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Pandemia ed economia. Intervista al professor Bruno Anastasia

Bruno Anastasia

Bruno Anastasia si occupa di analisi del mercato del lavoro. Ha diretto fino al 2019 l’Osservatorio sul mercato del lavoro regionale di Veneto Lavoro. Dal 1994 al 2001 è stato presidente del Coses di Venezia e dal 2001 al 2006 presidente dell’Ires Veneto. Ha insegnato Economia del lavoro all’Università di Trieste, Corso di laurea in Scienze della Formazione. Dal 2000 al 2006 ha collaborato con il Gruppo nazionale di monitoraggio delle politiche del lavoro istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Dal 2007 al 2009 ha collaborato all’attività della Commissione di Indagine sul lavoro di iniziativa interistituzionale Cnel-Camera dei Deputati-Senato (Commissione Carniti). Fa parte del Gruppo di lavoro tecnico costituito tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal.

Professor Anastasia, dal 2005 ad oggi lei si è occupato con oltre una decina di pubblicazioni del lavoro nero degli immigrati. Oggi la questione è all’esame di quattro ministri per la regolarizzazione di circa 600mila cosiddetti “invisibili”. Cosa ne pensa?

Occorre ricapitolare tre questioni, per inquadrare il tema. Primo: sul territorio italiano sono presenti irregolarmente molti cittadini stranieri, alcuni perché entrati irregolarmente, altri perché rimasti all’interno del Paese con permesso di soggiorno scaduto (in genere permessi turistici). Non c’è, di fatto, nessuna possibilità di “spedirli a casa”, come testimonia il fallimento dei tentativi compiuti anche da chi pensava di essere capace di ottenere in tal modo chissà che risultati. E ciò è tanto più vero nella situazione attuale, di difficoltà aggiuntive per la mobilità causate dal coronavirus. Molti stranieri irregolari sono impiegati, irregolarmente, nelle case, nei campi, nei cantieri e questa situazione non fa bene a nessuno. Sono 600.000? Nessuno lo sa davvero, ovviamente, si tratta di stime, frutto di buone elaborazioni su informazioni di base fragili e insufficienti. Probabilmente sono di meno, anche significativamente. Ma il dibattito sulle stime non cambia nulla nella sostanza del problema.
Secondo: da oltre dieci anni l’Italia finge di non aver bisogno di una regolazione ordinata e continua degli ingressi per lavoro. A partire dal 2009, con la scusa della crisi economica prima e dell’insufficiente ripresa poi, non si sono più autorizzati flussi di ingressi regolari in Italia, preferendo affermazioni apodittiche (“ingressi zero”!, “prima gli italiani”) e procedendo con eccezioni e concessioni (per stagionali, permessi studio etc.) finalizzate ad evitare ogni rumore sul tema. Ma senza una costante e trasparente organizzazione degli ingressi in Italia per lavoro è fatale incappare periodicamente nella necessità di sanatorie. E’, come dire, ineluttabile. E si farà anche stavolta, nonostante i visibili mal di pancia dovuti a problemi elettoral-narrativi. Lo farebbe chiunque, se fosse al governo. Esattamente come nel 2003: la più grande sanatoria nella storia d’Italia è stata fatta dal governo Berlusconi con Maroni ministro del lavoro e Bossi ministro delle riforme, raccontando la fiaba “questa è l’ultima volta e la facciamo perché poi si chiude e non ci saranno più ingressi irregolari in Italia.”
Terzo: chi prende decisioni per la collettività dovrebbe avere un minimo di consapevolezza circa la questione demografica. Dal 2014 la popolazione totale diminuisce continuamente nonostante il contributo degli stranieri (via ricongiungimenti familiari e natalità). Nel giro di quattro anni abbiamo registrato un saldo negativo di mezzo milione di persone. Gli anziani sono aumentati ma la popolazione in età lavorativa tra i 20 e i 50 anni è diminuita di un milione di unità. E continueremo così, perché il tasso di fecondità (numero medio di figli per donna) si aggira attorno a 1,2 per le cittadine italiane e non arriva a 2 nemmeno per le cittadine straniere residenti in Italia. Non c’è nessuna politica della famiglia che possa cambiare in tempi medio-brevi questo stato delle cose. Molto del futuro dell’Italia si gioca sulla capacità di integrazione di persone di origine straniera. La sanatoria, in questo quadro, è una necessaria soluzione contingente ma non basta ad indicare una convincente direzione di marcia.

In passato lei si è occupato anche dell’occhialeria nel Bellunese, un’attività che ha praticamente azzerato l’emigrazione nelle nostre valli. Oggi, secondo i dati del 2018 della Camera di commercio, l’imprenditoria bellunese ha esportato beni in Cina per 203 milioni di euro di cui 115 riferiti all’occhialeria. Qual è il quadro economico-sociale che ci dobbiamo aspettare in provincia di Belluno e più in generale nel Veneto per il dopo-coronavirus?

