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sabato, Ottobre 24, 2020
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Pandemia, filosofia e religione. Intervista al professor Samuele De Bettin

Samuele De Bettin, cinquant’anni, comeliano di Costalta (BL), si è laureato in filosofia all’università Ca’ Foscari di Venezia sotto la guida del prof. Giuseppe Goisis. Docente di ruolo di filosofia e storia nei licei, insegna attualmente al Liceo scientifico E. Fermi di Pieve di Cadore e al Liceo artistico di Cortina d’Ampezzo. E’ membro della sezione bellunese della Consulta di bioetica onlus. Agli interessi filosofici e storici unisce da diversi decenni l’impegno per la valorizzazione della cultura locale, ladina in particolare, come membro del Gruppo Musicale di Costalta. E’ uno degli animatori del circolo culturale “Stua Cultural Giovanni De Bettin”.

“L’idea che questa pandemia finirà presto sfida la microbiologia”, ha detto Mike Osterholm, autore di un nuovo studio condotto dal Cidrap dell’Università del Minnesota. Marc Lipstich, epidemiologo della Harvard School of Publich Health, altro firmatario dello studio, ha ipotizzato che questa pandemia durerà probabilmente dai 18 ai 24 mesi.
Professore, lei come vede la tenuta psicologica della popolazione sottoposta a un regime prolungato di distanziamento sociale? E se vi siano risposte diverse rispetto a grandi città, periferia e montagna.

Spinoza ha dato della tristezza e della letizia due definizioni speculari che sono un capolavoro di sintesi e chiarezza geometrica: la tristezza viene definita come il sentimento che nasce dalla percezione di un passaggio da una perfezione maggiore ad una minore. La letizia è ovviamente il sentimento opposto. In questo momento ci troviamo evidentemente nella prima condizione. Tuttavia vorrei aggiungere che le parole di Spinoza sottolineano la dimensione che potremmo definire “relativa” di questa situazione emotiva: maggiore è il grado di perfezione – il livello di benessere che abbiamo raggiunto, spesso con fatica e a costo di enormi sacrifici – maggiore sarà il grado sofferenza che siamo chiamati a subire. Insomma “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria.” Il valore relativo di questo comune sentire però credo debba essere interpretato anche in modo più esteso. Se guardiamo alla situazione economica mi sento di condividere pienamente una riflessione (purtroppo anonima) che mi è capitato di leggere recentemente in una pagina Facebook. Si criticava, seppur pacatamente, l’espressione “siamo sulla stessa barca” sostenendo che siamo nella stessa tempesta, ma non sulla stessa barca, la mia può affondare la tua no o viceversa. In questo momento, come dipendente di ruolo dello Stato, mi sento un privilegiato, il mio lavoro è semplicemente cambiato, ma lo stipendio arriva regolarmente, anzi, non dovendo sostenere spese di viaggio ho anche la possibilità di risparmiare. La mia compagna è invece una delle tante lavoratrici autonome che stanno pagando un prezzo altissimo per questa crisi rischiando di vanificare i sacrifici di una vita. È evidente che il livello di “tristezza” non è minimamente paragonabile. Come ovviamente la reclusione forzata e il distanziamento sociale sono vissuti molto peggio dai giovani, per non parlare delle famiglie in crisi in cui la convivenza risultava complicata anche prima della pandemia. Trovo un po’ meno significative le differenze tra città e montagna, anche se la vita nelle zone rurali può presentare dei vantaggi e la chiusura apparire meno claustrofobica.
Le conseguenze temo siano pesanti, non solo dal punto di vista personale ma anche a livello sociale. Temo, ma ci sono già delle preoccupanti avvisaglie, che la segregazione finirà per accentuare la frustrazione personale e la relativa ricerca del capro espiatorio e generare una guerra tra poveri. Nascono sentimenti di sfiducia: nella politica (non sarebbe questa una novità!), nella scienza che appare impotente, nel prossimo in genere. La condizione di oggettiva disuguaglianza economica a cui facevo riferimento sopra non può che accentuare il tutto. Un po’ la condizione dei capponi di Renzo. Solo che rischiamo di sbranarci da soli prima di finire in pentola.

Sull’origine della pandemia vi sono due correnti di pensiero. Quella di un virus che abbia scavalcato la specie partendo dai pipistrelli. E l’altra che vede i laboratori come possibili responsabili. Supponiamo sia vera la seconda. Esiste un limite invalicabile nella ricerca?

