Ancora oggi, a distanza di due mesi dall’inizio di questa pandemia, sono negli occhi di tutti
le difficoltà causate da questo nuovo virus. Ma quali sono le vere origini del Covid-19? Con
il passare del tempo il dibattito tra scienziati, politici, specialisti e non, si fa sempre più
acceso e confuso. In questo calderone di informazioni non sempre attendibili è difficile
trovare una via maestra, sia per il cittadino ma a volte anche per chi ha una base scientifica.
Sono ancora limitate le conoscenze scientifiche su questo nuovo microorganismo.
La comunità scientifica è unanime nello smentire teorie complottiste, il Covid-19 non
rappresenta un’arma batteriologica perché non presenta tracce di modificazioni genetiche
di laboratorio. Piuttosto è chiaro che il contagio si è sviluppato tra animali e fondamentale è
stata l’interazione uomo-animale. È innegabile però, che ormai da anni tra gli scienziati
imperversi una polemica sulle opportunità e sui rischi di studiare i virus in laboratorio. Una
migliore conoscenza dell’evoluzione di questi microrganismi potrebbe essere fondamentale
per prevenire le epidemie, ma allo stesso tempo questi virus modificati in laboratorio
potrebbero sfuggire al controllo umano e rappresentare un serio pericolo. Per quest’ultimo
motivo le strutture che si occupano di questi argomenti sono altamente controllate e
specializzate. L’istituto di Virologia di Wuhan, fondato a seguito dell’epidemia del virus della
SARS per indagare il meccanismo di adattamento in natura dei coronavirus nei pipistrelli, ha il massimo livello di biosicurezza (chiamato BSL-4): quindi se seguite tutte le prassi di
sicurezza, il contagio è pari a zero. Però il rischio di una fuga del virus non è nullo, potrebbero sommarsi problemi tecnici o scorrettezze operative umane. Come quindi escludere questa possibilità? Tecnicamente non si può. Al momento comunque non sussistono prove che supportino questo errore umano, solo delle speculazioni su relazioni di delegati americani che a seguito di ripetute visite al laboratorio nel 2018 segnalavano inadeguate condizioni di sicurezza dello stesso. Quindi, chi sembra averla vinta tra l’errore umano di sfuggita del virus dal laboratorio e l’evoluzione?
Tentiamo di fare un po’ di chiarezza.
Nell’ultimo ventennio diversi coronavirus hanno infettato l’uomo, causando sintomatologie
anche gravi e fatali: il virus che nel biennio 2002-2003 ha causato l’epidemia della SARS
(Sindrome Acuta Respiratoria Severa) è un coronavirus. Già nel 2007 gli scienziati ponevano l’accento sulla possibile riemergenza e pericolosità di questa famiglia di virus. Il Covid-19 è coronavirus. Tutti i coronavirus derivano originariamente da un antenato comune, attraverso un naturale processo evolutivo e per questo condividono una larga parte del patrimonio genetico. Il Covid-19 e il virus della SARS hanno il 79,5% di sequenze genetiche uguali. Perché molte ricerche scientifiche ipotizzano la trasmissione del virus dal pipistrello all’uomo? Il genoma del Covid-19 è uguale per il 96,2% a quello di un coronavirus trovato nei pipistrelli e inoltre i coronavirus si sono adattati a vivere perfettamente in animali selvatici, primo fra tutti il pipistrello.
Dal punto di vista evolutivo i virus sono nati più di 3 miliardi di anni fa, noi al confronto siamo una specie di giovincelli, abbiamo solo 200.000 anni. Questi microrganismi per sopravvivere necessitano di un altro organismo che li ospiti, in quanto non sono in grado di replicarsi da soli e per sopravvivere hanno imparato a adattarsi a nuove condizioni, facendo così il salto di specie. Lo stimato evoluzionista Telmo Pievani, professore all’Università di Padova in un’intervista ha dichiarato: “Se si vuole sconfiggere un temibile nemico com’è questo virus, devi imparare a capire la sua logica ed è una logica evolutiva.” Questo parassitismo prevede che tra il virus e il nuovo ospite debba esserci un prolungato contatto. I cambiamenti nelle caratteristiche del virus dal punto di vista biologico si misurano studiando le modificazioni del suo genoma nel tempo e nei diversi ospiti; gergalmente si dice che il virus è mutato. I coronavirus sono microrganismi in grado di modificare il loro patrimonio genetico molto velocemente, in particolare il Covid-19 che ha infettato l’uomo ha acquisito delle variazioni che il coronavirus del pipistrello non ha e che gli hanno permesso di fare il salto di specie: sa riconoscere le cellule delle vie respiratorie umane. Quando si studiano i virus in laboratorio si apportano cambiamentisignificativi nel loro genoma, invece la selezione naturale produce tante piccole modificazioni, come nel caso del Covid-19.
Ma il genoma del coronavirus del pipistrello e quello umano non sono uguali al 100% e quindi perché si supporta l’ipotesi della suddetta derivazione? Il pipistrello è la specie animale che ospita buona parte dei coronavirus, ma probabilmente il Covid-19 ha infettato altri animali prima dell’uomo. Questi altri animali sono detti specie intermedie, e al momento non sono stati ancora identificati: sono stati esclusi il pangolino perché il virus riscontrato in questo animale condivide solo il 91,02% del genoma con quello del Covid-19, e quello del serpente perché la trasmissione nota dei coronavirus avviene tra mammiferi e uccelli. Risulta plausibile che come per la precedente epidemia di SARS, dove il virus è passato dal pipistrello allo zibetto (animale esotico considerato una prelibatezza in Cina) e infine all’uomo, anche l’attuale pandemia si sia sviluppata in modo analogo.
