Probabilmente tra un po’ di anni saremo qui a scrivere di un inutile consumo del territorio che si è verificato a gennaio del 2015 con la distruzione del biotopo umido di Levego, per far spazio ad un’area industriale. Mentre abbondavano i capannoni sfitti o invenduti nell’hinterland bellunese.
Il danno oramai è fatto, certamente a fronte di ineccepibili autorizzazioni e carte bollate.
Peccato per tutti quei simpatici inquilini sfrattati senza preavviso. Ovvero le gallinelle d’acqua, la nitticora, il cannareccione, i fanelli, il gheppio, i cervi, i caprioli, i tassi, il rospo comune, il rospo smeraldino, l’ululone dal ventre giallo, il biacco. E altre specie che nel biotipo umido di Levego avevano trovato il loro habitat ideale.
Gli esperti sostengono che per ricreare quell’area naturalistica, il bosco igrofilo e quella biodiversità la natura impiega circa un ventennio. Un’area di pregio, insomma, con la sua valenza paesaggistica che se ne è andata.
Nella foto: un’alzavola morta raccolta a Levego
