sapere. La Lombardia ne incasserebbe 31 e l’Emilia-Romagna 16. Dal dossier predisposto dagli uffici centrali, Ragioneria Generale e Corte dei conti, nell’ipotesi che il legislatore (la maggioranza di Centro Destra) avesse voluto redistribuire in periferia le materie ex art. 116 comma 3, la ripartizione per regioni e province autonome della spesa statale regionalizzata ammontava a circa 273,6 miliardi su 693,8 miliardi complessivi dati 2020 riferiti alle Commissione in ottobre 2022.
Com’è proseguita la fiction, nome d’arte “Autonomia Differenziata”? Il Governo Meloni, tramite il fido scudiero all’anagrafe Roberto Calderoli, ha spaccato le 23 materie in due mazzetti. Il primo, quello piccolo che “vien dalla montagna da dare alla mamma”, include le 9 materie No-LEP: quelle che non ti cambiano la vita, a costo zero per la casse dello Stato e a impatto zero per il cittadino. Il secondo mazzetto, la composizione di fiori belli e attraenti da porgere all’amata — le 14 materie LEP-, quelle vere che incidono sula qualità di vita per ognuno bloccate ai nastri di partenza. “Un bel dì vedremo” canticchiano a Roma sulle note della celebre aria di G Puccini-Madame Butterfly. Quando? Chi crede nei Tarocchi consulti una professionista: avrà una data “taroccata” ma appagante e rassicurante.
Disponibile c’era un pacco di miliardi, che Salvini ha preferito “congelare” per giocare al tavolo dei LEP, dove sapeva che il banco (lo Stato) vince sempre. Risultato? Al Veneto restano le briciole: le 9 materie No-LEP, quelle che né costano né valgono. È la “soap opera” dell’Autonomia: fiori finti per l’amata (gli elettori) e conti in rosso per le famiglie venete.
Leggendo in controluce il patto 2025 rispetto a quello del 2018, emerge una realtà inconfutabile: l’autonomia è diventata una procedura di “permessi speciali“ piuttosto che un trasferimento di “sovranità”. Siamo passati dall’Autonomia dei Diritti, all’Autonomia dei Permessi. L’accordo 2025 non è un patto tra pari, ma un “contratto di servizio” che trasforma la Regione in un Ufficio Speciale di Roma. È un ritorno agli anni Settanta del XX secolo, quando Luca Zaia portava i calzoni corti: il cordone ombelicale finanziario è più stretto di prima. Il Veneto non ha solo ricevuto un “bidone” da Roma; è stato tradito dalla mancanza di coraggio di chi doveva stare dalla parte del territorio rappresentato, ha invece scelto la sua di parte, quella comoda ed accogliente in Palazzo Balbi.
I 551 mila veneti rimasti a casa a novembre hanno avuto l’istinto del sopravvissuto: hanno capito che la montagna del referendum ha partorito un topolino senza timbri. Il Veneto resta al guinzaglio: un guinzaglio lungo, che arriva fino a Milano e Roma. Luca Zaia, eterno gregario, può finalmente dire di aver realizzato il suo tormentone: “non ha portato a casa niente”. “Né con Roma, né con Milano!», recitava uno striscione alla «Festa dei Veneti» indetta una decina di anni fa dalla associazione «Raixe Venete», cioè radici venete, nata «con l’intento de tegner viva la identità”, era questo l’incipit di un articolo di Stella post-referendum 2017: ciò che i leghisti ardentemente volevano ma chi poteva ha negato.
La Regione del Veneto, se vorrà, può organizzare per il cittadino la giustizia di pace, quella quotidiana recuperando l’arretrato in materia civile e penale. Fatti non parole, come la riforma della magistratura penale varata dal Governo Meloni che non serve a niente.
Invece di cianciare sulla divisione delle carriere dei giudici, quelli penali i Pubblici Ministeri, dai loro colleghi detti per brevità “giudici”, così come prevede la riforma della magistratura penale varata dal Governo Meloni a colpi di maggioranza ed in onore di un defunto è opportuno dedicarsi ad un servizio utile per la giustizia “quotidiana” che assilla milioni e milioni di persone, cittadini comuni. Il destra-centro al Governo vuole un nuovo assetto di stampo “ideologico” invece che preoccuparsi della giustizia di “prossimità” garantendo organici completi e con giudici effettivi in servizio.
