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L’11 giugno del 1984 muore a Padova Enrico Berlinguer, leader del Partito comunista. La testimonianza del dottor Davide Mazzon e dell’infermiera Gabriella

“Pensavamo fosse uno scherzo. Era già successo che ci chiamassero dalla Neurochirurgia nelle serate di quiete, per tirare il fiato dopo una giornata di lavoro. Prendi quel pacchetto di cantucci toscani e speriamo che non facciano sul serio, dissi scherzando all’infermiere che mi accompagnava. Ma arrivati in prossimità dell’ingresso del pronto soccorso neurochirurgico, vidi subito che c’era un insolito movimento per quell’ora. Era sicuramente successo qualcosa di grosso, perché c’era un folto gruppo di persone in attesa, da cui trasparivano tensione e preoccupazione. Meglio che lasciamo qui il pacchetto per la prossima volta dissi, ed entrammo nel pronto soccorso neurochirurgico ove ad attenderci c’erano il professor Lenci, ordinario di pneumologia, e il professor Schergna, ordinario di Neurologia che attendevano noi dalla Rianimazione per aiutare i colleghi presenti nel prestare all’onorevole Berlinguer le prime cure intensive “.

E’ la testimonianza del dottor Davide Mazzon, da 19 anni direttore di Anestesia e Rianimazione all’Ospedale ‘San Martino’ di Belluno e all’epoca giovane medico al Reparto Rianimazione dell’Ospedale Giustinianeo di Padova, in servizio di guardia proprio quel giovedì 7 Giugno 1984. Quella sera all’Ospedale di Padova viene ricoverato in gravissime condizioni l’onorevole Enrico Berlinguer, segretario generale del Partito comunista, colpito da un ictus durante il comizio in piazza della Frutta, mentre pronunciava la frase: «Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda, dialogando». Riuscirà a portare a termine il suo discorso, ma poi nella sua stanza all’Hotel Plaza si addormentò entrando in coma. Morirà 4 giorni dopo, all’età di 62 anni, l’11 giugno ’84 alle 12:45 a causa di un’emorragia cerebrale. Berlinguer in quel momento era il leader politico del Partito comunista più forte dell’Occidente, alle elezioni politiche del giugno 1976, quelle nelle quali votarono per la prima volta i diciottenni, il Partito comunista arrivò a pochi punti percentuali dalla Democrazia cristiana. Il sorpasso avvenne alle europee del 17 giugno ’84, subito dopo la sua morte, con il Pci al 33,3% dei consensi e la Dc al 33%. Berlinguer, insieme al leader della Democrazia cristiana Aldo Moro, assassinato dalle BR nel ’78, era stato colui che aveva portato avanti l’ipotesi del ‘compromesso storico’, ossia l’avvicinamento del Pci all’ala progressista della DC. Uomo di grande rigore morale, Berlinguer aveva intavolato anche la ‘questione morale’, parlando di corruzione e di lottizzazione gestita dai partiti. Diceva: “hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, il governo, gli enti locali, gli enti previdenziali, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti di cultura, gli ospedali, le università, la Rai tv, i grandi giornali. Tutto, insomma, è già lottizzato”. Il suo pensiero andava anche ai giovani, la loro marginalizzazione nell’ingresso del mondo del lavoro. E alle donne, sulla scia del femminismo. A tale proposito diceva: “Non possiamo accettare un’ideologia che individua nel dominio dell’uomo sulla donna la caratteristica fondamentale dell’attuale società”. Un leader progressista, insomma, e molto amato dalla gente. Al passaggio del feretro a Marghera la gente lanciava le rose dai balconi che andarono a comporre un lungo tappeto rosso. Ai funerali a Roma, il 13 giugno in piazza San Giovanni, vi parteciparono circa 2 milioni di persone.

Dottor Mazzon, cosa ricorda di quella sera a Padova?

