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La proposta. Legge speciale per Venezia * di Marco Zanetti

Da Autorità a Comunità della Laguna con competenze uniche e unitarie, con risorse proprie, economiche e tributarie  

di Marco Zanetti – 27.8.2025

Venezia non ha alcun motivo per pretendere poteri speciali: è un’affermazione spiacevole ma occorre prenderne atto perché i problemi veneziani di denatalità, di svuotamento sociale, la moria dei negozi e servizi di vicinato del centro storico, il forsennato dinamismo degli operatori turistici sono gli stessi che affliggono altre cittadine, grandi e piccole. Tanto meno avrebbe senso che Venezia avesse poteri analoghi a quelli di una regione, con il risultato di avere un Veneto a ciambella con un governo regionale separato da quello del suo capoluogo.
Venezia è però in realtà assolutamente speciale, per storia, bellezza e per il suo essere anfibia e questo le è stato riconosciuto dalla Legge Speciale. Tuttavia la legge 171/1973 ha attestato di «preminente interesse nazionale» non l’ambito comunale ma «la salvaguardia di Venezia e della sua laguna»: una formulazione felice, per quegli anni, che ha tuttavia prodotto nel tempo effetti non sempre felici. La parola “preminente” significava infatti maggior potere per gli organi dello stato piuttosto che della comunità locale, con un governo statale spesso però poco attento ai bisogni locali. D’altro canto è anche vero che affidarsi per la tutela di un “bene collettivo” ai possessori e consumatori del bene comune, cioè banalmente agli elettori locali, può risultare rischioso. Venezia rappresenta un “bene collettivo”, un unicum mondiale, una città e un ambiente che stimolano sentimenti di “appartenenza”: ovviamente i cittadini veneziani la sentono come propria, come anche lo stato italiano che da più di cinquant’anni la considera di interesse nazionale e la finanzia. Anche le provincie su cui si estese il stato di terraferma della Serenissima mantengono ancora un legame particolare e altrettanto può dirsi di parecchi territori d’oltremare che ora sono parte di altri stati; nel mondo è inoltre diffuso un forte interesse che si è espresso concretamente nell’azione di molti comitati internazionali per la sua difesa e salvaguardia. Il governo di un bene del genere non può non tenerne conto!
È utile ricordare che il Premio Nobel per l’economia fu assegnato nel 2009 a Elinor Ostrom per i suoi lavori dedicati alla governance delle risorse comuni. Quella studiosa aveva suggerito una via possibile per la ricerca di soluzioni attraverso strutture organizzative in grado di incoraggiare scelte “individuali di carattere cooperativo”. Ma mentre altrove si dibatteva sulla tragedy of the commons – nella quale i singoli individui, agendo indipendentemente e razionalmente secondo il proprio legittimo interesse personale, finiscono per danneggiare o esaurire una risorsa condivisa, contro gli interessi a lungo termine della stessa comunità – a Venezia si andava verificando esattamente quella stessa situazione a danno del patrimonio residenziale e dei requisiti minimi di una città, abbandonata invece alla monocultura turistica!
Alla prima fase di gestione della Legge Speciale, nella quale lo stato assicurava le risorse, utilizzate con una buona cooperazione tra poteri centrali e locali, è seguita la stagione del MoSE con una inusitata concentrazione di decisioni, di spesa e di corruttele. Il ruolo che la legislazione speciale aveva affidato agli organi di governo speciali, il Comitatone e La Commissione Speciale, risulta oggi del tutto esaurito per le decisioni fondamentali prese dal Governo (per il MoSE) o dal Parlamento (per la crocieristica, il porto e poco altro).
In una situazione nella quale lo stesso futuro fisico della città si gioca a livello planetario con le politiche per i cambiamenti climatici e nella quale il turismo fa capo a dinamiche sovranazionali che hanno fatto crescere le presenze giornaliere ormai presumibilmente nell’ordine dei 50 milioni di visitatori l’anno, fa davvero specie che si discuta ancor oggi – solo per il vezzo di parlarne – se sia meglio un comune costituito dalla città bipolare di Venezia-Mestre o se sia meglio dividerlo in due comuni e se sono utili i tornelli o che altro per gestire la marea dei visitatori (che nessun amministratore vuole in realtà arrestare).
