Nonostante la montagna rappresenti il 35 per cento del territorio nazionale (e la collina il 42 per cento), non è mai stata centrale nella coscienza nazionale, nella rappresentazione dell’Italia all’estero, nella stessa auto-rappresentazione degli italiani. I complessi motivi di questa marginalità della montagna italiana sono raccontati in un libro di grande interesse, disponibile per ora in inglese in attesa di una traduzione italiana: “A Rugged Nation.
Mountains and the Making of Modern Italy” di Marco Armiero (The White Horse Press, Cambridge; int. www.whpress.co.uk). Armiero è uno storico dell’ambiente, ricercatore del Cnr, ha lavorato negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Spagna. Il libro investiga, dal punto di vista eco-storico e utilizzando il caso della montagna, come la natura è stata inglobata nella narrazione nazionale dell’Italia. Dal mito della montagna sublime e selvaggia a quello dei bastioni naturali a difesa dei sacri confini, dal dichiarato intento di ridurre a ordine l’inquietante caos di una natura pericolosa e ribelle a quello di domarla con dighe e bacini nel nome della modernizzazione e del superiore interesse nazionale incarnato dall’imperialismo idroelettrico, la montagna è stata sempre bersagliata e modellata da “parole e bombe”. Trincee, forti, gallerie, ma anche dighe, strade, ferrovie, funivie hanno cambiato il volto delle montagne. “Il risultato”, scrive Armiero, “è un paesaggio ibrido” che nei passaggi della modernizzazione ha radicalmente ridisegnato anche il precedente paesaggio antropico segnato dal lavoro di generazioni. Per “domare la natura” occorreva anche “domare i montanari”, annullare le proprietà collettive tradizionali e imporre alla montagna ruoli che prescindevano dagli interessi delle comunità locali nel nome dell’interesse nazionale. Armiero esamina i passaggi cruciali di questa trasformazione a partire dall’unità d’Italia: il brigantaggio nel Sud, la retorica alpina, il ruolo del Cai e del Tci, la politicizzazione del paesaggio di guerra, il ruralismo del fascismo, l’esaltazione del montanaro come genuino depositario delle virtù patrie di onestà, semplicità, resistenza, obbedienza. Due i casi-tipo in cui la montagna riacquista per qualche momento la sua “centralità” nella coscienza nazionale, per motivi diversi. Il primo è la Resistenza, quando nell’immaginario collettivo nazionale la montagna riconquista il carattere di rifugio ospitale ed insieme di fondamento del rinnovamento nazionale. Il secondo caso è il disastro del Vajont, che Armiero tratta a lungo come caso emblematico dell’occupazione della montagna da parte di interessi esterni senza alcuna preoccupazione per la sorte delle comunità locali, sordi anche alle denunce di chi, come la giornalista Tina Merlin, lanciava l’allarme su quanto stava accadendo. Entrambi i casi, tuttavia, resteranno delle parentesi che ci si sforzerà di dimenticare o di stravolgere.