La questione è di enorme complessità e non può esaurirsi in poche righe. Provo comunque ad abbozzare una risposta. Anche in questo caso ricorro all’aiuto di un altro grande filosofo, nonché scienziato, del Seicento. Mi riferisco a Blaise Pascal. Fisico e matematico tra i maggiori del sua epoca, ritengo le sue riflessioni propriamente filosofiche particolarmente illuminanti per il tempo che stiamo vivendo. Agli albori della modernità che avrebbe condotto l’umanità in pochi secoli al dominio della tecnica, il filosofo francese è stato in grado di cogliere la natura limitata della condizione umana in tutte le sue espressioni. Limiti del “senso comune”, dove l’uomo di fronte all’impossibilità di risolvere i problemi relativi alla morte, al dolore e alla miseria si è ridotto, per vivere felice, a non pensarci, a vivere una vita dove il “divertissement” è spesso l’unico meccanismo di difesa, perché altrimenti non sarebbe in grado di affrontare il futuro. Viene da sé tuttavia che spostare – divertire – il problema non può essere l’unica risposta esistenziale a meno che non si pensi di poter vivere azzerando la mente e stordendoci con distrazioni effimere ed evanescenti. Limiti della teologia, incapace di dimostrare con la ragione i propri dogmi a partire dalla stessa questione dell’esistenza di Dio (su Dio possiamo solo scommettere). Ma soprattutto ha sottolineato i limiti della scienza. Quest’ultima infatti ha la propria forza paradossalmente proprio nella sua debolezza, dal fatto di apprendere dai propri errori e crescere grazie ad essi, dal fatto di aver a che fare solo con verità parziali, con affermazioni che possono dirsi scientifiche solo se sono falsificabili (Karl Popper). La protagonista del romanzo “Rumore bianco” (1984) dello scrittore statunitense Don De Lillo chiede di sottoporsi ad un protocollo sperimentale che riguarda uno psicofarmaco in grado di inibire la paura della morte. Inutile dire che l’esperimento fallisce. Evidentemente alla scienza aveva chiesto troppo. La scienza si basa esclusivamente su un pensiero razionale – “geometrico” – che andrebbe però controbilanciato da l’”Esprit de finesse”, ovvero dalla dimensione emotiva dell’uomo. Quello che Pascal nel Seicento non poteva immaginare era che con il tempo si sarebbero evidenziati limiti nella capacità dell’uomo di controllare i meccanismi estremamente complessi messi in atto dallo sviluppo tecnico-scientifico stesso. Per venire alla sua domanda non credo che la questione sia se la ricerca scientifica debba o meno avere un limite. Questa questione presuppone che la tecnica sia uno strumento moralmente neutro nelle mani delle scelte dell’uomo. Mi rendo conto che questa visione sia molto diffusa, soprattutto tra gli stessi scienziati. Su questo punto tuttavia le mie riflessioni si richiamano a quei filosofi, mi riferisco a titolo esemplificativo a Martin Heidegger, Günther Anders, Emanuele Severino, i quali, pur con sfumature diverse, ritengono che l’uomo “abiti” la tecnica e ne subisca i condizionamenti. I limiti non sono qualcosa che possiamo imporre se non attraverso delle forzature legali e moralmente dubbie – non sono uno strumento, o se lo sono hanno un’efficacia modesta – i limiti sono una parte costitutiva della condizione umana. Rispetto all’uomo la tecnica appare dotata di leggi immanenti il cui controllo diventa praticamente impossibile. Günther Anders a proposito di questa asimmetria tra uomo e apparato tecnico ha coniato l’efficace espressione di “vergona prometeica”. Abbandonare l’illusione dell’onnipotenza umana garantita dal mito secondo cui “scientia est potentia” significa a mio avviso recuperare un rapporto che definirei più “umano” con la scienza e la tecnica stesse. Richiamando nuovamente Pascal, l’uomo è fragile come una canna, ma è una canna pensante, consapevole della propria condizione. La miseria e la grandezza dell’uomo stanno in questo. Ci sono tuttavia molti segnali positivi in questa direzione. Prendiamo lo sviluppo recente della medicina palliativa: che cos’è se non la rinuncia all’onnipotenza di una tecnica che risolve qualunque problema, recuperando la dimensione della relazione e affiancando allo spirito della geometria lo spirito della finezza? Una medicina che chiede al medico e all’infermiere di essere, oltre che tecnici esperti, compagni di viaggio, cirenei che aiutano a sopportare la sofferenza che inevitabilmente accompagna l’uomo nell’ultimo tratto del cammino della vita. Una medicina che recupera fortemente la dimensione etica che sembrava ridotta a sterile digressione da anima bella. Pensiamo a quanto questo aspetto relazionale, empatico, sia importante in questo momento dove molti pazienti sono morti e purtroppo continuano a morire in isolamento e in solitudine rendendo ancor più straziante il commiato. Riallacciandomi alla sua prima domanda direi che mai come in questo tempo avremmo bisogno di empatia, della capacità di condividere la sofferenza immedesimandoci, per quanto possibile, nella fragilità dell’altro. Questo è possibile solo recuperando la consapevolezza del limite. A quel punto credo che anche le questioni relative ad eventuali restrizioni alla libertà della ricerca scientifica finiscano in secondo piano.

