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Il futuro della cultura a Belluno: tra assenza di visione e occasioni mancate

In un’epoca in cui la cultura può e deve rappresentare un motore strategico per lo sviluppo dei territori, Belluno sembra aver perso la bussola. A pochi mesi dai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali del 2026, un evento che potrebbe trasformarsi in una straordinaria opportunità di rilancio e visibilità internazionale, il capoluogo dolomitico continua a navigare senza una rotta chiara. Il Comune di Belluno, e in particolare l’Assessorato alla Cultura, si trova al centro di un vuoto di visione che preoccupa cittadini, operatori culturali e realtà associative.

L’assenza di una pianificazione culturale coerente e orientata al futuro non è solo una lacuna amministrativa: è il sintomo di un’impostazione politica miope, concentrata sul presente e sull’apparenza, incapace di immaginare scenari evolutivi, strategie di sviluppo e sinergie capaci di valorizzare le energie del territorio. Laddove si dovrebbe costruire un ecosistema culturale solido, dinamico, inclusivo, in grado di attrarre e trattenere talenti, Belluno resta impantanata in logiche frammentarie e autoreferenziali.

Un esempio lampante di questa mancanza di visione è rappresentato dal destino incerto del progetto “Culture Link”, promosso dalla Fondazione Teatri delle Dolomiti. Un progetto che, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto rappresentare un vero e proprio banco regia della cultura bellunese: una cabina di regia capace di coordinare, stimolare e innovare l’intero comparto culturale della provincia, costruendo un sistema integrato tra enti, comuni, associazioni e università.

Con oltre 45 partner coinvolti, “Culture Link” si presentava come un modello di governance partecipata, pronto a valorizzare le risorse esistenti e a intercettare nuove energie creative. Eppure, quel potenziale è rimasto inespresso. La Fondazione Teatri delle Dolomiti è rimasta sulla panchina, quando avrebbe dovuto scendere in campo da protagonista. È rimasta in silenzio mentre altre città, ben più strutturate, prendevano iniziativa. Il rischio ora è che quell’iniziativa diventi esclusiva di altri, e che Belluno venga nuovamente “colonizzata” da logiche esterne, come già accaduto in passato.

Il confronto con Pordenone è emblematico. La città friulana ha saputo sviluppare una politica culturale innovativa e coerente, che intreccia sapientemente tradizione e contemporaneità. Festival internazionali, mostre, percorsi urbani, progetti educativi e partecipazione attiva della cittadinanza compongono una visione integrata capace di rafforzare l’identità del territorio e di attrarre attenzione e risorse. Pordenone non si è limitata ad “ospitare eventi”, ma ha costruito un ecosistema culturale dove l’arte è parte del quotidiano e motore di sviluppo.

Eppure, anche Belluno ha le carte in regola per fare altrettanto – paesaggi unici, storia, identità, associazioni vivaci – ma ciò che manca è il valore aggiunto del pensiero sul futuro.

Ciò che preoccupa maggiormente è la tendenza di questa amministrazione a rifugiarsi nel presente, rincorrendo inaugurazioni, mostre e convegni organizzati da altri, con l’unico obiettivo di comparire in vetrina. Ma un territorio non cresce con l’apparenza: cresce con la visione, con la progettualità, con la capacità di generare contenuti autentici, condivisi, radicati.

L’arte e la cultura non sono “cornici” da aggiungere agli eventi, sono elementi strutturali di un’identità collettiva. E proprio per questo, ignorare la loro pianificazione significa lasciare il territorio in balia dei venti, incapace di scegliere il proprio futuro.

La domanda è legittima e urgente: qual è il futuro culturale che ci aspetta? Perché l’impressione, purtroppo, è che nessuno tra gli amministratori locali se la ponga davvero. L’incapacità di assumersi responsabilità e prendere decisioni strategiche ora, comporterà – inevitabilmente – un futuro deciso da altri. Altri territori, altre istituzioni, altri modelli.

Quella “colonizzazione culturale” che alcuni amministratori temevano e usavano come spauracchio per giustificare l’immobilismo, è già in atto. Ma non è una colonizzazione imposta: è una conseguenza naturale dell’inerzia e del continuo rimandare.

È il momento di alzare lo sguardo e cambiare passo. Di chiedere con forza – come cittadini, operatori culturali, educatori, artisti – una visione forte, coraggiosa e partecipativa. Di risvegliare la Fondazione Teatri delle Dolomiti dal suo letargo e restituirle un ruolo attivo. Di costruire un’agenda culturale strategica che guardi al 2026 come punto di partenza, non come traguardo.

La cultura non è un lusso, né un ornamento. È un diritto e un dovere. È tempo che Belluno lo ricordi, e lo trasformi in azione.

 

Prof. Massimo Ferigutti

Presidente – Centro Studi e Ricerche FormArte

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