Pochi sanno che tra il 1923 e il 1935 lavorò a Kosseir una consistente comunità di agordini, emigrati alle dipendenze della Società Fosfati che in quella località sulla costa egiziana del Mar Rosso aveva aperto delle miniere. Filiazione diretta della tradizione mineraria agordina e soprattutto dell’Istituto minerario di Agordo ad essa collegata, la “colonia” italiana contava circa cento persone, quasi tutte agordine. I nomi più frequenti erano Conedera, Parissenti, Chissalè, Follador, Farenzena, De Col, Bustreo, ed ancora Sorarù, Todesco, Pezzè, Pellegrini, Lena: insomma, un campionario di cognomi tipici agordini.
Ora quelle vicissitudini, dopo la mostra del 2006, sono raccontate in un bel volume (Agordini a Kosseir, 256 pagine, 18 euro), ricchissimo di fotografie recuperate dalle famiglie, edito da Agorà di Feltre, a cura di Ildo Pellegrini che proprio a Kosseir è nato nel 1934 dove è vissuto fino al 1952. La prefazione è di Loris Santomaso, il libro ha ottenuto il patrocinio di molti comuni dell’Agordino e contributi della Comunità montana, del Club Unesco di Rivamonte, del Comune di Taibon. Il primo italiano a Kosseir fu Ettore Cagnati di Tiser, perito minerario diplomatosi ad Agordo nel 1894. Partì nel 1899, lasciando la moglie e tre figli, ritornerà solo nel 1921. La vera svolta per Kosseir, che oggi ha 40 mila abitanti e all’epoca ne aveva 1200, risale al 1920 quando vi arriva un altro perito minerario, Riccardo Decima di Taibon, al cui nome è legato lo sviluppo della zona mineraria. Direttore tecnico, chiamerà a Kosseir molti agordini, e dopo i tecnici i medici, gli operai, le infermiere, gli insegnanti, i parroci, le ostetriche. Intere famiglie si trasferirono così in quella località dell’Egitto: prima il treno da Bribano, poi in nave da Trieste, ancora in treno per centinaia di chilometri, infine in auto per gli ultimi 200, su piste nel deserto. Un posto lontano, con collegamenti difficili vista l’epoca. Qui gli agordini vissero organizzandosi in comunità efficiente, con scuola e ospedale, con ritrovi e ristoranti, con bande musicali e battute di caccia, partite di calcio e di tennis, feste in famiglia, nascite e matrimoni. Un pezzo di storia dell’emigrazione bellunese che il libro racconta con dovizia di fonti e testimonianze dirette, lettere, documenti, registri aziendali.
Toni Sirena