Scuola. Recentemente un folto gruppo di studenti dell’ultimo anno delle superiori, hanno avanzato la proposta su Instagram e attraverso i media, per quest’anno scolastico, in considerazione dell’emergenza coronavirus, di togliere l’esame di stato e di attribuire il voto finale sulla base della media degli ultimi tre anni precedenti. Lei cosa ne pensa?

In questa situazione inedita qualunque soluzione meditata è degna di considerazione. Non nascondo le mie personali perplessità, condivise del resto da molti miei colleghi, sulla natura anomala di un Esame di Stato ridotto ad una semplice prova orale. Il rischio è che molte delle competenze acquisite non vengano valorizzate. Il problema è particolarmente sentito negli istituti professionali e in certi istituti tecnici dove la componente pratico-operativa è spesso caratterizzante l’intero percorso formativo. Un esame ridotto a un colloquio orale rischia effettivamente di limitare soprattutto quelle componenti propriamente costruttive e creative delle competenze maturate nel corso degli anni dallo studente. Per contro vorrei dire che l’esame di maturità (come si chiamava un tempo) conserva sempre quella componente di ritualità, di passaggio all’età adulta, con tutto il corollario di tensioni, aspettative, speranze e a volte delusioni. Va detto che già con la normativa attuale il 40% del punteggio finale è attribuito in base alle valutazioni degli ultimi tre anni di scuola. Da quanto dichiarato recentemente dal ministro Azzolina questa percentuale dovrebbe crescere fino al 60%, andando incontro, almeno in parte, alle richieste degli studenti.

Stato e Chiesa, diritto di culto e obbligo di distanziamento. Nei giorni scorsi i vescovi hanno alzato la voce per opporsi ai decreti dello Stato che impediscono di celebrare la messa. E’ la solita questione italiana mai risolta che ritorna?

Se per solita questione italiana intende una certa ingerenza dell’apparato ecclesiastico nelle questioni di natura puramente laica di esclusiva competenza dello Stato, direi che negli ultimi decenni ci sono stati molti cambiamenti: questi cambiamenti si sono verificati e sono in atto all’interno della Chiesa cattolica in quanto tale, si riscontrano nel rapporto tra la Chiesa (o per meglio dire le Chiese) e la società occidentale nel suo insieme, in ultima battuta anche nei rapporti tra Stato italiano e Chiesa. Al proprio interno la Chiesa sta vivendo una serie di crisi che potremmo definire senza esagerazione epocali. La secolarizzazione ha ridimensionato il suo peso po’ in tutti i settori della società civile e questo inevitabilmente l’ha costretta a rivedere anche la propria struttura interna. Una revisione che è stata direi timidamente e gradualmente elaborata e poi posta in essere a partire dal Concilio Vaticano II. Durante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II molti forse, di fronte al suo innegabile carisma, hanno pensato ad un ritorno ad una Chiesa potente che in qualche modo si proponesse nuovamente quale autorità morale. Tutto ciò era anche favorito dalla guerra fredda dove ad un mondo sovietico ateo si contrapponeva un occidente cristiano in cui la Chiesa conservava il suo posto fondamentale nell’organigramma sociale. Si trattava a mio avviso di una illusione e sono convinto che il primo ad esserne consapevole fosse lo stesso Wojtyla. Il suo celebre invito a spalancare le porte a Cristo sottintendeva che quelle porte fossero state evidentemente chiuse anche nell’occidente della “Morte di Dio”. Oggi la Chiesa sembra avere compreso la necessità di arretrare su posizioni più discrete rinunciando al ruolo di guida morale assoluta. Emblematica la posizione di papa Francesco sulla questione del proselitismo: non bisogna cercare di convertire le persone con le idee, la dialettica, che sono strumenti di persuasione tipici delle tecniche di marketing, bensì con la testimonianza, l’esempio. Una Chiesa che si pone come guida morale con la dottrina dei “valori non negoziabili” e che pretende di intervenire nelle questioni legislative ovviamente esiste ancora e le feroci critiche interne subite dallo stesso Pontefice ne sono una testimonianza. Assistiamo inoltre alla formazione di una sorta di Koiné dell’integralismo tradizionalista che utilizza gli strumenti comunicativi offerti dal Web per unire le proprie forze. Trovo molto più preoccupante un altro fenomeno a cui assistiamo da un po’ di tempo, ovvero la rinascita di una visione della religione come surrogato delle ideologie. Mi riferisco ovviamente a quei movimenti che possiamo definire sovranisti che tentano di riesumare una base religiosa come elemento identitario da utilizzare in uno scontro di civiltà. Una religione che si esibisce pubblicamente con rosari e invocazioni dei santi non è altro che un cadavere putrescente riesumato e imbellettato. Una mostruosità grottesca e blasfema. Politicamente molto pericolosa. Aggiungo tuttavia che queste voci non trovano molto ascolto all’interno della Chiesa.

