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lunedì, Marzo 1, 2021
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Scienza e sgretolamento delle vecchie certezze

Fino a pochi mesi fa si riteneva che i nostri neuroni non potessero moltiplicarsi dopo il raggiungimento dell’adolescenza e che quindi il nostro cervello andasse incontro ad un inevitabile declino per perdita dei neuroni con evidenti riflessi sul sistema cognitivo. Un lento o rapido scivolare nel declino mentale quindi.
Ciò era considerato un dogma della medicina. Ma pochi mesi fa una ricerca accurata e con l’adozione del metodo scientifico, ci ha permesso di sconvolgere tale paradigma. I neuroni si riproducono anche nel cervello di un novantenne!
Non è vero che il declino sia inevitabile.

Altri studi ci dicono che non è vero che non vi sia la possibilità di riconnettere terminali nervosi recisi da eventi traumatici, studi recenti ci dicono che tale possibilità non appartiene alla fantasia ma alla scienza (quante persone tetraplegiche potrebbero beneficiarne!) .
Ancora, si è sempre pensato che l’Alzheimer fosse una malattia degenerativa e inguaribile. Ma anche qui, studi di ricercatori qualificati, fuori dal coro della medicina ufficiale, ci stanno indirizzando verso una patogenesi del tutto impensabile fino a pochi mesi fa,  ossia quella dei batteri. Forse in futuro basterà un antibiotico per guarirla!
Da ultimo e più clamoroso è il fatto di aver messo in discussione il principio della morte neuronale. Se manca sangue al cervello questo inizia a morire dopo pochi minuti e i danni sono già irreparabili , dopo ore non vale più la pena di fare nulla, la morte è del tutto irreversibile.
Cosi si è creduto per lunghissimo tempo.
Poi, qualche mese fa, un gruppo di scienziati “pecore nere “ hanno deciso di verificare se tale assunto fosse vero.
Hanno preso delle teste di maiale mozzate e dopo quattro ore dalla morte (!) hanno sottoposto i cervelli a perfusione con un liquido che è in grado di sostituire il sangue e si sono accorti che i cervelli erano tutt’altro che morti!

Come può succedere?
Perché la scienza alle volte percorre pervicacemente la stessa strada rivelatasi senza uscita, senza cercarne altre?

Bisogna tirare in causa due fattori. Uno è il cosiddetto effetto gregge. Quando uno scienziato di chiara fama afferma un assunto e lo introduce in un testo che poi viene usato per la preparazione di altri scienziati, questi non ne mettono più in dubbio la veridicità.
Vanno tutti dietro al montone, anche se il montone va dalla parte sbagliata!

La veridicità non viene più messa in dubbio (di qui il secondo fattore) perché il farlo potrebbe costare caro in termini di carriera e di raggiungimento di posizioni importanti nell’ambito scientifico.
In proposito scriveva Harold William Tillman, grande scalatore ed esploratore: “ L’avversione per i sentieri battuti è prova di un intelletto indipendente, anche se tale indipendenza può a volte rivelarsi molto cara”.

In un notissimo istituto pubblico di ricerca italiano si sussurrava tra i dipendenti che era importante non scoprire nulla di nuovo, perché questo avrebbe creato problemi a chi dirigeva, dando spazio ai sottoposti che avevano realizzato la scoperta, o messo in difficoltà l’istituto di fronte a possibili contestazioni. Entrambe le cose non tollerabili dalla direzione. Così si finiva per ricercare solo su cose già note.
Per mandare avanti la scienza allora ci vogliono le “pecore nere ”, ricercatori che non si accontentano delle teorie venerate ma ne cercano altre. Quelli per i quali tutte le teorie sono rispettabili, ma nessuna può impedire di averne un altra.

Fabrizio Righes

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