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La performance di Mario Tomè, sabato in Crepadona

Questa sosta non è un orto –performance di Mario Tomè per Dolomiti Contemporanee, a cura di Gianluca D’Incà Levis – Palazzo Crepadona, Belluno, 16 giugno 2012

La performance sospesa di Mario Tomè nel Cubo dura quasi tre ore. Dopo aver condotto la cassa, due metri per uno e cinquanta, ad alcuni metri d’altezza, pilotandola dall’interno, trazionata su la coffa sospesa, con sta t-shirt a rigoni (marinaio! per un attimo quasi un bivacco nautico), trazionata su attraverso un sistema a paranco, tomè vi si è accomodato, scomparendo al suo interno, e tacendovi a lungo, bello fermo, quieto (forse).

Avrebbe dovuto parlare (forse), si pensava. interagire parlando, leggendo. di montagna, del salire. invece zitto, quasi immobile nel ventre della cassa inchiodata grezza imbragata sospesa (due fettucce verdi smeraldine da tue tonnellate, un golfaro da 5KN, piastra distributrice e diversi aggeggi distributivi e bloccanti e ascensori e discensori), zitto e fermo, a lungo.

E sotto, diverse reazioni, atteggiamenti, modalità d’attesa, aspettative e frustrazioni e agi e spazientimenti, nella pubblica arena.

Ad un certo punto, una rada pioggia: Tomè lascia cadere una serie di bigliettini, sui quali ha scritto alcune parole. non sta dormendo quindi, sta lavorando. alcune persone raccolgono i bigliettini, li leggono, scambiano (alcune persone scambiano qualcosa; altre scambiano sguardi circospetti, due, incerte, si offendono quasi per la procedura inusuale, cercano un suggeritore a ferssura). tomè scrive dall’interno della cassa, e disegna, da sotto invisibile. scendono alcuni piccoli acquerelli, con i profili abbozzati di montagne e costoni e creste e diedri. le parole descrivono alcuni frangenti particolari, o scenari, spesso problematici, che si incontrano scalando, o temi, o aree o campiture fisichementali (alcune delle brevi frasi, in stampatello: ESCURSIONI NATURALISTICHE; CHIODI A PRESSIONE PER SICUREZZA; ROCCIA MARCIA; GOLA BLOCCATA; RIPIDISSIMA FRANA). siuazioni e sensazioni e pensieri di un salitore in sosta. le persone nel Cubo reagiscono in vari modi. alcuni corrono ad accaparrarsi foglietti e disegni, e metton via, voraci concupiscenti, le tracce griffate d’artista. uno pare un collezionista sceso adesso da basilea, ghiotto, ne intasca dieci. altri, meno possessivi, leggono, e poi rimettono a terra, a disposizione. c’è chi vorrebbe rubare, e chi ruba, e chi, frettoloso, si lamenta della lentezza della performance. chi si siede a terra, guarda/pensa/beve il prosecco, e chi sta in piedi ritto, ad aspettare qualcosa. chi sa cosa fare. chi non sa assolutamente cosa fare, come e cosa guardare; la performance infatti, in generale, che cos’è? è una proposta di ritemporalizzazione, libera, non un esame attitudinale o uno spettacolo a gettone, cristoillorodio. cosa c’è mai da attendere, messianicamente? un esito? una conclusione? un’affermazione? a qualcuno sorge imbarazzo, invece d’un flusso personale, perchè NON SI SA LA FINE, e per alcuni non sapere la fine è una paura (gli ancestri anticontemporanei). e invece nessun plot. non c’è nessun petardo da esplodere. mica uno spettacolo: una performance sospesa. forse tomè si addormenta per 10 minuti, e questo è bene. a un certo punto, intuiamo, col piede urta una bottiglia d’acqua sul fondo della cassa: un esile rivo irrora la moquette del Cubo, l’arco composto cattura un poca di polvere sospesa nell’aria.

Gianluca D’Incà Levis

Il tempo è fluido, nello spazio del Cubo. ad un certo punto scrive alcune frasi su un foglio strappato da un taccuino, lo appallottola, lancia su il suo messaggio su carta nella cassa sospesa. chissà che diavolo c’era scritto, nel messaggio di paolo. lo sa tomè. tomè lo sa.

Gianluca D’Incà Levis

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