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Il libro. Delitti e castighi di Filiberto Dal Molin * di Daniele Trabucco

Il libro del dottor Filiberto Dal Molin, noto ed autorevole radiologo della Provincia di Belluno ha un duplice merito. Da un lato, con un linguaggio chiaro, scorrevole e comprensibile, affronta temi di grande attualità come il Pil ed il suo rapporto con i beni collettivi, la gestione dell’emergenza sanitaria ed il ruolo delle maggiori organizzazioni internazionali (ad esempio, l’O.N.U.) evidenziandone criticità ed aporie, dall’altro, pur nella apparente diversità degli argomenti trattati, individua un denominatore comune, un fil rouge come lo chiama l’autore, che costituisce il criterio ermeneutico per analizzare le questioni sviluppate all’interno del saggio: la post-verità. Il termine, che nasce e si sviluppa nell’ambito della politologia inglese, indica quella condizione secondo la quale, nella discussione di una notizia o di un fatto, la verità, il vero, è un aspetto di secondaria importanza.

Tuttavia, mette molto bene in evidenza il dottor Dal Molin, è proprio questa «retrocessione» della dimensione veritativa che preclude una conoscenza sinottica ed olistica dei problemi sottesi alle varie aree tematiche discusse nel saggio. Si pensi solo, a titolo esemplificativo, alla narrazione vaccinale ed agli obblighi introdotti dalla decretazione legislativa d’urgenza del Governo Draghi, privi di qualunque fondamento scientifico. La conferma, recente da parte di AIFA (ma già nota), della non immunizzazione dei vaccini fa venir meno il presupposto sotteso al giudizio di proporzionalità (congruità del mezzo rispetto al fine) operato dal legislatore statale e «salvato» dalla stessa Corte costituzionale con le note e discutibili sentenze del 2023, peraltro senza in alcun modo assicurare la minima operatività degli interessi costituzionali (diritto al lavoro, alla retribuzione etc.) confliggenti rispetto alla salute quale interesse della collettività (rectius delle case farmaceutiche). Una post-verità che ha performato il linguaggio stesso (il sofista Gorgia insegnava che la parola è potente dominatrice), incidendo sulla visione del reale, per cui, attraverso termini semplicistici come «no vax», «no pass» etc. che non significano alcunché, si è espresso un giudizio di valore in merito alla opinione divergente, ritenuta non meritevole di attenzione nell’agone del c.d. pluralismo democratico (plurale, in realtà, a seconda degli interessi del momento). La banalizzazione (per non parlare della messa in ridicolo) della notizia contraria, cui non si riconosce patente di legittimità, è il risultato proprio dell’adozione di un linguaggio non «dialettico» nel senso platonico, ovvero aperto alla ricerca (spesso sofferta) della verità delle cose e del loro significato autentico.

Ritengo, pertanto, che il volume del dott. Filiberto Dal Molin, debba non solo essere letto con attenzione, ma anche con meditazione se volgiamo farci provocare da quell’ampiezza del fatto, oggi sempre di più ed in ogni campo, asservita alla ideologia del pensiero unico.

Daniele Trabucco  *

(*) Professore universitario strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario «san Domenico» di Roma.
Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.

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