Dopo la piena vittoria dei sì al referendum, con l’affluenza alle urne di oltre 26 milioni e 800mila italiani (57%) che ha reso superfluo il computo dei voti all’estero, Berlusconi ha dichiarato che “il Governo e il Parlamento hanno ora il dovere di accogliere pienamente il responso dei quattro referendum”.
Non può che farci piacere che il presidente del Consiglio rispetti la volontà del Popolo sovrano. Ma è un rispetto forzato e tardivo, se è vero come è vero che il suo governo ha provato con mani e piedi a far fallire il voto popolare. Prima hanno gettato al vento 300 milioni di euro spostando la data del referendum al 12-13 giugno anziché farla coincidere con le amministrative di 1300 Comuni e diverse amministrazioni provinciali del 15 e 16 maggio, nella speranza di far saltare il quorum. Non contenti hanno cercato di sottrarre al referendum la questione del “legittimo impedimento” sostenendo che la legge dell’aprile 2010 era stata modificata dalla dalla Corte Costituzionale (perché ritenuta parzialmente incostituzionale) e dunque non poteva più essere oggetto di referendum. E invece la Cassazione, alla faccia degli avvocati del premier, ha riammesso il quesito alla volontà popolare. Inutile ricordare i subdoli tentativi di tv e stampa per far passare nel silenzio questo referendum in modo che il quorum non fosse raggiunto.
Per queste ragioni, le dichiarazioni del giorno dopo dei vari leader non sono del tutto credibili. A promuovere i referendum è stata l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo li ha da sempre sostenuti. Altri si sono aggiunti strada facendo, appena percepito che stava cambiando il vento.
