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Bosco delle castagne, la cerimonia in memoria dei partigiani impiccati. Massaro: “Educazione alla cittadinanza significa anche memoria”

Belluno 10.03.2019  –  Il 10 marzo di 74 anni fa, 10 partigiani vennero impiccati per rappresaglia al Bosco delle Castagne. Questa mattina, come ogni anno, si è tenuta la commemorazione nello stesso luogo dove avvennero i tragici fatti del 1945. Ecco il discorso ufficiale tenuto dal sindaco di Belluno Jacopo Massaro. E di seguito l’intervento di Monica Emmanuelli,  direttrice Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione. A fondo pagina, quanto scrisse Aldo Sirena nel suo libro “La memoria delle pietre”.

“Tra due giorni avremo l’onore di ospitare a Belluno il Capo dello Stato, il Presidente Sergio Mattarella, ed è un’occasione di particolare significato e di particolare orgoglio per noi, non soltanto perché avviene a distanza di 16 anni dall’ultima visita, ma anche soprattutto perché il Presidente della Repubblica è innanzitutto il garante della nostra Costituzione, ed è particolarmente importante ricordarselo oggi, visto che i principi ispiratori della nostra carta costituzionale sono nati in tutti quei luoghi in cui è stato versato del sangue o è stata tributata della sofferenza per la lotta di liberazione.
La nostra Carta Costituzionale, i suoi valori, sono nati nel Bosco delle Castagne, come in tantissimi altri luoghi sparsi in tutta la nostra penisola. La visita del nostro Presidente della Repubblica sarà l’occasione per sottolineare l’estremo legame che vi è tra la Carta Costituzionale, fra chi la rappresenta, e la nostra comunità, che è necessariamente legata ai valori costituzionali, proprio per la nostra storia che non dobbiamo certamente dimenticare.
Particolarmente gradita è la figura della persona Sergio Mattarella, che è persona che nella Costituzione crede veramente, una persona che la Costituzione l’ha studiata, l’ha insegnata e l’ha fatta applicare in ogni giorno della sua vita, e lo ha fatto con un atteggiamento che rifugge il clamore, e che mette in luce invece una grande laboriosità.
Lo sottolineo perché queste sono caratteristiche tipiche delle persone di montagna, in particolare dei bellunesi: la silenziosità e la operosità. Noi lavoriamo, operiamo, ci prendiamo cura della comunità e lo facciamo senza clamore, e il nostro Capo dello Stato incarna i valori cui noi siamo legati, valori di tipo umano e non soltanto costituzionali.
Vorrei che cogliessimo l’occasione della visita del Capo dello Stato, che avviene a due giorni dalla celebrazione del Bosco delle castagne, due fatti così legati tra loro nonostante sembrino tanto diverse come celebrazioni, per sottolineare e ribadire quanto sia fondamentale oggi l’idea che dobbiamo affacciarci al futuro guardando sempre di più e rafforzando sempre più l’educazione alla cittadinanza, l’educazione allo stare insieme, l’educazione ai principi costituzionali che ispirano la nostra carta costituzionale; l’educazione al rispetto della vita umana e della sua dignità.
Sono valori che ogni tanto abbiamo perso per strada, e io credo che un approccio di superficialità, su cui talora radica una tentazione probabilmente neofascista, derivi proprio dalla mancanza di questi valori di educazione alla cittadinanza.
Educazione alla cittadinanza significa anche memoria: la memoria del nostro patrimonio identitario, dei nostri valori, ma soprattutto della nostra storia da cui noi discendiamo e deriviamo
Abbiamo un enorme bisogno di recuperare la nostra memoria, di mantenerla e, soprattutto, di trasmetterla alle future generazioni.
Mi piacerebbe che questa incidentale coincidenza tra la celebrazione del Bosco delle Castagne, per noi tanto importante come patrimonio identitario, storico e valoriale, e la visita del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ci servisse proprio a questo: non solo a celebrare, ma a ricordarci la nostra storia, e quanto importante sia trasmetterla ai nostri figli e ai nostri nipoti.
Questo è l’impegno che tutti noi, che siamo convenuti qui oggi proprio per ricordare il tributo di sangue che è stato dato per la nostra libertà, dobbiamo assumerci di fronte al capo dello Stato”.

Discorso di Monica Emmanuelli – Direttrice Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione

