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Silvia Romano libera e la questione geopolitica che non si può dire

Silvia Romano, la 25enne milanese che 17 mesi fa è andata in Africa per aiutare i bambini rimasti orfani è libera e sta bene. Questa è la cosa più importante ora, perché il lieto fine della vicenda non era per nulla scontato. La ragazza, infatti, avrebbe potuto essere venduta dai suoi rapitori e sparire per sempre.

Silvia si laurea a febbraio 2018, all’Università Ciels di Milano, una scuola per mediatori linguistici per la sicurezza e la difesa sociale con una tesi sulla tratta di esseri umani. Parte come cooperante per il Kenia, dove era già stata, con una piccola Onlus di Fano, l’Africa Milele (che significa Africa per sempre) che ha il progetto di realizzare una casa orfanotrofio per 24 bambini orfani di entrambi i genitori. Ma il 20 novembre 2018 nel villaggio di Charcama (o Chakama) a circa 80 Km dalla capitale Nairobi, nella contea di Kilifi viene rapita a scopo di estorsione. Gli esecutori materiali sono dei criminali comuni, una banda di 8 uomini armati, di cui tre saranno poi arrestati. Le indagini stabiliscono che la ragazza è stata venduta a un gruppo islamista legato al Al-Shabaab e trasferita in Somalia. Il 9 maggio Silvia Romano è libera, grazie alla triangolazione dei servizi segreti italiani con quelli somali e con gli 007 turchi, previo pagamento del riscatto di 4 milioni di euro.
Quello che è successo in tutti questi mesi di sequestro non lo sappiamo. Se non da ciò che dice la stessa Silvia Romano: “Mi sono convertita all’Islam, è stata una mia libera scelta, non c’è stata costrizione, non ho subito alcuna violenza”. Per ora non sappiamo nemmeno se si tratta di autentica conversione oppure sia accaduto quello che viene definita “sindrome di Stoccolma” dove la vittima s’innamora del suo carceriere.

La vicenda ora divide in due l’opinione pubblica e la politica. Con la sinistra che sostiene al 100% la giovane cooperante italiana partita per aiutare il prossimo e la sua “libera” scelta di abbracciare l’Islam. E la destra che, pur condividendo il lieto fine, prende le distanze. I 4 milioni di riscatto, infatti, sappiamo che non saranno impiegati per comperare caramelle ai bambini, ma finiranno per alimentare l’integralismo islamico. Con la conseguenza che ogni italiano potrebbe diventare un obiettivo strategico per incassare il riscatto.

Ma la religione, la conversione, è solo lo strato superficiale di una questione molto delicata che ha a che fare con la geopolitica e gli interessi strategici. Dove un Occidente che fa capo agli Usa “esporta democrazia” a scapito dei Paesi islamici. Le due Guerre del Golfo, le Primavere arabe che hanno messo a ferro e fuoco e destabilizzato il Nord Africa, l’eliminazione di Gheddafi. In questo complicato scacchiere, c’è in qualche modo la partecipazione dell’Italia, visto che apparteniamo all’Alleanza atlantica e “ospitiamo” una sessantina di basi Nato nel nostro territorio e contribuiamo anche con circa 6mila nostri soldati in missioni all’estero.
E’ evidente che la storia può avere varie narrazioni, a seconda della prospettiva in cui la si voglia inquadrare.
E allora, se guardiamo l’Occidente dalla sponda Sud, gli “esportatori di democrazia” altro non sono che eserciti di occupazione. La religione, nella sua forma integralista, altro non è che il catalizzatore e il detonatore di tutta una serie di rivendicazioni. E dunque, se il fondamentalismo riesce a far presa anche su giovani occidentali liberi, che volontariamente vanno a combattere in prima linea e muoiono per un ideale di libertà, non c’è da stupirsi se una giovane donna tenuta in ostaggio per mesi, possa rivedere l’intero impianto così come ci è stato narrato nella sponda Nord. Ma parlare di questo non è politicamente corretto.

Roberto De Nart

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