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martedì, Ottobre 27, 2020
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Prima la tassa sul deposito titoli che colpisce senza proporzionalità il pensionato e il miliardario. Ora la tassa sulle cause di lavoro. Il governo di centrodestra balla il bunga bunga e continua a bastonare le classi deboli

La manovra di Tremonti (decreto legge 98/2001) ha introdotto l’obbligo del versamento del “contributo unificato” anche per le cause di lavoro, già dal primo grado di giudizio: è una tassa odiosa da eliminare; la misura colpisce sia i dipendenti pubblici che privati (sono esentati solo coloro che hanno un reddito annuo lordo inferiore a 21.256 euro). Finora tutte le cause di lavoro erano esenti dal pagamento di questa tassa: un’esenzione giusta considerando che il lavoratore è parte debole di fronte alle aziende, una gratuità che è stata riconosciuta per poter meglio tutelare i diritti dei lavoratori di fronte all’arroganza del padronato. Già con la Legge Finanziaria 2010, il Governo aveva introdotto la tassa per i ricorsi in Cassazione, ma da oggi il versamento del “contributo unificato” diviene obbligatorio già dal primo grado di giudizio, una tassa che, se pur diversificata secondo il reddito del lavoratore e secondo il valore della causa, disincentiva un diritto fondamentale dei lavoratori: basti pensare che per impugnare un licenziamento si dovrebbero pagare, da subito, più di 500 euro. Dopo il Collegato Lavoro, che ha introdotto scadenze capestro per impugnare i licenziamenti e i contratti precari, il Governo si accanisce ulteriormente introducendo nuovi ostacoli: pagare una nuova tassa prima ancora di iniziare una causa. Il provvedimento, avendo effetto immediato, sta già procurando gravi danni ai lavoratori, con blocchi dell’avvio delle cause e le richieste di pagamento della nuova tassa. Con questo provvedimento il Governo vorrebbe rastrellare 103 milioni di euro sulla pelle dei lavoratori e dei precari in causa, un grave motivo in più per contestare e respingere una manovra finanziaria iniqua e ammazza diritti. fonte: http://www.usb.it/

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