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Nikolajewka, 73mo anniversario. La testimonianza di chi c’era: l’assalto di Vittorio De Biasi con la gallina appesa al cinturone

Nel 73mo anniversario dell’assalto di Nikolajewka, pubblichiamo l’intervista del 2003 a Vittorio De Biasi di Tisoi, reduce di Russia, andato avanti, come dicono gli alpini, un anno e mezzo fa.

Vittorio De Biasi
Vittorio De Biasi

“Questo è il mio pranzo e la mia cena” disse al suo comandante – il maggiore Bracchi – che gli chiedeva stupito cosa se ne facesse di una gallina appesa al cinturone sul campo di battaglia.

Era l’alba del 26 gennaio del ’43, prima dell’assalto decisivo a Nikolajewka, quello che avrebbe aperto il varco per la ritirata dalla Russia. Se lo ricorda bene quel giorno Vittorio De Biasi, classe 1921, Secondo Battaglione Genio Alpini della Divisione Alpina Tridentina, posta militare n.201. Chiamato alle armi il 21 gennaio del ’41, viene assegnato al IV Reggimento del II Battaglione Genio Alpini di Bolzano, dove effettua i primi sette mesi d’addestramento. Quindi la partenza per il fronte orientale il 22 luglio del ’42.

“Il mio reparto del Genio Alpini – ricorda Vittorio De Biasi – aveva il compito di preparare i campi minati anticarro, i camminamenti e le trincee. Poi siamo stati aggregati al Battaglione Vestone, comandato dal maggiore Bracchi. Quello che mi disse di pensare a salvarmi la pelle, quando vide la gallina appesa al cinturone. Ma era da un mese che non arrivavano più i rifornimenti e sapevamo benissimo che per mangiare dovevamo arrangiarci. Ed anche il popolo russo, che non ci è mai stato ostile, non disponeva di molto cibo. Ricordo che mangiavano semi di girasole arrostiti nel forno. E le provviste le nascondevano sottoterra, fuori delle casbe, coperte da paglia”. Vittorio parla di 109 superstiti su 650 commilitoni, partiti con lui il 22 luglio del ’42 con il Corpo d’Armata Alpino. Il secondo Corpo di spedizione di 57 mila Alpini facenti parte dell’Armir, l’Armata italiana in Russia. NikolajewkaE la gallina, riuscì a mangiarsela dopo l’attacco a Nikolajewka? “Non ricordo se ci siamo mangiati proprio quella o un’altra. L’attacco cominciò alle 7 del mattino e proseguì fino alle 4 del pomeriggio, senza riuscire a sfondare le linee nemiche. Abbiamo quindi dovuto ripiegare ed il generale Reverberi, comandante della Divisione Tridentina ci fece allora il famoso discorso che pressappoco diceva:”Se volete ritornare in Italia, bisogna attaccare in massa”. E tutti quanti rispondemmo ITALIA, ITALIA, dichiarandoci pronti ad accettare ogni rischio, anche la morte, pur di tornare a casa. Molti di noi – prosegue Vittorio – erano addirittura senz’armi, ma all’ordine di attacco si buttarono dalle colline intorno a Nikolajewka. Una gran massa di soldati che giocò un ruolo decisivo sui Russi, che preferirono ripiegare sui fianchi lasciandoci libera la strada per il ritorno a casa. Seguì l’ordine di abbandonare tutti gli equipaggiamenti superflui e di rimanere solo con gli abiti che avevamo addosso, fucile e munizioni. Per la verità, ci fu anche chi abbandonò le armi durante la ritirata, per correre meno rischi, perché in genere i russi non sparavano sui soldati disarmati in ritirata”. Lei il fucile se l’è tenuto? “Si, il moschetto l’ho versato quando sono arrivato a Udine, dopo 850 km a piedi, ma con gli stivali russi in panno due numeri più grandi. Ricordo che un mattino di fine febbraio 1943 arrivammo a Tarvisio e ci lasciarono proseguire solo la sera, col buio, per non farci vedere alla popolazione come eravamo ridotti”! Cosa è successo dopo l’8 settembre? “Eravamo a Bressanone, dopo la licenza di un mese a casa. I tedeschi ci hanno fatto consegnare le armi, ci hanno fatto salire sui camion e ci hanno portato ad Innsbruk. E dopo averci dato la notizia che Mussolini era stato liberato, ci dissero che potevamo proseguire la guerra al loro fianco”. E lei cosa fece? “Dopo quello che avevo passato in Russia non avevo nessuna intenzione di combattere ancora. Così mi mandarono prima in un Campo di concentramento e poi a tagliare legna ed a costruire una falegnameria. Finché fui assegnato a dei contadini nei pressi di Kirken dove rimasi fino al 24 gennaio del ’45. A liberarci arrivarono i Russi, che ci portarono in Polonia a visitare i forni crematori del Campo di sterminio di Lublino. Il 26 settembre del ’45 ci dissero che ci avrebbero mandati in Italia per mezzo dei nostri alleati americani. E nell’ottobre del ’45, ero finalmente a casa”.
Roberto De Nart

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