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giovedì, Ottobre 29, 2020
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Un Remì in carne ed ossa

dolomiti-3Lo scorso week end mi son concessa una delle mie solite gite fuori porta in montagna: sono andata da amici a C*. Vista sulle vette, aria pulita, sole splendido. Arrivo di sabato in tarda mattinata e c’è in programma un’escursione per il pomeriggio. Una robetta semplice da un’oretta. In paese c’è festa, in occasione di Hallowein che si festeggia anche qui forse un po’ controvoglia degli anziani e con l’entusiasmo invece dei più piccini. La sera come per molti dei miei amici che vengono qui per il w-e ristorante locale e passeggiatina post abbuffata di cibo.
Di sera per le strade in questa stagione non c’è molta gente, fa già freddino, l’aria è pungente spira un vento tagliente giù dalle vette.

L’altra sera era proprio così ed allora abbiamo deciso di chiuderci in un bar e berci qualcosa. Tutto tranquillo: siamo lì a prenderci una bevanda calda digestiva e antifreddo quando ci capita un gruppo di “disturbatori” ragazze e ragazzi travestiti da fantasmi e da streghe e roba simile tipica di teen ager in vena di “scherzetto o dolcetto”. Si avvicinano al banco prima e ad alcuni avventori poi. Scherzano, hanno delle trombe con cui fanno un rumore assordante. Infastidiscono, ma a pensarci bene sono giovani e, come si dice spesso, hanno ragione a divertirsi spensierati. Uno di questi è vestito da montanaro DOC, calzoni alla zuava di velluto, camicia a scacchi, scarponi da trekking, bretelle colorate. Che c’entra? ci diciamo sorridendo – con Hallowein? lo guardiamo meglio da vicino, mentre va verso la mia amica che è un po’ ritrosa e, a causa del freddo, si è rintanata alle spalle degli altri amici. Sta nel gruppo della serata delle streghe: ma che ci fa vestito così? Ci pare un po’ fuori luogo… Pare un Remì gigante, proprio quello dei cartoni animati che vedevo da bambina in TV. Mi decido a chiederglielo e lui nemmeno mi risponde. Capisce che gli sto parlando, ma non mi degna di una parola…
Sarà il solito carattere burbero di voi montanari – dico agli amici – Antonio che è nato qui a C* si arrabbia e mi fa il verso, ironizzando sulla mia origine dalla Bassa Padana. C’è qualche schermaglia tra di noi, ma alla fine si torna a brindare e a scherzare. Chi non sorride mai invece è il ragazzotto montanaro che si è ordinato una birra e la beve con calma seduto al bancone.
La moglie di Antonio mi dice di averlo riconosciuto: è un tipo strano che vive di solito su in una baita su in vetta e che sta solo almeno per dieci mesi l’anno. Il resto sta in paese ma non si sa di preciso dove abiti: va qua e là per bar e osterie. Sì – ma insisto con gli amici – non ha una famiglia? Una moglie? Dei figli?
Quando lo guardo bene vedo che sì e no avrà 25 anni. Ancora giovane per una famiglia. Poi la mia amica riprende il filo del discorso che aveva interrotto per andare a ritoccarsi il trucco (lei è un tipo…prestato alla città) e mi dice che conosceva bene la sua famiglia. Un padre guardaboschi morto sotto una frana; madre anziana oggi ricoverata in città a B*. Lui sarebbe un bel giovanotto, ma si trascura, si lascia andare e soprattutto alza il gomito troppo spesso.
Le amiche vestite da strega lo provocano: lui abbozza un sorriso, ma poi si incupisce di nuovo dentro la sua birra.
Torniamo alle nostre chiacchiere e dopo una mezzoretta ce ne andiamo.
L’indomani mattina, mentre mi prendo il primo caffè sul terrazzo di casa dei miei amici ospiti, lo vedo uscire dal bar della piazza e avviarsi verso il sentiero fuori paese. Rifletto tra me e me sui tipi della montagna, sulla montagna di un tempo che era fatta di fatica e isolamento. Ora invece poco più in là passa un megaSUV strombazzante e l’eco su dalle cime ne moltiplica il suono fino a farlo sembrare un boato. Il Remì della mia infanzia si gira e fa un versaccio al conducente del SUV…
Chissà, forse era meglio la sana, vecchia montagna della gente semplice di un tempo, senza l’invasione della modernità.

Bruna Mozzi

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