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domenica, Marzo 7, 2021
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We the people… * di Raffaele Addamiano

Nel Paese che ha visto assassinati – è bene ricordarlo – il Presidente repubblicano Abraham Lincoln nel 1865 e quello democratico John Fitzgerald Kennedy nel 1963 e che, quindi, ha assistito, suo malgrado, a gravissimi episodi di lesione del suo assetto democratico, quanto avvenuto il 6 gennaio scorso a Capitol Hill potrebbe sembrare una drammatica, comunque ingiustificabile, resa dei conti da Far West. Tuttavia, 5 morti, decine di feriti e 50 arresti tra i manifestanti che si sono introdotti con violenza, folklore e prepotenza in Campidoglio sono un bilancio che ha come tragica essenza lo sfregio inaudito della democrazia a stelle e strisce. Non è, infatti, mai tollerabile entrare in modo brutale e incivile nei luoghi della dialettica pubblica facendosi beffa delle Istituzioni che lì operano, così come è assolutamente inaccettabile mettere a ferro e fuoco una città (G8 di Genova del 2001) o abbattere le statue di personaggi illustri in nome di un assurdo revisionismo storico (Black lives matter, statue di Cristoforo Colombo o di Andrew Jackson).
Chi scrive, se fosse americano, voterebbe repubblicano perché crede profondamente in una Destra liberale che ha nel suo DNA il massimo rispetto per le Istituzioni di ogni ordine e grado e per i siti, quasi sacri, ove si esercita democraticamente il potere e che è sempre pronta al libero confronto, anche aspro e duro, tra le idee, ma che rifugge, senza se e senza ma, da qualsiasi parte provenga, la violenza come strumento di lotta politica.
Quello che, però, è accaduto a Washington è sintomatico di una netta polarizzazione della politica statunitense, del malcontento che viene da lontano e che serpeggia, anche a causa del Covid 19, in ampi strati della popolazione americana. Tale episodio dimostra, altresì, l’importanza a livello mondiale dell’uso o, peggio, dell’abuso dei social media e del ruolo, spesso distorto, dei cosiddetti influencers nei confronti delle masse perché, citando Seneca, Epistolae ad Lucilium, la cosa peggiore da evitare è la folla in quanto è proprio la massa, male indirizzata, con i suoi istinti animaleschi, a trascinare nonchè a travolgere il singolo e la sua libera coscienza.
Se, quindi, in conclusione, un meditato, franco giudizio complessivo sulla presidenza di Donald Trump lo potrà dare soltanto la Storia (non dimentichiamo, per esempio, i suoi successi in politica estera con gli accordi “Peace to Prosperity”, ossia il nome ufficiale della proposta di pace Usa per il Medio Oriente, anche nota come “Accordo del secolo”, e la recente normalizzazione dei rapporti tra Israele, EAU e Bahrein), il compito del neo eletto Presidente Joe Biden sarà ora assai arduo perché dovrà far uscire gli Usa dalla peggiore crisi sociale, sanitaria ed economica dal secondo dopoguerra, dovrà ricucire lo strappo, quasi antropologico, che connota adesso il suo Paese e ridare, infine, credibilità all’intera classe politica nord americana, non commettendo, al riguardo, l’errore di considerare tutti gli elettori del suo avversario dei fascisti facinorosi o dei razzisti perché tra gli oltre 74 milioni di supporters repubblicani c’è la America profonda.

Termino le mie brevi riflessioni con una celebre frase del Presidente antischiavista Lincoln, quanto mai appropriata in questi giorni: “Quel che importa non è vincere o perdere, ma accettare serenamente la sconfitta.”.

– Raffaele Addamiano –
(Consigliere Comunale – Lista Obiettivo Belluno-Fratelli d’Italia)

 

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