
Il problema insorto a seguito della comparsa del Corona virus nella regione dello Hubei in Cina e sparsosi poi nel resto del mondo, induce ad una seria riflessione sulla sottovalutazione da parte del sistema produttivo del rischio biologico associato alla cosi detta “delocalizzazione”. In proposito abbiamo intervistato il dott. Carmelo Dinoto , medico del lavoro che segue decine di aziende con problematiche create dal Corona virus e che per decenni, in qualità di ufficiale medico dell’Aeronautica Militare con numerosi incarichi presso la Nato tra i quali anche quello di rappresentante nazionale presso il Defense Group of Proliferation (organismo preposto alla valutazione del rischio chimico, biologico, radiologico e nucleare della Nato).
Dott. Dinoto quale è l’importanza della valutazione del rischio biologico nella scelta di un sito produttivo anche alla luce della possibilità che possano esistere aree di rischio per diffusione virale o comunque biologica di agenti patogeni?
“Nell’ambito della scelta delle zone operative che devono essere teatro di reale o potenziale conflitto, tra le molte valutazioni effettuate dalla Nato vi è quella relativa al rischio biologico. Infatti dopo l’11 settembre 2001 nel Defense Group of Proliferation è stata implementata la parte di Intelligence sanitaria. Dal punto di vista strettamente operativo vanno valutate le incidenze di rischio legate agli armamenti della nazione o dei gruppi ostili che possono essere oggetto di attenzione da parte della Nato, ma vengono valutati e considerati con grande attenzione anche fattori ambientali. Ad esempio nella guerra dell’ex Jugoslavia, venne implementata una vaccinazione anti polio per il personale perché la zona era considerata endemica per un virus simile a tale malattia.
Personalmente ritengo che anche le attività produttive che vengono delocalizzate dovrebbero avere una strategia di verifica dei fattori di rischio ambientale, sanitario e sociale, (Intelligence biologica) senza adottare le opportune contromisure, perché altrimenti come è successo con la diffusione del corona virus, il rischio aziendale diviene elevatissimo dato che nella scelta della delocalizzazione si sono tenuti in conto solo fattori economici e non si sono adeguatamente calcolati i rischi biologici sanitari e sociali tanto che alla fine di quest’anno ci troveremo con una produttività grandemente ridotta e con un grave danno per le aziende stesse”.
Fabrizio Righes
