Ospite dai soliti amici della montagna, siamo chiusi in casa per il maltempo e il freddo. Si prospetta un 25 aprile di pioggia e vento. Non solo qui tra le vette, ma anche in pianura e giù giù fino al mare, fino a Venezia.
“Come non pensare alla festa di San Marco che ci sarà lunedì”? esclamo a conclusione di una discussione su cosa fare domani. “Ma è la festa della Liberazione! Noi qui festeggiamo quella, dal lontano 1945” dicono i miei amici a gran voce.
Già perché il 25 aprile per noi qui a Nordest è una doppia ricorrenza: c’è chi vuole festeggiare il santo evangelista le cui spoglie furono avventurosamente traslate a Venezia nell’anno 828 da due leggendari mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. A Venezia lo si ricorderà di sicuro. Ma in tutta Italia, nelle piazze, nelle città e nei comuni si celebra la Liberazione di Milano dall’occupazione nazifascista, avvenuta il 25 aprile del 1945.
Eppure mentre i miei amici dicono che pur sotto la pioggia saranno in piazza a ricordare la Liberazione, io continuo a pontificare sul santo di Venezia. “E’ un santo che ne ha affrontate di avventure…da vivo e da morto – esclamo – pensate al percorso in nave da Alessandria per portare la sua salma e alla necessità di nascondere i suoi resti dai musulmani. E lo fecero celandoli sotto un carico di ortaggi e carne di maiale, perché i musulmani non si azzardassero ad ispezionare un simile carico. Prima di arrivare a Venezia, vicino alla città calabrese di Cropani, la nave si trovò in mezzo ad una tempesta. Le reliquie furono salvate grazie ad un intervento dei marinai cropanesi. Per questo motivo un pezzetto del corpo di San Marco, la rotula, è conservato nella chiesa di santa Lucia a Cropani, come simbolo di gratitudine per l’aiuto. Le reliquie restanti del Santo patrono della Serenissima sono oggi conservate nel’altare maggiore della Basilica di Venezia”.

Sono sin troppo didascalica coi miei amici che non nascondono di annoiarsi e attaccano, in particolare G* il meno giovane dei tre, a dire: “Qui abbiamo avuto episodi altamente dolorosi per la Resistenza, come quello del 14 settembre 1944, del 1º maggio 1945, che costò la vita a 17 civili inermi a Fiammoi, quello del 10 marzo 1945, quando 10 partigiani furono impiccati al Bosco delle Castagne, e quello del 17 marzo 1945, quando 4 partigiani furono impiccati ad altrettanti lampioni di piazza Campitello (poi ribattezzata, in ricordo di questo evento, piazza dei Martiri); la sera della stessa giornata il vescovo Girolamo Bartolomeo Bortignon, incurante dei pericoli, si recò in piazza per baciare e benedire le salme dei partigiani…” Lo interrompe bruscamente la moglie, la mia amica A* che gli dice che da anni ripete sempre le stesse cose e che è ora di finirla che la ricorrenza della Liberazione non deve significare esaltare i partigiani e che anche loro han fatto la loro parte di violenza, han sparso sangue e seminato il terrore”.
I due cominciano a litigare e M* mi dice: “Ecco ci risiamo: adesso cominciano come ogni anno in questa occasione: non riusciamo a metterli d’accordo.”
“E certo perché non si deve stare o da una parte o dall’altra ma riconoscere i torti e le ragioni di entrambi: la Resistenza? Siamo in molti ormai a definirla una guerra civile…” insisto io.
Ascolto un altro po’ la coppia che continua su quel tono acceso e mi arrivano pezzi di conversazione molto animata: “ Ma poi il 26 aprile 1945 fu ordinata la mobilitazione generale partigiana, che portò ad aumentare la dotazione di armi e alla liberazione di vari detenuti politici. Il 2 maggio la città (Belluno) poté considerarsi sicura, con la consegna dei prigionieri nazisti agli alleati, avvenuta in piazza Duomo. E poi il 25 aprile del 1947 fu assegnata a Belluno la Medaglia d’Oro al Valor militare per l’eroica Resistenza partigiana che si sviluppò sulle montagne nei dintorni della città e portò alla liberazione di quest’ultima”…
Ancora non so come passerò il 25 aprile, di certo so che la tradizione veneziana, oramai centenaria vuole che questo giorno, festa di San Marco, a fidanzate e mogli venga offerto un bòcolo di rosa rossa, in segno d’amore. Al mio amico G* suggerisco di far pace con la moglie e di portarle in segno di affetto un bel bocciolo rosso. In fondo il rosso non è pure il colore dei partigiani? E del sangue versato per la Liberazione della nostra Italia? Per un giorno almeno pensiamo a questo passato del Veneto e dell’Italia intera, passando per San Marco e ricordando la Liberazione.
Poi da martedì si ritornerà a pensare al futuro.
Bruna Mozzi
