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Crepuscolo del carisma: Zaia tra numeri in calo e voto emotivo * di Daniele Trabucco

Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale del Veneto

Le elezioni regionali venete dei giorni 23-24 novembre 2025 offrono un laboratorio quasi esemplare di ciò che diventa la democrazia quando il carisma personale di un leader si sovrappone progressivamente alla dimensione propriamente politica del consenso.

Il “caso Zaia” non è soltanto la storia di un Presidente “leghista” longevo che continua a raccogliere un numero impressionante di preferenze; è anche – e soprattutto – la storia di un progressivo restringimento del raggio di quel consenso, che si concentra in una minoranza intensamente fedele mentre una parte crescente della comunità politica si ritira nel silenzio dell’astensione.

Se si tiene insieme il dato statistico e la lettura filosofico-politica, il quadro appare meno trionfale e molto più problematico di quanto suggeriscano i titoli celebrativi. Nel settembre 2020 il ciclo zaiano raggiunge il suo apice. L’allora presidente ottiene quasi il 77% dei voti validi, dentro un’affluenza intorno al 61%. Tradotto nel linguaggio della scienza politica, significa che quasi un elettore su due, tra tutti gli aventi diritto, si esprime a favore del Presidente della Giunta regionale uscente: un livello di legittimazione che rasenta il plebiscito. La coalizione a suo sostegno sfiora 1,8 milioni di voti e il Veneto viene raccontato come una comunità politica largamente unificata sotto la guida di un leader percepito come “Presidente di tutti”. È l’epoca delle conferenze stampa quotidiane, del Presidente della Giunta regionale che diventa, si crede, fonte primaria di rassicurazione durante la pandemia, della costruzione di un’immagine personale che travalica i confini di partito.

Cinque anni dopo lo scenario numerico è più sobrio.

Nel 2025 l’affluenza scende attorno al 44,5%: poco meno di un elettore su due si reca ai seggi. La nuova coalizione di governo regionale, guidata dal candidato Presidente Alberto Stefani, conquista circa il 64% dei voti validi, eppure in termini assoluti si ferma intorno a 1,2 milioni di consensi. Rispetto al 2020 si registra una perdita secca nell’ordine di seicentomila voti. Il dominio del centrodestra e il segnale di continuità non sono in discussione; ciò che muta è l’ampiezza del corpo elettorale che partecipa a questa legittimazione. Il “Veneto che vota” si restringe e, con esso, si restringe il bacino reale del modello politico che fa capo a Zaia. Dentro questo quadro spicca il dato delle 203.054 preferenze personali raccolte dall’ex presidente, capolista della Lega in tutte le circoscrizioni. Per un singolo consigliere regionale, la cifra è eccezionale e non ha eguali nelle altre Regioni al voto.  La Lega, grazie principalmente a questo traino, tocca circa il 36% dei consensi e torna primo partito, sorpassando nettamente Fratelli d’Italia. Questi numeri alimentano la retorica del “fenomeno Zaia” che resiste alla prova del tempo.

Eppure, se ci si sofferma sui rapporti proporzionali, l’immagine cambia: su circa 1,88 milioni di votanti, le preferenze per lui rappresentano poco più di un elettore su dieci; se il denominatore diventa l’intero corpo elettorale, la quota scende sotto la soglia di un cittadino su venti. Il leader che nel 2020 era stato scelto direttamente da quasi metà degli aventi diritto è ora la scelta personale di una minoranza intensa, affezionata, ma pur sempre minoranza.

È corretto ricordare che nel 2025 Zaia non è più candidato Presidente per il vincolo dei due mandati. Il voto per il Presidente della Giunta regionale e il voto di preferenza per il consigliere non sono pienamente comparabili: cambiano la posta simbolica, la visibilità, la dinamica mediatica. Proprio per questo le 203 mila preferenze conservano un peso specifico rilevante. Tuttavia, il dato strutturale resta: la sfera del suo consenso si contrae, si concentra sull’elettorato leghista e su un pezzo di centrodestra fidelizzato, mentre una quota importante di veneti sceglie di non pronunciarsi affatto. Il carisma non scompare, si addensa. Da risorsa trasversale, capace di parlare all’intera comunità regionale, diviene energia identitaria al servizio di un blocco socio-politico più circoscritto. In termini weberiani, si potrebbe dire che l’autorità di Zaia scivola dalla forma del “carisma quasi plebiscitario”, con cui il leader sembra incarnare la comunità nel suo insieme, a una configurazione “carismatico-partigiana”: esprime l’identità di un campo, non più il volto condiviso della polis. Qui la statistica diventa cifra di un fenomeno filosofico-politico: a fronte di una riduzione della partecipazione e di una perdita netta di voti per la coalizione, la persistenza di un altissimo numero di preferenze personali segnala la trasformazione del rapporto rappresentante-rappresentati da razionale-programmatico a emotivo-fiduciario.

