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mercoledì, Ottobre 21, 2020
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Le proteste di Hong Kong: una vecchia storia di terreni, soldi e potere  * di Aldo Constantini

Hong Kong

Nonostante Hong Kong sia a circa 9.100 km, le proteste hanno suscitato anche in Europa forte attenzione e forse altrettanta considerevole confusione. Attenzione, poiché gli impulsi che hanno messo in atto le proteste di Hong Kong hanno la stessa genesi di quelli in atto con Brexit in Gran Bretagna, l’elezione di Trump negli Stati Uniti, i Gilet gialli in Francia, le richieste d’indipendenza della Catalonia in Spagna e del Veneto in Italia. La confusione si deve in gran parte ai media occidentali che hanno, per lo più, strutturato gli avvenimenti come una lotta per l’indipendenza e democrazia dei cittadini di Hong Kong nei confronti della Repubblica Popolare Cinese (PRC) quando invece la discussione sul posto tra le parti interessate in primis: governo, polizia e manifestanti di Hong Kong, riguarda cosa essi devono fare per trovare un compromesso che porti a risolvere i problemi economici che affliggono la città, bilanciando opportunamente gli interessi delle varie parti sociali.
Chi ha seguito l’evolversi delle proteste saprà che le cinque richieste dei manifestanti comprendono:
1) il ritiro completo della legge di estradizione (vedasi nota 1 a fondo pagina);

2) le dimissioni dell’attuale Chief Executive di Hong Kong, Carry Lam;

3) aprire un’inchiesta sull’uso della forza da parte della polizia;

4) il ritiro dell’accusa di rivolta e il rilascio dei manifestanti catturati;

5) l’elezione diretta, anziché come avviene ora per rappresentanza, del Chief Executive tramite suffragio universale.

Ad un attento esame, nessuna di queste richieste è rivolta al governo di Pechino e tantomeno ha come scopo l’indipendenza. Infatti, sono tutte richieste volte a cambiare l’assetto governativo e il modo di fare business della città, in particolare del governo e della polizia. Del resto, anche Pechino in tutti i suoi comunicati ufficiali in merito alla situazione a sempre ribadito che i problemi di Hong Kong sono suoi e spetta alla suo governo risolverli.
Per quelli che visitano la metropoli cinese, essa è l’epiteto di efficienza e funzionalità (vedasi nota 2 fondo pagina): l’aeroporto è moderno e collegato al mondo intero, i treni e i traghetti sono in orario perfetto, le regole sono semplici, chiare e applicate, il crimine è quasi assente. Però dietro questa maschera di efficienza, si nascondono
decenni di fallimento amministrativo che hanno portato ad una situazione economica insopportabile.
Nello specifico: sono alti i prezzi delle case (si parte da 10mila EUR/m2 con massimi di 55mila EUR/m2 in Central), stagnanti gli stipendi da più di vent’anni e sette corporazioni dominano tutti i settori dell’economia della città.
A Hong Kong è parere comune e consolidato che le radici della cause che hanno messo in moto le proteste siano riconducibili in primo luogo a un retaggio storico coloniale conclusosi nel 1997 con il ritorno della colonia di Hong Kong alla Cina, i cui effetti si sentono ancora oggi sulle istituzioni politiche; in secondo luogo su un modo di fare business della città centrato sulla speculazione immobiliare e restrizione dell’offerta di spazio abitativo con
conseguente innalzamento artificiale dei prezzi delle case; il terzo luogo a causa dell’agganciamento stretto della valuta di Hong Kong, ovvero il dollaro di HK (HKD), al dollaro americano (USD) e il “parcheggiare” di vaste somme di capitali internazionali nelle banche di Hong Kong, per esempio le pile di petrodollari Russi e Iraniani derivanti dagli embarghi imposti su queste nazioni; e per ultimo un’influenza straniera in città con scopi politici destabilizzanti per la Repubblica Popolare Cinese anziché costruttivi per Hong Kong.
E’ in questo contesto che i cittadini di Hong Kong hanno perso la fiducia nel loro governo e si sono resi attivi per difendere i reali bisogni della popolazione sia dalle grandi corporazioni locali, sia da quelle internazionali, sia da Pechino, oltre che da chiunque altro. Ecco perché sono scesi in piazza.