“A tutti gli antifascisti, alle donne e agli uomini che oggi hanno deciso di partecipare al ricordo dei dieci partigiani che qui persero la vita 74 anni fa.
L’evento del Bosco delle castagne che commemoriamo trasuda ferocia e odore di supplizio ancora prima dell’epilogo funesto; il 10 marzo 1945, al recapito 67, per i Partigiani non c’è tempo di gioire per un’azione riuscita contro i Tedeschi, perché una rappresaglia incombe sul movimento di liberazione come nuvole cariche di grandine, stroncando l’euforia.
Un tragico corteo con dieci uomini prelevati dalle caserme Tasso e D’Angelo fila verso il bosco, accompagnato dai suoi carnefici; respiri che si interrompono più volte, sovrastati dalla tristezza e dalla paura.
Una delle vittime, immobile a causa delle torture e delle violenze subite nel periodo di detenzione, è sdraiata su una scala sostenuta da quattro compagni di lotta; da mesi, le sue grida scavavano nella memoria cittadina: “cari compagni, mandatemi del veleno che non resisto più” aveva chiesto Mario Pasi “Montagna”, definito dal poeta Tobino “il più bel italiano di mezzo secolo”, una manciata di parole scritte storte a matita e che la partigiana Giovanna Zangrandi ricorda nel suo diario, aggiungendo che fino all’ultimo barlume non le avrebbe mai dimenticate. Fruscii pesanti di corda, cupi volteggi, colli lunghi, teste reclinate, funi tese, alberi scheletrici, poi il silenzio; piedi sospesi, terra, un freddo sfumato da brume, il respiro della morte e un gelo luttuoso ammantano lentamente il movimento partigiano bellunese.
Lì, tra la natura innocente, per scoraggiare ogni tipo di resistenza, in una storia firmata dai nazisti penzolano corpi, ciondolano piedi. Renzo, un ragazzino di Bolzano Bellunese e che all’epoca aveva 12 anni, ricorderà per tutta la sua vita la voce di uno degli impiccati che, poco prima della morte, aveva chiamato la mamma, evocando così il tepore di un ambiente domestico per sempre annullato di una casa e degli affetti che i Partigiani e le Partigiane avevano lasciato per seguire la strada della montagna, per la lotta contro il nazismo e fascismo.
Anche per chi è nato dopo il 1945, dopo la Liberazione, la necessità di una memoria antifascista permane; la necessità di ritrovarsi, di guardarsi negli occhi e di capire che qualcuno prova ancora l’urgenza di ricordare, di accarezzare con il pensiero i volti delle vittime del nazifascismo e del fascismo, tornando sui luoghi in cui sono stati smorzati gli ideali di pace, libertà, uguaglianza, offesi dalla guerra e dalle sue atrocità, che avevano ridotto uomini e donne a numeri assemblati in una fredda contabilità bellica.
Ricordare, evitando inutili e spesso dannose agiografie, significa recuperare storie che hanno coinvolto e diviso intere comunità nella loro non banale quotidianità; storie che ereditiamo con il lascito morale della conquista della pace, della libertà, di una democrazia e di una carta costituzionale.
Qui nel bosco delle castagne non sono morti i signori Bertanza, Boni, Bortot, Candeago, Cibien, Como, Fiabane, Pasi, Santomaso , ma sono scomparsi Porthos, Nino Carnera, Fiore, Mino, Penna, Rampa, Montagna, Franco e, strettamente collegato ma fucilato in caserma, Giuseppe.
Sono morti dei Partigiani, ragazzi, giovani uomini, combattenti per la libertà che, spinti dal desiderio di costruire e di migliorare il futuro, hanno compiuto uno slancio generoso, impegnando tutti sè stessi e le proprie vite fino all’ultimo sacrificio.
La loro memoria, quindi, non va solo conservata, ma va difesa nella sua integrità; ritrovarsi su questi luoghi laicamente sacri significa partecipare alla vita democratica del proprio Paese, prendere coscienza dell’inerpicato percorso che la pace, la libertà e la democrazia hanno affrontato per potersi realizzare; significa mettere in discussione sè stessi, interrogarsi sulla banalità del male e ricordare quanti, in prima persona, hanno agito per un bene non solo comune, ma anche futuro, di ricostruzione del proprio paese e su quanto di quei progetti ed ideali – ahimé – ci siano ancora degli aspetti rimasti in sospeso, in parte inattuati, in parte persi, in parte ancora in pericolo.
La pace, la libertà e l’uguaglianza sono conquiste quotidiane che vanno salvaguardate con un impegno in prima persona; le destre illiberali purtroppo stanno avanzando in molti paesi, fomentando divisioni e alimentando gli egoismi nazionalistici, i razzismi, l’esclusione invece della solidarietà, sfruttando le debolezze conseguenti alla crisi economica e ad una presunta mancanza di prospettive.
Mi preoccupa l’intensificarsi di posizioni antidemocratiche che spesso si richiamano al fascismo, sminuendone le pesanti responsabilità e cercando di legittimarlo.
Nell’attuale contesto storico credo sia poco probabile la ricostituzione di un fascismo e di un nazismo come quelli che leggiamo nei libri di storia o vediamo nei documentari in tv, ma secondo me non è da sottovalutare l’avanzare di una politica che per certe convinzioni gli si avvicina, aggiornando argomentazioni e metodi comunicativi, proponendo come unica soluzione la logica di un uomo solo al comando.
Lo studio e la conoscenza possono però contribuire ad acquisire quegli antidoti utili non solo ad identificare i pericoli che potrebbero intaccare i principi democratici e la convivenza civile, ma anche ad attuarne rimedi, attraverso una forte, sottolineo forte, promozione culturale, tutelando e diffondendo una formazione di cittadinanza attiva e democratica.
La conoscenza e la consapevolezza, unite al piano legislativo e giudiziario, sono senza dubbio strumenti adeguati per combattere i rigurgiti neofascisti, razzisti e antidemocratici.
Ma, come la memoria, tali strumenti vanno coltivati e alimentati quotidianamente, con passione e competenza, per poter essere efficaci. Partiamo già da oggi, raccontando a chi incontreremo e che non era qui con noi stamattina la storia dei dieci partigiani impiccati al Bosco delle Castagne: sarà una prima, piccola azione di condivisione di ideali e di speranze, perché noi che siamo qui abbiamo già iniziato a percorrere questa strada di coscienza civile.
Viva la pace, la democrazia e la libertà.
Viva anche, ricordiamolo, la nostra Resistenza e la resistenza dei Partigiani e delle Partigiane ”

