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Intervista al comandante del 7mo Reggimento Alpini colonnello Paolo Sfarra

Col. Paolo Sfarra
Col. Paolo Sfarra

Pubblichiamo l’intervista al colonnello Paolo Sfarra, realizzata da Federica Fant prima del tragico attentato in Afghanistan nel quale hanno perso la vita quattro alpini del 7mo Rgt.

Da circa tre mesi i militari del 7° Alpini, che ha base a Belluno, si trovano in Afghanistan. Abbiamo chiesto al colonnello Paolo Sfarra, che comanda l’intero Reggimento come è la situazione e quali sono i punti critici della missione Isaf. Missione che si interessa del processo di estensione dei sistemi di sicurezza. Le attività di Isaf sono tutte in collaborazione con le forze armate e la polizia afghana. Il comandante Paolo Sfarra è partito da Belluno, con la Bandiera di guerra, il 27 luglio scorso ed ha risposto alle nostre domande dal Camp Lavaredo, sede del 7° in Afghanistan. Questa è la terza missione del 7° Alpini negli ultimi quattro anni. La base si trova a Bakwa, nella provincia di Farah, situata nella zona occidentale dell’Afghanistan. Nell’area del Regional Command West, gli alpini saranno impegnati fino a febbraio 2011 «in attività di supporto alle autorità afghane nell’incremento delle condizioni di sicurezza», aveva spiegato il colonnello Paolo Sfarra prima di partire. Con gli uomini e le donne del Settimo, che saranno circa la metà del reggimento, ci saranno una compagnia del 2º Reggimento genio di Trento e una compagnia del 7º Reggimento trasmissioni di Sacile. I primi tempi della missione del 7° sono stati segnati dall’incertezza del contingente italiano su come la popolazione lo avrebbe accolto. Prima di loro, infatti, c’era una base di americani. E questo poteva destare qualche attrito già in partenza. Commovente il racconto del salvataggio di un bambino di appena 25 giorni, arrivato alla base intossicato da una dose troppo forte di medicinale la settimana scorsa. Il 7° alpini, nella persona del suo comandante, è riuscito ad organizzare una missione di soccorso, che è andata a buon fine.
Come è stato l’arrivo al Regional Command West? «Direi normale, la maggior parte del personale del reggimento ha già svolto diverse operazioni fuori area ed in particolare in Afghanistan e quindi sapeva di massima già cosa lo attendeva; inoltre il fatto di trovare in teatro la brigata Taurinense, e quindi un ambiente ‘alpino’, ci ha sicuramente agevolato nelle operazioni di schieramento».
Quale è la percezione della gente di Bakwa e del Gulistan nei confronti del contingente italiano? Intendendo soprattutto la differenza tra gli italiani di adesso e gli americani che stavano nella stessa zona. «Posso dire che l’atteggiamento della popolazione al momento è di attesa, ci studiano e cercano di capire chi hanno di fronte. La maggior parte di loro non è scolarizzata, qui non ci sono radio o televisione e pertanto non sanno nulla dell’Italia, non la sanno nemmeno posizionare sulla carta geografica. La popolazione ha grandi aspettative nei confronti delle forze Isaf, aspettative che non è facile soddisfare in quanto non è immediato colmare il divario esistente tra l’Afghanistan ed il mondo occidentale. Nella nostra area praticamente tutti i villaggi sono privi di ogni servizio essenziale, non c’è ne luce elettrica ne acqua corrente, non esistono strutture che noi diamo per scontate quali la scuola e gli ospedali. Questo è il motivo per cui cerchiamo di muoverci con grande cautela ed attenzione, promettendo solamente cose che siamo in grado di mantenere nel breve periodo. Comunque alcuni piccoli progetti li abbiamo già iniziati e stiamo cominciando a raccogliere qualche successo».
Quali le maggiori difficoltà riscontrate sin d’ora? «Indubbiamente i maggiori problemi sono sul lato della logistica, le distanze nella nostra zona sono notevoli, distiamo circa 350 km da Herat, sede del Comando RCW (Regional Command West) e nostra principale base di alimentazione. Un convoglio sino in Gulistan può impiegare anche cinque giorni. Gli assetti aerei ci danno una grossa mano e la situazione sta migliorando, ma questa rimane sicuramente la nostra problematica maggiore».
Quanto è sentito il “sentimento del pericolo” dal 7° Alpini? «I rischi ci sono, è inutile negarlo, l’area che ci è stata assegnata è ancora lungi dall’essere stabilizzata: anche gli Alpini della Task Force sono stati coinvolti in scontri a fuoco, fortunatamente senza conseguenze. Malgrado ciò posso dire che il personale e’ sereno perché è conscio che tutte le attività vengono pianificate ed organizzate con grande cura, allo scopo di ridurre i rischi al minimo e di salvaguardare l’incolumità del personale. Dopo averli visti in azione sono orgoglioso dei miei Alpini, sono professionisti seri e preparati».
Ci sono già stati momenti critici? Può già raccontare qualcosa di particolare intercorso con la popolazione? Anche inerente all’attività Cimic o attinente? «Momenti critici ve ne sono stati diversi, tutti gestiti con serenità e professionalità. Sicuramente la giornata del 17 settembre resterà nella memoria del personale che opera a Bakwa. Lo scontro a fuoco che ha visto coinvolto il capitano Romani – a cui va il nostro ricordo – è avvenuto a pochi chilometri da noi, abbiamo potuto osservare l’azione degli elicotteri dalle postazioni della guardia. Poche ore dopo, inoltre, una nostra pattuglia è stata attaccata nei pressi della base. Vorrei invece ricordare un episodio che ha commosso tutti: alcuni giorni fa, presso la base del Gulistan, è stato portato un neonato di soli 25 giorni, intossicato dalla somministrazione di un medicinale per adulti. Le sue condizioni erano gravissime, il nostro ufficiale medico lo ha rianimato dopo un arresto cardiaco e lo ha ventilato per almeno tre ore per stabilizzarlo. Siamo riusciti a organizzare una missione di soccorso ed un elicottero ha prelevato lui e la mamma, era già notte, e li ha trasportati all’ospedale militare americano di Delaram. Ora sta bene, tra pochi giorni verrà dimesso e tutto il personale della FOB Ice (il nome della base in Gulistan), non vede l’ora di fargli festa».
A che livello è la nostalgia di casa da parte dei militari? «Io sono in teatro da più di due mesi, una parte dei miei soldati è qui da quasi tre e la nostalgia comincia a farsi sentire, ci sono sere che chiamare a casa e parlare con i bambini è veramente difficile. Comunque il tempo passa in fretta e quindi anche questa missione passerà. Un saluto a tutti da Camp Lavaredo, sede del 7° reggimento alpini in Afghanistan». Federica Fant