Il governo cinese all’inizio dell’epidemia ha proposto come luogo d’origine, il mercato di
fauna selvatica di Wuhan, dove si vendono e si macellano animali esotici in pessime
condizioni igieniche. Ma i pipistrelli sono commercializzati in questo mercato? Sembrerebbe
di no, ma vengono venduti altri animali che possono essere stati a contatto con i pipistrelli
nei loro habitat naturali. Un supporto al coinvolgimento di questo mercato nello sviluppo
dell’epidemia arriva da analisi genetiche fatte su campioni prelevati direttamente da questo
luogo: il virus è molto simile a quello dei primi pazienti analizzati a Wuhan. Quindisono state le persone a depositare il materiale infetto o lo stesso è derivato dagli animali presenti al mercato? Occorreranno molte analisi su animali e persone prima di poter avere questa risposta. Un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet afferma che il paziente zero da loro descritto a Wuhan non è mai stato in questo mercato, così come altre persone appartenenti a questo primo gruppo di studio. Non si può escludere comunque che il virus abbia infettato l’uomo molto prima di gennaio, periodo in cui è stato fatto il suddetto studio, e che abbia nel tempo sviluppato mutazioni chiave in pazienti asintomatici o che presentavano sintomi moderati da polmonite. La vendita e il consumo di animali selvatici comunque rimane il principale indiziato.
Dall’inizio dell’emergenza il governo cinese non è sembrato molto collaborativo nel
diffondere informazioni sull’epidemia: prima la censura delle ricerche scientifiche e la
rimozione di qualche articolo già pubblicato, poi l’ordinanza di migliorare la gestione dei
virus in tutti gli istituti di ricerca, hanno contributo ad alimentare le teorie complottiste.
Un’altra pietra lanciata a favore della sperimentazione del coronavirus nei laboratori è
arrivata dal premio Nobel per la Medicina 2008, Montagnier, che insieme a Jean-Claude
Perez, illustre biomatematico in pensione, hanno sostenuto la tesi della manipolazione
umana del virus allo scopo di creare un vaccino contro l’HIV. L’articolo dove viene dimostrata questa teoria è pubblicato su una rivista dal nome alquanto esotico “International Journal of Research -GRANTHAALAYAH” che risulta nell’elenco dei cosiddetti predatory journals, ovvero riviste che pubblicano qualsiasi notizia purché a pagamento. Il matematico dimostra che esistono piccole parti di proteine del Covid-19 che sono uguali a quelle presenti nell’HIV:
l’analisi si basa su 4 pezzetti di genoma che il Covid-19 ha acquisito rispetto al virus della
SARS. Lo stesso, oltre a descrivere erroneamente dal punto di vista biologico il nuovo virus,
non considera le parti proteiche che stanno al di fuori di questa somiglianza, che non si
assomigliano molto e che ovviamente, da un punto di vista biochimico, non sono in grado di fare la stessa cosa. Se si ripetono queste analisi utilizzando la bioinformatica, si può scoprire che le sequenze incolpate possono essere simili anche a molte altre proteine virali (230 per la precisione): non ci sono contributi del virus HIV nel Covid-19. La somiglianza tra questi due microrganismi può essere spiegata tranquillamente dal caso, senza per forza dover ricorrere alla matematica frattale.
La scienza rimane l’unica risposta a tutte le domande perché la scienza è fatta da un metodo scientifico d’indagine, che permette a tutti gli scienziati di parlare la stessa lingua e di confrontarsi con il metro delle pubblicazioni scientifiche, che sono solitamente revisionate, ma non giudicate, da un comitato di esperti. Da sempre il genere umano fa fatica ad accettare che i mali da cui è colpito possano insorgere da una natura, che nell’immagine collettiva è benigna, e non ha ancora imparato a guardare alla storia come fonte di insegnamento. La storia dell’HIV, il virus di immunodeficienza delle scimmie originatosi in Africa, lo dovrebbe aver insegnato. Ci sono evidenze scientifiche che, a contrarlo per primi, siano stati esseri umani impegnati in attività di caccia e di vendita di carne e pelli di scimmia.
La certezza delle origini animali del Covid-19 è indiscussa, ma la comunità scientifica rafforza la necessità di condurre ulteriori analisi sul mercato incolpato, sugli animali e sulle persone per arrivare a ottenere delle prove chiare sull’origine di questo virus.
La specie sapiens continua a sottovalutare il potere dell’evoluzione, dimenticando che l’evoluzione è sempre un passo davanti a noi.
Elena Doriguzzi Breatta *
* Biologa specializzata in ambito biomedico. Laurea triennale in Biologia molecolare-cellulare 110/110 all’Università di Trieste; laurea magistrale in Biologia sanitaria all’Università di Padova 110/110 lode. Dottoranda di ricerca all’Università di Udine dove si è occupata di analisi citofluorimetrimetriche e immunodosaggi, di creare e gestire una biobanca di campioni biologici per uno studio clinicosperimentale in ambito immuno-reumatologico. Ricercatore borsista all’IRCSS CRO di Aviano per un progetto di ricerca in ambito oncologico-molecolare, utilizzando principalmente tecniche di ingegneria genetica, sequenziamenti, produzione e caratterizzazione di proteine ricombinanti. Ricercatore borsista alla Fondazione Vimm di Padova su un progetto in ambito onco-ematologico con analisi molecolari e cellulari pubblicato sulla prestigiosa rivista Leukemia.