La riforma voluta dal Governo Meloni mira a modificare la Costituzione per separare i destini di chi accusa (PM) e di chi giudica. Due CSM, Consiglio Superiore della Magistratura, in Costituzione raddoppiano i costi già alti per simili organismi ed il rischio concreto è che il CSM dei Pubblici Ministeri diventi una struttura gerarchica e isolata, più facilmente influenzabile dal potere politico. Infatti, sarà il Parlamento a dare le linee guida, indicando i criteri generali ai quali ogni Procuratore Capo dovrà attenersi tramite il “progetto organizzativo” tenendo conto delle risorse disponibili e della realtà criminale del territorio.
Va da sé che quelli dei politici e di chi conta saranno probabilmente non “prioritari”. Esempio: mentre il traffico d’influenze illecite è stato depotenziato rendendo quasi impunibili i “faccendieri” dei palazzi, e l’abuso d’ufficio è stato cancellato (nonostante l’Europa ci chieda di punire l’abuso di funzioni che dovrà essere re-introdotto pena sanzioni), la giustizia si accanirà su reati di strada, lasciando che i crimini dei colletti bianchi scivolino verso la prescrizione.
Altra assurdità è d’ordine logico: i membri del CSM verranno estratti a sorte. Ad ognuno dei 9.124 magistrati attualmente in servizio (tra giudici e PM) sarà abbinato un numero. Una lotteria sulla pelle del diritto, fatta mentre la pianta organica dello Stato ne prevederebbe 10.825. Mancano all’appello 1.700 magistrati, un vuoto che il Governo non riesce a colmare ma che pretende di gestire con il caso. E se quelli sorteggiati ex-post, in ipotesi la maggioranza , fanno parte dello stesso orientamento dottrinario che si fa, si ripete la tombola per un posto nel CSM ? Il metodo non assicura -per niente- che tutte le “scuole di pensiero” saranno garantite e allora che si fa?
Le correnti organizzate della magistratura non si sciolgono come neve al sole perché le aggregazioni invece che ex-ante avvengono ex-post. Il sorteggio va bene alle pesche della beneficenza del villaggio, non per il CSM di rango costituzionale. Il sorteggio non è democrazia, è abdicazione della scelta. È la negazione della meritocrazia in nome di una presunta imparzialità che in realtà è solo casualità.
All’Italia non serve una riforma della giustizia “ideologica” che separi le carriere dei giudici utile al ceto politico occorre, invece, ripristinare la “giustizia negata” al cittadino
Sui tempi dei processi, il Ministro di Grazia e Giustizia ha ammesso esplicitamente che la separazione delle carriere non accelera i tempi dei procedimenti giudiziali. Per ridurre i tempi necessitano investimenti, digitalizzazione e riforme procedurali. Attualmente, la durata media di un processo civile fino al terzo grado, la Cassazione e sentenza definitiva inclusa è di 8/10 anni; ridotti a 3/5 anni per quello penale. È una “tassa occulta” sui diritti e interessi vantati dal cittadino. Inoltre, milioni sono le cause pendenti quantificate all’inizio del 2026 in un totale stimato tra civile e penale in oltre 4,5 milioni di procedimenti (di cui circa 2,8 milioni nel civile e 1,7 milioni nel penale. La legge Meloni-Nordio concentrata sulla magistratura penale a nulla serve né cambia in qualcosa siffatta situazione. In alcuni passaggi in sede pubblica, il Guardasigilli ha sostenuto che la riforma ha un valore “ordinamentale e garantista” e che dovrebbe essere accettata anche dalle opposizioni. Decodificato sembra dire: “La facciamo noi, ma servirà anche a voi quando sarete al governo, perché avrete un sistema con regole di gioco più chiare e un PM influenzato dalla politica”.