Guerre, carestie, catastrofi naturali ed epidemie. Quali strumenti culturali abbiamo oggi a disposizione per fronteggiarle?

Dice molto bene: strumenti culturali in senso generale. Infatti non è sufficiente la scienza anche se da essa non è possibile prescindere ed è ovviamente il più potente strumento culturale del nostro tempo. Tuttavia viviamo in una società ipercomplessa e interconnessa che non può essere gestita con soluzione semplici di natura esclusivamente tecnica. A prescindere dal fatto che l’elenco che mi ha presentato non è esattamente nuovo. Teoricamente la civiltà attuale ha strumenti per far fronte in maniera più efficace a problemi che in altre epoche erano irrisolvibili. Sappiamo che potenzialmente potremmo sfamare tutta la popolazione mondiale e dobbiamo anche prendere atto che la globalizzazione ha tra i sui risultati positivi la riduzione della povertà. Potremmo, ma non ci riusciamo. C’è qualcuno che lo impedisce con una precisa e deliberata decisione? L’elenco che mi ha presentato dimostra ancora una volta il volto direi asettico della civiltà tecnologica: come per la fame nel mondo, avremmo veramente tutti gli strumenti tecnici e culturali per “tabuizzare” la guerra una volta per sempre, ma in pochi secoli come nel Novecento (e questo primo ventennio del terzo millennio non fa molta eccezione) l’uomo si è dimostrato “lo stesso della pietra e della fionda”. La tecnica in questo caso non ha fatto altro che moltiplicare la potenza sterminatrice dei conflitti. Per non parlare delle catastrofi naturali e delle epidemie che, se non proprio causate direttamente dall’uomo (ma pensiamo ai cambiamenti climatici), vedono nel mondo interconnesso una cassa di risonanza. La velocità di diffusione del Covid-19 nell’era del villaggio globale è lì a dimostrarlo. L’unica arma in mano all’uomo ritengo sia ancora il pensiero critico, che mai però come in questo momento è messo in crisi. Anche questo è un paradosso! Se pensiamo che il Web ci ha dato le chiavi dell’informazione universale, che ci consente di comunicare in tempo reale con il mondo intero (ci consente per esempio di continuare a fare scuola nonostante il lockdown), dall’altra parte vediamo degli incredibili effetti collaterali: un fenomeno come il movimento dei terrapiattisti sarebbe stato impossibile una ventina d’anni fa, perché un’idea così assurda sarebbe morta assieme al suo folle ideatore: non avrebbe avuto modo di diffondersi perché nessun editore sano di mente si sarebbe offerto di divulgare simili corbellerie. Nei fiumi carsici del Web idee come queste e altre molto più pericolose possono circolare e trovare adepti. La comunicazione via Web sta inoltre modificando radicalmente la stessa costruzione del pensiero politico mettendo in discussione la democrazia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi: negli Stati Uniti questo fenomeno è stato chiamato “Bubble democracy” per intendere il fatto che se il canale attraverso il quale un cittadino elettore si informa è solo quello del proprio smartphone, le proprie opinioni saranno inevitabilmente guidate dall’algoritmo che seleziona le preferenze degli utenti, facendoli entrare in contatto esclusivamente con informazioni in qualche modo “cercate” e assimilate senza contraddittorio. Insomma la fine della politica intesa come confronto dialettico tra idee diverse sostituita da uno scontro tra “bolle” ermeticamente chiuse con altre “bolle” dove la vittoria non arride all’idea migliore, ma semplicemente quella che si impone con maggiore forza. Se la cultura, come tratto caratterizzante dell’homo sapiens è stata una lotta per addomesticare le soverchianti forze delle leggi di natura, oggi deve cercare di fronteggiare altre leggi immanenti, quelle della “natura-artificiale”, ovvero dalla più alta creazione della cultura stessa: la tecnica. Il luogo deputato allo sviluppo del pensiero critico dovrebbe essere la scuola. Lavorandoci dentro posso dire che ci prova, ma sembra veramente una guerra contro un nemico troppo potente!