Si vota “lui” perché si è cresciuti politicamente sotto il suo volto, perché lo si percepisce come baluardo contro l’incertezza, perché la sua figura rassicura rispetto a un sistema di potere che appare distante e opaco. A questo punto diventa decisivo interrogarsi sul contenuto del progetto politico che dovrebbe sostenere questo consenso.

L’autonomia differenziata, presentata per anni come l’orizzonte strategico del Veneto leghista, rimane inattuata.

Essa si è affermata come mito mobilitante, come promessa identitaria, più che come assetto effettivo del rapporto tra territorio e potere centrale. In questo contesto, continuare a premiare il leader che ha fatto di quella promessa il proprio vessillo appare più come una fedeltà al simbolo che come il riconoscimento di un traguardo raggiunto.

Qualcosa di analogo accade sulla sanità.

Il racconto ufficiale insiste sulla tenuta del sistema, sui piani per il contenimento delle liste d’attesa, sulla capacità della Regione di resistere a ondate di pressione senza collassare. Accanto a questo racconto, si moltiplicano, però, le esperienze quotidiane di cittadini che incontrano tempi lunghi per visite ed esami, che si rivolgono al privato per ottenere prestazioni in tempi accettabili, che percepiscono una progressiva trasformazione della sanità pubblica in sistema sempre più selettivo.

Il voto di preferenza a Zaia, in questo quadro, assomiglia a un atto di fiducia “a priori”: ci si affida all’immagine del Presidente della Giunta regionale-garante, anche quando il bilancio concreto delle politiche non appare lineare e, talvolta, nemmeno soddisfacente. Qui emerge con forza la dimensione del voto di pancia. Non si tratta di una categoria moralistica, bensì di una descrizione della modalità con cui si forma il consenso. L’elettore non soppesa dati, non confronta piattaforme, non verifica il grado di attuazione delle promesse sull’autonomia o sulle riforme sanitarie. Si orienta secondo coordinate più profonde e meno riflessive: la familiarità del volto, la continuità rassicurante di un potere conosciuto, l’identificazione territoriale (“Zaia difende il Veneto”), la percezione di un torto subito dal leader a cui non è stato consentito il terzo mandato. La preferenza diventa un gesto quasi rituale, un modo per confermare appartenenze più che per deliberare su progetti. L’astensione massiccia, in questo quadro, non è un semplice rumore di fondo. È la cifra negativa di una crisi della cittadinanza politica. Laddove il voto si concentra in una minoranza intensamente motivata, la democrazia tende a perdere il suo carattere inclusivo e a trasformarsi in competizione tra zoccoli duri. L’Esecutivo regionale continua a godere di solide maggioranze istituzionali, eppure la base sociale attiva si assottiglia. In termini filosofici, si potrebbe dire che la legittimità formale resiste, mentre la legittimazione sostanziale si fa più fragile. I numeri parlano con chiarezza: sono meno i veneti che scelgono, tra questi meno quelli che esprimono un voto realmente ragionato, e una quota crescente si limita a confermare il leader che percepisce come familiare.

L’“effetto Zaia” del 2025, dunque, non coincide con un entusiasmo diffuso, bensì con la capacità di mobilitare uno strato di elettori che ha interiorizzato il suo carisma come elemento identitario. Il dato delle preferenze resta eccezionale sul piano tecnico, tuttavia non basta da solo a occultare il calo di voti complessivi, la fuga verso l’astensione, la distanza tra i grandi slogan programmatici – autonomia, eccellenza sanitaria, modello Veneto – e la realtà di politiche che non hanno prodotto svolte paragonabili all’enfasi retorica che le ha accompagnate. La politica, ridotta a rapporto diretto tra figura e popolo, tende a chiedere adesione più che giudizio, conferma più che critica. In questo senso, il 2025 segna una fase crepuscolare del carisma zaiano: non perché il leader crolli, bensì perché emerge con nettezza il carattere selettivo, quasi settario, del consenso che lo circonda. Meno voti, meno partecipazione, più intensità emotiva.

L’ingegneria dei numeri e la filosofia della politica convergono nel dire la stessa cosa: la forza personale di Zaia non scompare, però si regge sempre di più sul voto di pancia, mentre il voto di testa – quello che misura progetti, risultati, coerenze – arretra o si rifugia nell’astensione o premia la vera alternativa che è “Resistere Veneto” di Riccardo Szmuski. È questo, in ultima analisi, il vero problema democratico che le regionali venete consegnano alla riflessione pubblica.

Daniele Trabucco

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