“Le circostanze furono sconvolgenti e ancora oggi ricordarle mi emoziona. Con alcuni degli infermieri in turno ci eravamo presi una pausa e avevamo acceso un piccolo televisore in bianco e nero per assistere a qualche fase della partita Roma-Milan, dei quarti di finali della Coppa Italia, quando arrivò quella telefonata. Sapevo del comizio del pomeriggio, ma nel 1984 la trasmissione delle notizie aveva ben altra velocità rispetto ad oggi, e noi eravamo chiusi in Rianimazione dalle 8 del mattino per cui non sapevamo che l’onorevole Berlinguer si era sentito male. Io e l’Infermiere Radames partimmo alla volta della Neurochirurgia con la sua 500 gialla. Era normale allora muoversi con mezzi propri di sera da una parte all’altra dell’Ospedale di Padova. Quando arrivammo, le condizioni del leader del Pci apparvero subito drammatiche ed io procedetti a intubarlo e a ventilarlo immediatamente. A seguire vennero effettuati gli accertamenti diagnostici e quindi Berlinguer entrò in sala operatoria dove venne eseguito l’intervento. A quel punto lasciammo il campo a tutto lo stato maggiore dell’Ospedale e dell’Università di Padova, a cui andò poi la piena fiducia sia della famiglia che del partito: i professori Mingrino, Giron, Pardatscher. Noi ce ne tornammo in Rianimazione ove nel frattempo i funzionari della questura di Padova stavano occupandosi di garantire la sicurezza della zona dove nei giorni successivi si sarebbero ritrovati gli uomini politici più importanti dell’epoca. Ricordo di avere risposto personalmente alle prime telefonate, prima ancora che Berlinguer arrivasse dalla sala operatoria: la prima fu quella di Cossiga, all’epoca presidente del Senato e secondo cugino di Berlinguer; la seconda di uno sconvolto presidente della Repubblica Pertini, a cui diedi la notizia della drammaticità della situazione. Ci fu quindi il ricovero in Rianimazione di Berlinguer e dei primi parenti giunti da Roma per assisterlo, il fratello e il neurologo professor Fieschi. Il giorno seguente all’ospedale arrivarono i leader politici. Ricordo il carisma del presidente Sandro Pertini, la delicatezza e l’incoraggiamento al nostro lavoro dei familiari dell’onorevole Berlinguer. E poi Craxi, Spadolini, Capanna, Forlani e un addoloratissimo Giancarlo Pajetta, che accompagnai personalmente al capezzale di Berlinguer rispondendo alla sua incredulità circa la prossimità della fine dell’amico e del compagno, di cui poi tenne l’orazione funebre”.

Al Reparto Rianimazione dell’Ospedale Giustinianeo di Padova prestava servizio una giovane infermiera, Gabriella, alla quale abbiamo rivolto la stessa domanda. Cosa ricorda di quei giorni?

“Avevo 22 anni e lavoravo in Rianimazione da poco più di un anno. Io non c’ero al momento del ricovero di Berlinguer, ma sapevo del fatto perché in televisione avevano dato la notizia del malore durante il comizio, cui seguì il ricovero, l’intervento e il successivo trasferimento in Rianimazione. Dovevo prendere servizio il pomeriggio, in quei giorni eravamo in tre infermieri in reparto uno dei quali, a rotazione, aveva l’incarico di responsabile, mentre gli altri due si occupavano delle cure igieniche ai pazienti. Toccava a me quel pomeriggio il turno di responsabile. Quando arrivai all’ospedale, trovai i carabinieri all’entrata che controllavano tutte le persone che entravano, medici e infermieri compresi. Ero molto emozionata, perché mi rendevo conto di trovarmi in una situazione più grande di me, e avrei dovuto rapportarmi a una persona molto importante. In quel momento, non me la sono sentita di ricoprire il ruolo di responsabile e ho ceduto l’incarico al collega più anziano. Io e l’altra collega ci occupammo quindi dei pazienti ricoverati. In realtà l’impatto fu ancora più forte, perché così c’era il contatto fisico. Ho il ricordo del suo volto con le ciglia lunghe. Ricordo anche di quando venne il presidente Pertini, la sua compostezza. Strinse la mano a tutti i presenti, ringraziandoci per quello che stavamo facendo. C’era una forte emozione in tutti noi in quei giorni, per quello che stavamo vivendo e ogni particolare diventava motivo di discussione all’interno del nostro gruppo di lavoro. E durante la notte seguivamo i notiziari, che riferivano quello di cui noi ci eravamo occupati.”

Dottor Mazzon, Lei ha appena passato l’esperienza del coronavirus, ed è stato anche citato dal professor Navalesi durante il punto stampa quotidiano del presidente Zaia come uno dei più grandi esperti nelle problematiche etiche legate alla pandemia. Quale spunto avrebbero potuto trasmetterci in questa circostanza personalità ora scomparse e amatissime dagli italiani, come Berlinguer e Pertini?

“Credo siamo in molti tra coloro che hanno conosciuto le biografie e le lezioni morali di uomini come Berlinguer e Pertini a considerarle irripetibili ed esemplari. Oggi immagino potrebbero dirci che il coronavirus ha messo i componenti di tutte le classi sociali di fronte alle proprie vulnerabilità, dalle quali siamo chiamati a difenderci con un forte richiamo alla responsabilità individuale, poiché il nemico invisibile si può sconfiggere se ognuno rinuncia ad una piccola parte delle proprie libertà, e lascia da parte ogni faziosità politica, per conseguire il bene più prezioso per ogni uomo, quello della salute propria e dei propri cari”.
(rdn)

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