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Conflitto Israelo-Palestinese. Trabucco: “La non volontà di far cessare la guerra da parte di America ed Europa”

Il conflitto israelo-palestinese, lungi dall’essere soltanto una controversia territoriale o un problema di convivenza tra due popoli, rappresenta, nella sua essenza più profonda, un banco di prova per la possibilità stessa di un ordine internazionale fondato sul diritto e sulla giustizia.

Esso non è soltanto una frattura geografica, ma una lacerazione teoretica che mette in discussione la capacità della comunità internazionale di riconoscere nell’altro un soggetto di diritto, di conferire effettività al principio di autodeterminazione, di subordinare la forza alla norma. La sua persistenza, a distanza di oltre sette decenni dalla nascita dello Stato di Israele, non può essere letta come un mero fallimento diplomatico, bensì come il sintomo di una precisa architettura di potere, entro la quale Europa, ed Unione Europea in particolare, e Stati Uniti d’America hanno assunto un ruolo di garanti non della pace, quanto del mantenimento di un equilibrio funzionale ai propri interessi.

La mancata volontà di risolvere questo conflitto affonda le proprie radici in un paradigma filosofico-politico che contrappone giustizia e utilità, diritto e potenza, norma e decisione. L’Occidente, nella sua declinazione americana ed europea, ha scelto di privilegiare la dimensione strategica e geopolitica, relegando la giuridicità a mero linguaggio formale, utile a legittimare azioni che in realtà si situano ben al di là del vincolo normativo. La questione palestinese è stata così progressivamente ridotta a un dossier da amministrare: contenere le esplosioni di violenza, garantire la sicurezza dello Stato di Israele quale baluardo strategico, impedire che forze antagoniste (prima sovietiche, oggi iraniane etc.) possano inserirsi nello spazio mediorientale.

Ciò che viene accuratamente evitato è il confronto con l’essenza della giustizia, la quale esigerebbe non una gestione, ma una soluzione, non una regolazione esterna, ma un riconoscimento effettivo di diritti. L’America, nella sua postura egemonica, ha inscritto la vicenda israelo-palestinese all’interno della logica dell’eccezione: Israele è considerato non solo un alleato, ma un cardine intangibile dell’ordine regionale. Da qui deriva una forma di “sospensione normativa” che trasforma le violazioni del diritto internazionale in inevitabili conseguenze storiche, giustificabili perché necessarie a una stabilità più ampia.

L’Europa, incapace di assumere una propria autonomia strategica, si è adagiata su questa stessa prospettiva, oscillando tra dichiarazioni di principio e inazione sostanziale. Essa ha ridotto la propria voce a un’eco dell’atlantismo, dimostrando che, in mancanza di potenza effettiva, anche l’appello alla giustizia si svuota e si dissolve. Da un punto di vista teoretico, questa non volontà non è un accidente, ma una scelta coerente con la crisi della modernità politica.

Il conflitto israelo-palestinese mostra come l’ordine internazionale vigente non sia realmente ordinato alla giustizia, bensì alla conservazione del potere e alla perpetuazione di rapporti asimmetrici. Il diritto, in questa prospettiva, diventa strumento di gestione selettiva: vale laddove non contrasta con l’egemonia, è sospeso laddove potrebbe metterla in discussione. Ciò che viene sacrificato è l’universalità del principio giuridico, la sua vocazione a trascendere l’interesse, a fondare una comunità di diritto che riconosca pari dignità a tutti i popoli.

La questione palestinese rivela, pertanto, una frattura ontologica: da un lato, l’istanza di giustizia, che reclama il riconoscimento del diritto all’esistenza, alla terra, alla sovranità di un popolo; dall’altro lato, la logica del potere, che subordina tali istanze alla stabilità di equilibri geopolitici. L’Europa e gli Stati Uniti, proclamandosi difensori del diritto internazionale, ne tradiscono in realtà l’essenza, mostrando che il diritto, senza volontà di giustizia, non è altro che un simulacro, un linguaggio vuoto. Essi non hanno mancato di risolvere il conflitto per debolezza, bensì per deliberata scelta: l’instabilità controllata conviene più della pace giusta, il conflitto permanente assicura più vantaggi della riconciliazione definitiva.

Si potrebbe dire, con un linguaggio aristotelico-tomista, che manca in questa vicenda l’ordinatio ad finem: la politica occidentale non si ordina al fine della pace giusta, ma a quello dell’autoconservazione strategica. La pace non è intesa come “tranquillitas ordinis”, ossia come ordine radicato nella giustizia, ma come equilibrio precario, modulabile secondo convenienza. In questa prospettiva, la vicenda israelo-palestinese diviene il paradigma del tramonto dell’idea stessa di comunità internazionale come comunità di diritto: essa mostra come, dietro la retorica universalistica, si nasconda la decisione sovrana di pochi, i quali stabiliscono dove e quando il diritto sia vincolante e dove, invece, debba piegarsi alla ragion di Stato globale.

Ciò che emerge, dunque, è la volontà di non volere: un rifiuto teoretico prima ancora che politico.

Non si tratta soltanto di inazione o di incapacità, ma di una precisa impostazione che subordina la giustizia alla potenza, la norma al calcolo, l’essere al possesso. L’Europa e gli Stati Uniti, nel non risolvere il conflitto, rivelano la cifra più autentica della modernità politica: l’egemonia dell’utile sul giusto, della forza sulla ragione, della gestione sull’ordine.

Daniele Trabucco

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