La Missione italiana in Afghanistan

Nella regione di Herat opera attualmente tutta la brigata Alpina Taurinense, guidata dal generale Claudio Berto, con il 2° Alpini di Cuneo, il 3° di Pinerolo, il 9° dell’Aquila, il 1° artiglieria da montagna di Fossano ed il XXX battaglione genio del 32° reggimento di Torino, cui si aggiungono i contributi di altre unità dell’Esercito (tra cui gli elicotteristi dell’Aviation battalion con i CH47, i Mangusta e gli AB412), dell’Aeronautica Militare (presente con una task-force di velivoli AMX, C130 e Predator), della Marina, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, per un totale di circa 3.500 militari, oltre ai contingenti di 10 Paesi amici ed alleati, tra cui Spagna, Lituania e Stati Uniti, per un totale di oltre 7.000 unità. L’area di responsabilità del Regional Command West, vasta quanto l’Italia del nord è suddivisa in tre settori, assegnati al: 2° reggimento Alpini (Task- Force North), 3° reggimento Alpini (Task-Force Centre), 9° reggimento Alpini (Task-Force South) e 7° reggimento Alpini (Task-Force South-East). Ciascuna Task-Force opera a partire da un certo numero di basi avanzate (dette ‘FOB’ – Forward Operational Bases) che consentono un controllo del territorio più capillare. Tutte le operazioni in corso sono orientate a favore della popolazione afgana e vengono condotte in partnership con le forze di sicurezza locali e i contingenti alleati. Il sostegno italiano alle autorità locali e l’attuazione di programmi di sviluppo, così come il collegamento con le organizzazioni internazionali, viene assicurato dal Provincial Reconstruction Team (PRT) di Herat, unità costituita dagli artiglieri del 1° da montagna di Fossano, con la presenza di funzionari della Farnesina.

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