Il Ministro in carica quando annuncia concorsi per 1.300 nuovi magistrati, sa che è un annuncio ad effetto: tra tempi di correzione e tirocinio obbligatorio, questi rinforzi difficilmente saranno operativi prima del 2027. Mentre Roma insegue il “sogno ideologico’ della separazione delle carriere e dei sorteggi, la Regione del Veneto (se deciderà) potrà attivarsi con la “giustizia di prossimità” a risolvere contenziosi importanti per la gente comune. Esemplificando decidere se una bolletta è ingiusta o se un danno da incidente stradale va risarcito, liti condominiali e sui confini, recupero crediti per fatture emesse ma non pagate all’artigiano e sinistri stradali con le assicurazioni che si begano. In concreto. Per i Condomini non c’è un limite di valore monetario e la competenza è specifica. Recupero Crediti applicato ai beni mobili, fino a 30.000 € (dal 2025/26). Tutto ciò sta nelle prestazioni erogate dai professionisti legali svolgenti pubbliche funzioni: i giudici di pace. Fondamentale è quindi il servizio offerto per migliaia di PMI regionali e cittadini veneti. Oggi, se il Giudice di Pace non c’è, una fattura non pagata da 15.000 euro resta “congelata” per anni. Sinistri Stradali sono decisi fino a 50.000 € , non poco.
Il “buco” di trent’anni, Legge Martelli datata 1991 al 2025 ottemperante il Governo Meloni
La Regione del Veneto (se deciderà) potrà migliorare il servizio statale istitutivo del “Giudice di Pace” previsto dalla legge Martelli nr. 374/1991 del VII governo Andreotti. Nata per far diventare la giustizia quotidiana rapida e leggera, si trasformò subito in un sistema di precariato pubblico, basato per decenni (dato il completo disinteresse della seconda repubblica) sulla miserevole ri compensa di 57 € per sentenza, senza contributi né tutele previdenziali erogati agli avvocati-cottimisti, massimo 110 sentenze in un anno.
Nel 2025, per rispondere ai vincoli del PNRR (Milestone M1C1-72) e chiudere la procedura d’infrazione UE n. 2016/4081espressa nel parere motivato della Commissione Europea del 15 luglio 2021, si è arrivati con la Legge 51/2025 alla stabilizzazione con stipendi fissi (circa 58.000 euro lordi annui per gli ‘esclusivi’). L’Europa ha stabilito e il Governo Meloni ha dovuto ottemperare, che i magistrati onorari italiani sono “lavoratori europei” a tutti gli effetti e che l’Italia stava violando le direttive sull’orario di lavoro e sui contratti a tempo determinato, trattandoli come “volontari” senza ferie, contributi o previdenza. Contemporaneamente, la Riforma Cartabia ha scaricato su di loro responsabilità enormi, alzando le competenze fino ai limiti di ristoro economico anzidetti. Peccato che, nonostante i fondi europei, l’organico sia un colabrodo: dei 6.000 posti previsti, quasi 4.000 restano vacanti perché i bandi di concorso sono rimasti sulla carta, paralizzando di fatto la giustizia quotidiana proprio mentre le attribuzioni aumentano. Il consueto paradosso italiano: i soldi per gli stipendi ci sono, grazie al PNRR, i bandi per i nuovi ingressi sono lentissimi, lasciando gli uffici con meno della metà del personale necessario.
La battaglia del Veneto: 2007-2025 pubblicità ingannevole in loco e apatia a Roma
Già nel 2007, l’assembla legislativa inseriva l’organizzazione della Giustizia di Pace tra le prime 13 materie da richiedere allo Stato. Lista colpita e affondata dal Governo Berlusconi 2008/2011 con quattro ministri leghisti nell’esecutivo. Nel 2017post-referendum, il “Progetto di Legge Statale n. 43” è approvato a Palazzo Ferro-Fini il 15 novembre 2017 con mandato al Presidente di negoziare tutte le 23 materie richiedibili. L’esito della trattativa è noto, un fallimento ad opera di Luca Zaia, Lega, accompagnati- as usual- da FdI (AN) e FI.
Agli atti, nelle carte adottate nelle sedi competenti ed ufficiali, rimane la richiesta di ottenere “l’organizzazione della Giustizia di Pace” che nella situazione creatasi ( giudici in conto paga allo Stato), può essere un’occasione proficua e propizia affinché l’ente regione integri e rafforzi l’organizzazione degli uffici con proprio personale amministrativo e altre risorse necessarie per il buon funzionamento della “giustizia di prossimità”. Il Veneto ha tutto l’interesse a non vedere le proprie imprese e i propri cittadini ostaggio di tempi biblici della giustizia ordinaria che, a contrario, resa efficiente quella “ quotidiana” la risposta potrebbe arrivare in meno di un anno (obbligo UE). Il Veneto conta “22 uffici” del Giudice di Pace, distribuiti nei circondari dei sette Tribunali. Molti di questi sono “uffici di frontiera” salvati solo dalla volontà dei sindaci locali che si accollano le spese di gestione.