Strage nazista del Bosco delle Castagne
In quella livida mattina del 7 marzo 1945 i nazisti che si recarono al poligono di tiro alla periferia di Belluno vennero colti da ira furiosa quando videro i due grandi cartelli situati in prossimità delle sagome di tiro.
Su questi cartelli dei manifesti in lingua tedesca ironizzavano e incitavano i militari tedeschi alla ribellione, ma ancora di più si infuriarono vedendo i due grossi cerchi rossi con una fotografia di Hitler al centro e la scritta in grossi caratteri cubitali sempre in rosso: “ZIGKLT GUT” (mirate bene).
Subito i militari si precipitarono sul posto per eliminare l’ignominia senza rendersi conto che il sito era stato minato e dalla relazione riportata poi sul bollettino dei partigiani, risulta che un ufficiale, due sottufficiali ed un militare tedesco persero la vita, mentre fra i quattordici tedeschi rimasti feriti, altri quattro morirono in seguito.
Immediata la rappresaglia nazista, il maggiore Schroeder comandante del battaglione omonimo formato da altoatesini, chiese al tenente Karl comandante della gendarmeria tedesca di Belluno di poter impiccare cinquanta partigiani detenuti.
Solo dieci vennero concessi da Karl, in quanto non disponeva di cinquanta partigiani incarcerati e molti di quelli catturati non erano ancora stati interrogati.
Così Schroeder si dovette accontentare e radunati i dieci martiri si incamminò col suo battaglione in assetto di combattimento verso il Bosco delle Castagne, una modesta altura che sovrastava il poligono di tiro e la città di Belluno.
Fra le dieci vittime si trovava pure un medico di Ravenna Mario Pasi (Montagna), al quale venne poi conferita la medaglia d’oro.
Questo medico era stato torturato brutalmente in carcere, una gamba si era ridotta in cancrena e per le sofferenze atroci era riuscito ad inviare all’esterno del carcere un biglietto sul quale c’era scritto: “Cari compagni mandatemi del veleno. Non resisto più”, tanta era la sofferenza.
Alle vittime vennero legate le mani dietro la schiena e a piedi vennero scortati fino al colle ad eccezione di Montagna che impossibilitato a camminare per la cancrena lo caricarono su una Topolino fino alla base del colle, poi requisita una scala lo fecero sdraiare su questa e quattro partigiani, a cui vennero slegate le mani, obbligati al trasporto sul sentiero che si inerpicava sul colle; sull’ultimo ripido tratto venne fatto trasportare sulla schiena da uno dei patrioti.
A Mario Pasi i tedeschi negarono il permesso di scrivere un ultimo biglietto alla famiglia e pure la richiesta di essere fucilato anziché impiccato.
Tutto poi si svolse in pochi minuti e i tedeschi rientrarono in caserma immediatamente, ma in caserma un certo maresciallo Jabel si accorse che era stato impiccato per errore un partigiano di nome Giovanni Cibien al posto di Giuseppe Cibien, allora portò quest’ultimo sul piazzale della caserma e lo fece fucilare immediatamente.
Questi i nomi dei martiri: Mario Pasi (Montagna) , nato a Ravenna il 21 luglio 1913, medico.
Santomaso Giuseppe (Franco), nato a Belluno il 25 novembre 1920, imbianchino.
Bortot Francesco (Carnera), nato a Belluno il 15 ottobre 1921, operaio.
Boni Marcello (Nino), nato a Perarolo (BL) il 21 gennaio 1921, maestro elementare.
Bertanza Pietro (Portos), nato a Villanova (BS) il 12 novembre 1925, autista.
Como Giuseppe (Penna), nato a Trichiana (BL) il 16 settembre 1925, contadino.
Fiabane Ruggero (Rampa), nato a Valmorel (BL) il 5 luglio 1917, contadino, boscaiolo, operaio
Cibien Giovanni (Mino), nato a Trichiana (BL) il 25 maggio 1925, contadino, operaio.
Candeago Guido (Fiore), nato a Sedico (BL) il 19 novembre 1921, operaio.
Ioseph, soldato francese sconosciuto da una ricerca potrebbe essere Bruno Felktircher o nome simile, ma non si ha la certezza. infine Cibien Giuseppe nato a Trichiana (BL) il 17 dicembre 1917, contadino, fucilato nella caserma D’Angelo dopo che i tedeschi si accorsero che al suo posto era stato impiccato il partigiano Cibien Giovanni.

(Fonte:”La memoria delle pietre” di Aldo Sirena)

 

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