
Tutti i dati in un apposito report di Cia Belluno
“Nel bellunese l’agricoltura è di resistenza”. Nelle Terre Alte è tempo di bilanci per il settore del primario. “L’annata agraria 2023 sconta un calo generale delle rese tra il 10% e il 20% – chiarisce il presidente di Cia Belluno, Rio Levis – Un trend negativo causato dall’emergenza climatica, con lunghi periodi di siccità alternati a nubifragi intensissimi”. Oltre a temperature elevate fuori stagione (si consideri quanto accaduto fra settembre e ottobre), incrementi dei costi dell’energia e delle materie prime agricole.
Secondo uno studio di Cia Belluno, nell’anno in corso il fatturato complessivo della filiera agroalimentare bellunese si attesterà intorno ai 300 milioni di euro. Ma, appunto, non è tutto oro quel che luccica. “Il comparto agroalimentare sembra essere sotto attacco, da più parti – aggiunge lo stesso presidente – In primo luogo, i mutamenti climatici stanno stravolgendo qualsivoglia programmazione agraria. Ciò che era vero fino a dieci anni fa, con coltivazioni regolari nelle diverse stagioni, oggi non lo è più”. Peraltro, nel 2023 un’azienda agricola bellunese ha visto incrementare, in media, i costi fissi fino a 16mila euro in più. Nel contempo, però, viene riconosciuto loro sempre meno. Nello specifico, appena il 15% (se e quando va bene) del valore del prezzo finale del prodotto che si trova sugli scaffali dei supermercati. “Una volta per tutte – aggiunge – bisogna sfatare ciò che nell’immaginario collettivo viene dato per scontato. E cioè che prezzi finali più alti comportano, a cascata, maggiori introiti per gli imprenditori agricoli. I numeri dimostrano il contrario: lungo la catena si verificano dei rincari che risultano difficili da intercettare”. In tutto questo, a rimettercene sono gli agricoltori.
“Noi non rappresentiamo il problema, bensì la soluzione – precisa Levis – A dispetto di tutte le fake news, non inquiniamo, da anni rispettiamo gli impegni ambientali anche mettendo a rischio i profitti; produciamo energie alternative e non sprechiamo acqua, ma la usiamo per produrre cibo di qualità”. Senza agricoltura il Made in Italy non può esistere e la sicurezza alimentare non ha garanzie. E ancora: non c’è presidio del territorio e custodia del paesaggio, pure contro il dissesto idrogeologico; le aree di montagna si spopolano, mentre economia e società non sopravvivono. “Abbiamo – conclude il presidente – buoni motivi per reclamare più attenzione per le nostre aziende agricole. Deve rimetterle al centro l’Italia così come l’Europa. Bruxelles, in particolare, dovrebbe dimostrare di stare dalla nostra parte, piuttosto che continuare a imporre norme e regolamenti dall’alto”.
