In questa campagna elettorale che sta per entrare nel vivo, gli interrogativi dei due candidati del Movimento 5 Stelle sulla questione Col Cavalier stimolano alcune riflessioni.
Nella nostra democrazia rappresentativa l’eletto, in questo caso al consiglio regionale, una volta preso possesso del ruolo, non essendoci alcun vincolo di mandato, è libero, se lo ritiene, di lasciare la maggioranza che l’ha eletto senza rendere conto al suo elettorato.
La rappresentatività, insomma, va a farsi friggere alla prima tempesta politica, e in Italia il maltempo è frequente.
Ebbene, ad avere in pugno la situazione è sempre l’eletto che, forte della sua posizione e del labile rapporto che lo lega all’elettore, amministra il suo potere come crede. Tranne nel periodo che precede il voto, quando cioè l’eletto diventa candidato ed è lui a dover chiedere il voto all’elettore. I rapporti di forza per un mese ogni cinque anni sono capovolti. Non è più la politica a dettare il ritmo, ma la società civile.
Ed è pressappoco ciò che dev’essere successo nella vicenda di Col Cavalier. Dove i vertici di Veneto Strade hanno ritenuto fosse il momento buono per risolvere lo stallo, considerato il particolare momento di debolezza dei candidati sotto la tagliola del voto con preferenza (con il porcellum al Parlamento, è sempre ed ancora la politica, ovvero le segreterie di partito a condurre il gioco).
Veneto Strade anticipa i soldi alla Regione per portare avanti i lavori. Ma le anticipazioni hanno un limite. Questo è il momento buono per incassare la cambiale, perché con il blocco del cantiere ad un soffio dalla conclusione dell’opera gli eletti, ossia la giunta regionale, e anche tutti i candidati della maggioranza, sarebbero fortemente penalizzati nell’urna dall’elettorato.
L’avvertimento, infatti, è stato forte e chiaro ed è stato perfettamente recepito dalla politica, che ha immediatamente provveduto a reperire le risorse. Almeno questo ci hanno detto.
Roberto De Nart
