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Femminicidio di Giulia. Il racconto della mamma alla conferenza di BellunoDonna

Belluno, 15 maggio 2024 – Un maledetto pugno nello stomaco. E’ quello che probabilmente ha provato chi era presente questa sera alla conferenza organizzata dall’Associazione BellunoDonna che si è tenuta in sala Caldart al completo, nella sede di Confindustria di Belluno. A raccontare i dettagli della storia del femminicidio di Giulia commesso dal coniuge, c’era la mamma della vittima, Giovanna Ferrari.
“La violenza prosegue anche nelle aule dei tribunali” ha detto in apertura la presidente di BellunoDonna Anna Cubattoli.
La notte tra l’11 e il 12 febbraio 2009 a San Michele dei Mucchietti (nel Modenese), Marco Manzini uccide colpendo ripetutamente alla testa con una grossa pietra la moglie trentenne Giulia Galiotto. Dieci minuti di sangue, rivelano le perizie, nel garage dell’abitazione dei genitori di lui dove l’omicida aveva dato appuntamento alla povera Giulia. Dopodiché trasporta il cadavere in auto e lo scaraventa sulle rocce del fiume Secchia simulando un suicidio. Gli inquirenti ricostruiscono la dinamica dei fatti, l’omicida confessa tutto in modo dettagliato senza pentimento alcuno e si va a sentenza con rito abbreviato, che concede uno sconto di pena di 1/3. A fronte della richiesta del PM di 30 anni, si arriva alla condanna di 19 anni e 4 mesi di reclusione. Movente del delitto: lui non riusciva a prendere la decisione di separarsi e vedeva la moglie come un ostacolo. Passa la tesi del delitto d’impeto. Non c’è quindi premeditazione secondo il Tribunale. E sono escluse le attenuanti generiche. Pena confermata dalla Cassazione nel 2013. Dopo aver scontato 13 anni di carcere, dal febbraio del 2022 l’omicida esce libero e viene affidato ai servizi sociali.
Quello che succede nelle varie fasi del processo è sconcertante. Perché ci troviamo dinanzi alla cosiddetta vittimizzazione secondaria, dove la vittima subisce una seconda violenza perpetrata dalle istituzioni. “La perizia psichiatrica redatta da una consulente donna del Tribunale dopo vari incontri in carcere con l’omicida – osserva Giovanna Ferrari mamma della vittima – è il documento meno accettabile della triste vicenda, perché nelle conclusioni parla di uno scompenso emozionale che giustifica il delitto d’impeto. Emerge un profilo di “narcisista anaffettivo”, “incapace di risonanza emotiva”, una mancanza d’amore dopo 15 anni di relazione con Giulia. I due si erano conosciuti in parrocchia da giovanissimi, una storia apparentemente tranquilla in un ambiente non certo degradato. Nel 2005 il matrimonio. Entrambi lavorano lei è psicologa e viene assunta in banca, lui è un perito elettrotecnico e non ci sono problemi economici. Ma al terzo anno la coppia va in crisi. Lei desidera un figlio, lui manifesta disagio e frustrazione perché questo figlio non arriva. Sottopone lei a esami e visite ginecologiche. L’insuccesso per lui è inaccettabile, come per ogni narcisista, e non accetta questa sua fragilità. Lei non vuole rinunciare al progetto del figlio, solo perché glielo impone lui. Giulia diventa un ostacolo per Marco, che nel frattempo instaura una nuova relazione sentimentale con un’altra donna. Dall’inizio del 2009 iniziano le violenze psicologiche, sempre più esplicite, con un altalenarsi di situazioni: lui le dice che non l’ama più, ma le fa dei regali. Lei si vede negata la possibilità di diventare madre. Giulia vuole delle spiegazioni, ma lui sfugge il confronto diretto. E mette in atto tutte le strategie di distruzione della persona. Non la tiene più in considerazione, la rifiuta sessualmente. Mente consapevolmente per destabilizzare il partner. Eppoi c’è il biglietto che lui ha fatto scrivere a lei ancora prima del matrimonio, con quelle parole che fanno pensare al suicidio. Come ha potuto fargliele scrivere e perché ha conservato quel biglietto? Non è forse premeditazione questa, vista la grottesca pantomima del suicidio dopo che l’aveva uccisa? Eppure, fino all’ultimo Giulia cerca di ricomporre e salvare il matrimonio. Lui può mentire dinanzi ai giudici e accusare lei di infedeltà che giustifichi l’omicidio d’impeto. Il biglietto ritrovato viene trattato come prova d’infedeltà, lei lo ha provocato e lui l’ha uccisa. Di più. La sua autentica infedeltà, invece, viene accettata come un bisogno naturale di conferme! Non va meglio sul processo civile, dove a fronte di un danno valutato di oltre un milione, altro non possono fare i genitori della vittima se non procedere all’irrisorio pignoramento di 1/5 dello stipendio, con spese per le pratiche superiori alle somme recuperate. Insomma, non c’è certezza della pena e neppure un equo risarcimento. E qualcuno ha il coraggio di proporre la “Giustizia riparativa” laddove i familiari della vittima dovrebbero addirittura perdonare e aiutare il reinserimento dell’omicida…
(rdn)

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