E solo ora, quattro anni dopo la sua istituzione, l’Autorità per la Laguna comincia a fare mostra di sé (non ancora i primi passi): una agenzia tecnica condannata a nascere male, col necessario accordo tra un paio di ministri ed un presidente di regione per arrivare alla nomina del vertice, ma senza risorse proprie per la gestione e finalizzata a non rappresentare certo gli interessi degli abitanti e della comunità “vasta” che ha a cuore Venezia.
Qualche suggerimento, pratico se possibile, e una suggestione: per secoli la tradizione ha consolidato sistemi locali di “regole” per gestire “beni comuni” come boschi e pascoli: le partecipazioni emiliane, come le amministrazioni regoliere trentine e venete hanno ben funzionato nella tutela del territorio e di recente si sono anche aggiornate includendo la partecipazione femminile che nell’impianto medioevale non era prevista. Naturalmente ci si guarda bene qui dall’ipotizzare una proposta compiuta, ci si limita a porre questioni e domande che invitino a fare gli approfondimenti del caso a partire da un confronto aperto e approfondito.
• Perché non trasformare l’attuale agenzia tecnica, l’Autorità per la Laguna, istituita con l’art. 95 del decreto-legge 104/2020, in un organo rappresentativo di secondo grado? Si tratterebbe di assicurare rappresentanza ai comuni che “hanno piede” nelle acque della Laguna, assieme allo stato che deve rappresentare gli interessi nazionali e a una rappresentanza della comunità internazionale (la Laguna e la città sono patrimonio UNESCO anche se questo poco ha contribuito alla loro tutela e bisognerà abituarsi all’idea che un buon amministratore di “cose nostre” possa anche essere non italiano, come già funziona per i direttori dei musei nazionali). L’organo di indirizzo di questa “agenzia” dovrà esser costituito da persone scelte per competenza ed esperienza (dopotutto la sede dell’Autorità sta nel palazzo della magistratura veneziana dei “dieci savi”, incaricata della tassazione sulle “decime”, cioè sulle rendite): occorrono dei “savi” dunque che rispondano in piena autonomia delle proprie scelte (i componenti della Commissione di Salvaguardia hanno invece sempre assecondato gli enti che li avevano “delegati” e non si può certo pensare che i consiglieri comunali debbano avere un secondo incarico rappresentativo come già avviene per l’inutile città metropolitana).
• Le competenze dell’Autorità per la Laguna – così trasformata in “Comunità della Laguna” – devono mirare all’unitarietà e alla semplificazione della regolazione e tra esse vanno aggiunte la regolazione delle presenze turistiche e delle relative strutture e la possibilità di provvedersi di risorse economiche mediante partecipazione ai prelievi fiscali (i.v.a. e/o altro) generati dal territorio e definiti per legge in modo da garantire l’ordinarietà delle entrate in misura congrua alle necessità di spesa (eliminando con questo i meccanismi di finanziamento fin qui previsti dalla legislazione speciale che hanno dimostrato la loro aleatorietà).
Nel concludere il suo lavoro sul governo dei beni collettivi, la Ostrom si augurava che esso potesse almeno demolire la convinzione diffusa che la via per risolvere i problemi delle risorse collettive dovesse passare attraverso l’accettazione dei diritti assoluti di proprietà oppure al contrario per una regolamentazione centralizzata. Forse una governance come quella qui appena abbozzata, che porti responsabilità, plurime competenze e passioni al governo di questo territorio unico e che assicuri una rigorosa trasparenza dei processi decisionali e degli apparati informativi che li dovrebbero guidare, potrebbe costituire una efficace alternativa alla figura del presidente come ora previsto, molto “burocratica”, necessariamente imbarazzata dall’investitura ricevuta dai vertici istituzionali, incaricata di molte, diverse e complesse questioni e senza alcun rapporto con gli amministrati, a molti dei quali sfugge ancora l’importanza dell’agenzia stessa.
Una innovazione legislativa del genere è in ogni caso un’operazione delicata: occorre garantire per qualche tempo il funzionamento dell’Autorità come ora impostata, prevedere contemporaneamente l’entrata in funzione del nuovo assetto istituzionale, sfoltire le parti delle varie leggi speciali succedutesi nel tempo che verrebbero ad essere in contrasto. A meno che qualcuno non abbia già in tasca le soluzioni per i problemi giganteschi che incombono sulla Laguna di Venezia nei prossimi decenni, sarebbe proprio il caso di imbastire, al più presto, l’organo dove queste soluzioni dovranno essere studiate, decise e realizzate.

 

 

- Advertisement - Roberto Denart
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