È facile concordare sul fatto che digerire questa pandemia sarà, per l’Italia, un’operazione molto complessa e non indolore. Il lock-down ha determinato perdite ingenti, dal lato della produzione e dal lato dei consumi: tutte le previsioni, per quanto incerte per definizione, suggeriscono una contrazione dei livelli di attività economica assai rilevanti e sintetizzabili in una dinamica del prodotto interno lordo che potrebbe risultare prossima al -10% sull’anno precedente. I massicci interventi, normativi ma soprattutto con sussidi economici (Cassa integrazione, allungamento della Naspi, bonus per molte categorie di autonomi e per specifiche situazioni, come gli stagionali) attenuano l’impatto sui redditi dei lavoratori che sono stati investiti dal lock-down ma certamente non lo annullano. Chi è in Cassa integrazione subisce comunque perdite di reddito rilevanti (si arriva anche oltre il 40%, dipende dal livello dello stipendio) e soprattutto si sono drasticamente ridotte le opportunità per chi stava cercando lavoro o per chi stava per essere assunto, in modo particolare nel settore turistico. L’Osservatorio di Veneto Lavoro sta pubblicando regolarmente ogni quindici giorni un aggiornamento assai tempestivo sulla dinamica occupazionale in regione: consente un preciso confronto tra ciò che sta accadendo quest’anno, nel corso del tempo segnato dal coronavirus, e ciò che era accaduto nello stesso periodo l’anno scorso. Nel 2019 tra febbraio e i primi di maggio c’era stato un aumento di oltre 30.000 posti di lavoro, dovuto ad una modesta espansione dell’economia e soprattutto alla fisiologica stagionalità (apertura delle attività turistiche per la primavera/estate); quest’anno c’è stata una contrazione di oltre 20.000 posti di lavoro in seguito soprattutto al blocco di assunzioni e proroghe: la differenza rispetto a quanto sarebbe stato logico attendersi anche quest’anno è pari ad oltre 50.000 posti di lavoro che mancano all’appello. E anche per la provincia di Belluno possiamo proporre il medesimo confronto: nel 2019, tra febbraio e i primi di maggio, il saldo occupazionale complessivo era risultato pari a -2.600 (il segno negativo è dovuto alla fisiologica chiusura della stagione turistica invernale), nel 2020, per lo stesso periodo, il saldo è stato pari a -4.300 posti di lavoro. Vuol dire che l’epidemia ha impedito la nascita o accelerato la cessazione di circa 1.700 posti di lavoro.
Ora siamo all’avvio di un ritorno alla normalità, che ci auguriamo avvenga senza nuove interruzioni. Cambieranno senz’altro diverse cose, tanto nella composizione della struttura produttiva quanto nella composizione dei consumi. Soprattutto ne uscirà accelerata l’incorporazione, nelle nostre vite quotidiane, di modalità di lavoro e di consumo che si appoggiano alle tecnologie digitali. Con conseguenze finali che fatichiamo a intuire. Non credo si interromperanno i processi di globalizzazione: correzioni, revisioni, inciampi quanto si vuole, magari anche tentativi (o presunzioni) di maggior governo, soprattutto degli effetti collaterali negativi. Ma penso impossibile una drastica e duratura retromarcia: la globalizzazione è il destino dell’umanità, l’immateriale – la conoscenza in primis, ma anche i capitali – non sopporta i confini fisici, gli scambi rimangono essenziali.

Quali sono, a suo giudizio, i tempi tecnici dell’industria per un ritorno ai livelli economici del dicembre 2019 ovvero prima della diffusione della pandemia?

Se dobbiamo basarci su quanto accaduto con la doppia crisi precedente (crisi finanziaria internazionale del 2007-2008 e connessa crisi dei debiti sovrani del Sud Europa del 2011-2012) le previsioni non possono essere che preoccupanti. Ci sono voluti circa sette anni per tornare stabilmente ai livelli del 2008 in termini di pil a valori correnti e se scorporiamo l’inflazione dobbiamo dire di non esserci ancora riusciti. Adesso gli scenari che girano indicano in tre anni il tempo minimo necessario per recuperare i livelli di reddito 2019 in termini nominali (ci torneremo quindi nel 2022) ma senz’altro ce ne vorranno di più – quanti è azzardatissimo dirlo – per recuperare in termini reali. Molto dipenderà da come va il mondo, oltre che l’Italia. Perché si sa che l’export di merci e l’import di turisti sono fondamentali per le nostre produzioni.

Come si possono valutare gli interventi finora effettuati per sostenere il sistema produttivo?

