
A fine febbraio, il Consiglio della Camera di Commercio di Belluno, ha deliberato la fusione con la Camera di Commercio di Treviso. Per parte nostra, si è trattato di una decisione presa con rammarico ma, anche, nella consapevolezza che questa fosse – alla luce del vigente quadro normativo – la sola possibilità
Con la legge 114/2014, infatti, l’Esecutivo ha previsto la progressiva riduzione del diritto camerale che le imprese corrispondono annualmente. Una riduzione pari al 35% per il corrente anno; che salirà al 40% nel 2016 e al 50% nel 2017.
Con queste premesse, già nel 2016 non solo mancherebbero le risorse per sostenere l’attività promozionale a favore delle imprese, ma sarebbe impossibile garantire la stessa attività istituzionale dell’Ente.
La volontà del governo appare chiara: così come per le province, si intenderebbe riorganizzare l’intero sistema camerale per puntare – attraverso fusioni e accorpamenti – all’ottenimento di economie di scala capaci di liberare risorse a favore delle imprese. Mantenendo, nello stesso tempo, un presidio nel territorio che – nel caso dell’integrazione Belluno-Treviso – dovrebbe tener presente la specificità del territorio bellunese.
Una scelta analoga è stata deliberata da Rovigo e Venezia che – non appena il Ministero dello Sviluppo Economico, acquisito il parere della Conferenza Stato Regioni, avrà completato l’iter amministrativo – daranno vita a un’unica Camera di Commercio.
Una scelta, quella assunta a Belluno, sofferta ma inevitabile. E solo il futuro dirà se è stata lungimirante e se la nuova realtà sarà in grado di dare adeguate risposte alle numerose e crescenti esigenze delle nostre imprese, in tema di internazionalizzazione e di innovazione.
L’inevitabilità della scelta, tuttavia, non cancella le perplessità e i dubbi che si sono manifestati fin dall’inizio. Belluno e Rovigo sono le due strutture più deboli del sistema camerale veneto, e la loro decisione era pressoché obbligata.
Tuttavia, se l’obiettivo era davvero quello di realizzare una grande economia di scala e un’alta progettualità, perché non si è spinto verso la realizzazione di un unico soggetto camerale di livello regionale, nel quale – tra l’altro – Belluno avrebbe potuto meglio valorizzare la sua specificità montana?
Ancora, si può essere certi che il programma di contrazione dei diritti camerali sarà rispettato? E non è legittimo ipotizzare – per le provincie interamente montane – la costituzione di un fondo integrativo che, supplendo ai tagli dei diritti camerali, permetta a queste camere (pur caratterizzate da un limitato numero di imprese) di mantenere la loro autonomia operativa?
Sono interrogativi che l’Appia, nel corso della riunione del Consiglio camerale, ha posto all’attenzione di tutti. Con l’obiettivo di mantenere aperta la possibilità – al maturare di determinate condizioni – di riconsiderare la scelta operata.