Aldo Constantini *

La prossima settimana seguirà un articolo sulle radici delle cause delle proteste.

*    Aldo Constantini  è nativo di Cortina d’Ampezzo, è un ingegnere e contract manager con esperienza di progetti di infrastruttura civile in Asia, Europa e Africa. Ha studiato, vive e lavora ad Hong Kong e Cina da 5 anni e occasionalmente espone analisi e punti di vista sul mondo Asiatico.

Nota 1 – La legge di estradizione e l’inizio delle proteste.  Una breve cronologia della proposta di legge d’estradizione incomincia nel febbraio del 2018, quando un giovane uomo di Hong Kong di 19 anni uccise la sua fidanzata di 20 anni incinta. L’omicidio avvenne in un hotel a Taiwan, dopodiché il giovane ritornò ad Hong Kong dove confessò l’assassinio. Hong Kong non ha un trattato di estradizione con Taiwan e poiché Taiwan ufficialmente appartiene alla Cina il reato tecnicamente avvenne nel territorio cinese, ma non essendoci un trattato di estradizione tra Hong Kong e Repubblica Popolare Cinese non vi è una chiara via legale per processare l’imputato. La soluzione ovvia fu quella di stabilire un trattato di estradizione tra Hong Kong e Repubblica Popolare Cinese, identificando diversi tipi di reato tra i quali: stupro, assassinio, rapimento, sfruttamento minorile, genocidio etc. che avrebbe permesso, a discrezione della Corte di Hong Kong l’estradizione.
Il 28 Aprile 2019 i protestanti scendono in piazza per evitare che il trattato di estradizione diventi legge, trattato che venne sospeso il 15 giugno 2019 e cestinato tre mesi dopo.

NOTA 2 – Dove e Cosa e’ Hong Kong. La Regione Speciale Amministrativa di Hong Kong (HKSAR) è una regione della Repubblica Popolare Cinese (PRC) situata a ad est del delta del Fiume delle Perle, nella costa sud della Cina e confinante con la regione del Guangdong.
Hong Kong è una delle città più ricche e dinamiche al mondo con un PIL di USD 491 miliardi (circa USD 65.000 pro capite); occupa una superficie di 1104 km quadrati, ospita una popolazione di 7.483 milioni di persone (92% di etnia Cinese Han e 8% altri) con una densità di 6.777 Pax/km2.
Le lingue ufficiali sono il Cantonese (non il Mandarino) e l’Inglese; la valuta ufficiale è il dollaro di Hong Kong (HKD) emesso e indipendentemente controllato dalla Autorità Monetaria di Hong Kong (HKMA). Il controllo dell’immigrazione e dei passaporti è
indipendente da quello della PRC (il confine tra HKSAR e PRC viene trattato come un confine internazionale); ed i cittadini di Hong Kong possiedono il loro passaporto che viene accettato visa-free da ben 168 paesi.
Diplomaticamente Hong Kong all’ONU viene rappresentato dalla Repubblica Popolare Cinese (come anche Macau e Taiwan) ma unicamente detiene un posto suo indipendente al tavolo di molte altre organizzazioni sopra-nazionali incluse: APEC, WTO Tourism e WTO Trade, Asian Development Bank, Bank of International Settlements, International Monetary Fund, Financial Action Task Force, World Health Organisation, International Trade Union Confederaton, World Custom Organisation, World Meteorological Organisation, Universal Postal Union. Infine HK è membro dell‘International Olympic Committee e vanta una squadra olimpica, inno e bandiera indipendenti.
Militarmente Hong Kong non ha un suo esercito e dipende da Beijing per la sua difesa. Un contingente di 5000 soldati dell’Armata Popolare di Liberazione e’ alloggiato tra La Caserma Centrale di Admiralty, La Base Navale del’isola di Stonecutters e l’Areoporto militare di Shek Kong.
Con l’eccezione di diplomazia straniera e difesa, si può dire che HKSAR, per tutti gli intenti e scopi, è già ed agisce come uno stato indipendente.

 

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