Al 1° gennaio 2026, la situazione della magistratura onoraria in Veneto è drammatica. Nonostante la riforma degli stipendi di aprile 2025, i posti fisici restano vuoti perché mancano i nuovi concorsi. la Regione del Veneto (se vorrà) potrà attivarsi per salvare le sue “22 sedi”, da Belluno ad Adria, da Vittorio Veneto a Bassano del Grappa. Quest’ultima, simbolo di una giustizia di prossimità calpestata, opera con una scopertura d’organico che sfiora il “70%”. Mentre i cittadini veneti hanno oltre “180.000 cause pendenti” nei cassetti dei Giudici di Pace — con tempi di attesa che superano i 1.200 giorni per una semplice fattura non pagata — Meloni-Nordio ci parlano di sorteggi per il CSM dei Pubblici Ministeri, della serie il “sogno ideologico delle destre” distante e distinto dalla “bisogni veri dei cittadini”. È l’ora che Palazzo Ferro-Fini smetta di guardare Roma e applichi quella PdL 43 del 2017 che giace dimenticata: riorganizzare la giustizia ‘quotidiana’ con risorse proprie.
La Regione da Costituzione deve occuparsi, principalmente, di programmare, legiferare e controllare. La gestione dei propri compiti va esercitata tramite gli enti sub-regionali a partire da Province (Città Metropolitana-Ve), Comuni, Comunità Montane, Camere di Commercio, Università, Aziende Sanitarie e di Edilizia Pubblica, Uffici statali decentrati, anche aggregati in relazione ai servizi da rendere al cittadino seguendo il miglior rapporto costi/benefici. Il criterio da osservare è quello della sussidiarietà, non fare a Venezia ciò può essere fatto in uno i più dei 560 comuni veneti. Si dà il caso che l’apparato burocratico regionale, incluse le partecipazioni istituzionali e societarie di ogni tipo, ammonti a circa 3.700 dipendenti. Ebbene un obiettivo da cogliere per l’Amministrazione in sella è quello di ridurre tale organico almeno di 1.500 unità, trasferendo (dapprima con il distacco) in ciascun soggetto delegato alla gestione operativa. Da anni la Corte dei conti del Veneto suggerisce, inascoltata, di procedere ad una profonda ed incisiva ristrutturazione dall’ingessata, lenta, burocratica “macchina regionale” sopprimendo le strutture dirigenziali replicate in esterno da enti amministrativi o società a maggioranza regionale. L’efficientamento della “giustizia quotidiana-i giudici di pace” può essere l’incipit, l’inizio, un’opportunità da cogliere nella legislatura in essere. “Ragionateci sopra” usando un intercalare zaiano gradito a chi scrive.
La Presidente Meloni ha dichiarato con orgoglio ad Atreju che “a casa la possono mandare solo gli italiani”. Ebbene, quegli stessi italiani che lei evoca come scudo, ora stanno prendendo in mano la penna per firmare il referendum, qui il sito da dove partire:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034
Non è una sfida personale, ma una risposta concreta: se il Governo non si occupa della giustizia che serve alla gente, sarà la gente a “licenziare” le sue riforme inutili.
10 gennaio 2026 Enzo De Biasi
Fonti:
https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=56845 dossier per “ la Calderoli”, legge 86/2024
https://www.astrid-online.it/dossier/attuazione-art-116/index.html pre-intese 2025
https://www.corriere.it/referendum-autonomia-lombardia-e-veneto/notizie/rivincita-leon-malumori-veneti-decenni-lega-rocchetta-comencini-26fa1564-b82d-11e7-aa18-cabdc275da27.shtml GA. Stella il giorno dopo il referendum del 2017
Regione Veneto: alla Lega i vertici di giunta e consiglio regionale * di Enzo De Biasi
Regione Veneto: alla Lega i vertici di giunta e consiglio regionale * di Enzo De Biasi