Come già nel 2009, i primi interventi predisposti sono stati a sostegno dei posti di lavoro (soprattutto con la Cig) e dei redditi di alcune categorie colpite. In termini quantitativi si tratta di interventi significativi. Siamo ben lontani, fortunatamente, dall’America: il Welfare qui è una roba seria, anche se non fa miracoli. Ci si può interrogare su equità, completezza e tempestività degli interventi predisposti. Ma si tratta di ragionamenti che non si possono fare genericamente e sinteticamente, sul modello delle dichiarazioni, francamente risibili, di chi annuncia che “bisognerebbe azzerare la burocrazia”. Un punto mi pare evidente: l’emergenza mette a nudo le debolezze complessive di un sistema (la macchina pubblica ma anche il grado di sofisticazione delle organizzazioni private) perché non consente che esse siano bypassate con il ricorso al volontarismo e all’esigenza di fare tanto, fare presto, fare bene. Se le procedure sono farraginose, l’informatizzazione dei processi scricchiolante, gli standard mal definiti (definizioni, classificazioni), le banche dati incomplete o non aggiornate, non si può pretendere, nel momento del massimo e improvviso bisogno, che tutto funzioni a pallino: ci saranno inevitabilmente buchi, ritardi e ingiustizie. Se ne abbiamo voglia, l’emergenza ci ha fatto vedere ancora meglio ciò che non va su tanti versanti e che meriterebbe di essere aggiustato o rifatto.
La partita più complicata è senz’altro quella del sostegno al sistema produttivo. Obiettivo fondamentale delle politiche a favore delle imprese è necessariamente quello di evitare che crisi di liquidità e rotture del ciclo dei pagamenti contagino un numero crescente di imprese provocandone il fallimento o inducendone la chiusura ben oltre i processi naturali di selezione e di turnover. E’ l’ “effetto domino”, magistralmente descritto da Romolo Bugaro nell’omonimo romanzo, la situazione da evitare assolutamente. Qui ancora non siamo in grado di capirci molto. Il primo intervento definito in aprile (“Decreto liquidità”) in fase di attuazione ha rivelato serissime problematiche: la triangolazione Stato-banche-imprese è contrassegnata da atteggiamenti precauzionali che si nutrono di diffidenze e sospetti ben oltre il dichiarato. Il megaintervento di questi giorni (“Decreto rilancio”) speriamo abbia miglior sorte ma allo stato attuale è invalutabile. L’auspicio è che faccia dimenticare i tempi lunghi che sono stati necessari per la sua gestazione.

Secondo Micro-Media è la spesa per interessi che manda in disavanzo lo Stato italiano. Ora, per far fronte alla crisi indotta dalla pandemia, lo Stato sarà costretto ad emettere nuovi titoli di debito che saranno acquisiti dalla Bce e innalzeranno la spesa per interessi. Probabilmente il sistema metterà a rischio la nostra competitività. A suo parere è percorribile la strada dell’annullamento parziale dei debiti pubblici detenuti dalla Bce come proposto su “Le Monde” da due economisti, Laurence Scialom e Batpiste Bridonneau (Università Paris-Nanterre)?

Il disavanzo dello Stato è provocato da uno squilibrio tra le entrate e le spese. E’ un artificio contabile dire che è provocato dall’una o dall’altra delle voci di spesa a meno che non si voglia indicare una spesa sopprimibile, giornalisticamente: “uno spreco”. Difficile sostenere che gli interessi siano uno spreco: forse lo sono state le spese che nel passato hanno portato all’ammontare gigantesco di debito pubblico che ci caratterizza. Ma ormai sono state fatte e non possiamo farci niente. Certo nell’attuale situazione lo Stato si sta ulteriormente indebitando e questo comporterà crescita degli interessi e, più complessivamente, difficoltà serie per la finanza pubblica che emergeranno già alla fine di quest’anno. Ora il massimo sostegno ci sta venendo – nei fatti – dalle istituzioni europee: in particolare metà del debito pubblico italiano è, per nostra fortuna, in mano della BCE e ciò è la più forte garanzia contro l’esplosione degli interessi. Ma è chiaro che dovremmo pensarci e provvedere. Lo chiede l’equità intergenerazionale ma anche l’esperienza da noi vissuta proprio in questa emergenza: uno Stato serio non dovrebbe essere così sprovvisto di munizioni finanziarie nel momento del bisogno, pagando il prezzo di averle dilapidate in passato. Quanto alle proposte di annullamento dei debiti pubblici, tralasciando le questioni tecniche, non si può non porsi un paio di domande: si tratta di un parto indolore? Ma se è così, perché non lo facciamo ripetutamente – e senza aspettare l’emergenza – così da poter tornare a indebitarci con tutta tranquillità? Il sospetto è che non sia indolore…

(rdn)

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