Epidemie e catastrofi sono state sempre trattate dalle religioni come ulteriore strumento di potere, punizioni inflitte all’uomo dal divino. Penitenze e rosari hanno ancora presa nella popolazione?

La domanda in realtà unisce due questioni che vorrei trattare separatamente. Per quanto riguarda l’immagine di un Dio che punisce l’umanità per le sue colpe, effettivamente ogni tanto qualche millenarista che ha sbagliato millennio lo si sente predicare da qualche emittente radiofonica o da qualche sito Web. Credo tuttavia che si tratti ormai di presenze residuali, buone solo per alimentare la Koinè tradizionalista di cui parlavo prima. Certo non nascondo che il Web possa essere un megafono buono per qualunque stupidaggine, trasformando idee folkloristiche in qualcosa di più insidioso. Questa questione può comunque suggerire qualche riflessione ulteriore. Ritengo che la visione di un Dio vendicativo, indubbiamente presente in molte pagine dell’antico Testamento, sia però piuttosto lontano dal cuore autentico della rivelazione giudaico-cristiana. Tralascio il riferimento al cristianesimo il cui messaggio su questo punto è di una profondità tale da smontare qualunque interpretazione millenaristica: la religione del Vangelo è la religione del Dio crocifisso, della sofferenza inferta a colui che non è colpevole di nulla. Ma se andiamo a quel capolavoro della letteratura di tutti i tempi che è il libro di Giobbe possiamo vedere un formidabile argomento contro la teoria della giustizia retributiva anche nell’antico Testamento. Il Giusto sottoposto a prove durissime per una scommessa tra Dio e Satana abbandona rapidamente la sua proverbiale pazienza scontrandosi con gli amici che lo invitano a chiedere perdono a Dio per le proprie colpe, perché solo così, a loro avviso, si spiegano le sofferenze di cui è vittima. Colpe che Giobbe in tutta onestà non sente di avere e reclama potentemente la gratuità del dolore e denuncia con forza anche a Dio l’insensatezza di tutto ciò che gli accade. Credo che il non aver compreso il lato “tragico” del messaggio biblico abbia poi portato la Chiesa a infilarsi in quel ginepraio di contraddizioni rappresentato dalla teodicea, cioè della giustificazione di Dio di fronte al male: se Dio è onnipotente e buono, unde malum?, da dove viene il male? È possibile ricondurlo ad una pena per una colpa commessa? Di quali colpe e di chi sono responsabili i bambini gassati ad Auschwitz? Va da sé che queste riflessioni tolgono qualunque fondamento all’idea della preghiera e della ritualità intese come azioni dotate di potere taumaturgico. Anche qui è facile ricordare l’episodio di Gesù raccolto in preghiera nel Getsemani che invoca l’aiuto del padre, aiuto che non giunge nemmeno di fronte allo scherno della folla “scenda dalla croce e gli crederemo!” Credo tuttavia che la critica ad un’idea di giustizia come retribuzione vada estesa all’intera modernità laica, in cui il diritto penale è ancora saldamente ancorato al paradigma di una giustizia punitiva – quando non apertamente afflittiva – come hanno dimostrato le pionieristiche ricerche di Michel Foucault e qui da noi recentemente quelle di Umberto Curi. Insomma se devo vedere all’opera il Dio degli eserciti è più facile trovarlo nel Codice Penale che nelle calamità naturali.
Altra cosa ritengo sia la preghiera e la ritualità intese come meditazione interiore o come sollievo per un lutto o per le sofferenze che si stanno affrontando. In questo caso non solo credo che meritino il dovuto rispetto, ma anche un riconoscimento pubblico, garantito del resto dall’art. 8 della Costituzione repubblicana.

(rdn)

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