HomeCronaca/PoliticaAndreotti prescritto, non assolto. Le precisazioni del figlio Stefano

Andreotti prescritto, non assolto. Le precisazioni del figlio Stefano

Giulio Andreotti

Egregio Direttore,

faccio riferimento all’articolo ‘Caro Casini, nulla succede per caso: Andreotti prescritto, non assolto‘ nel quale il prof. Bongiovanni ripercorre le vicende processuali di mio padre e vorrei fare alcune precisazioni.

La sentenza di primo grado di Palermo si concluse con una formula assolutoria che fece scalpore se raffrontata alle valanghe di accuse che gli erano state mosse. Nell’articolo si riconosce che la sentenza fu di assoluzione, ma si vogliono comunque sottolineare i rapporti con i cugini Salvo, peraltro da mio padre sempre disconosciuti, che facevano ai tempi parte della bella società palermitana e da tutti lì allora frequentati, con Lima, politico passato alla sua corrente dopo essere stato in quella di Fanfani per i lunghi anni della sua carica di sindaco di Palermo, con Ciancimino, politico DC mai appartenuto alla sua corrente, con Sindona, del quale comunque nelle sentenze viene riconosciuto che non si conoscevano allora i rapporti con la mafia. Si parla anche di fatti concreti che stento a rintracciare nella sentenza di primo grado, e si arriva alla conclusione, che certo non mi sento di condividere, che non si registra ‘nessun complotto né accanimento’.

La sentenza di secondo grado, che è certamente quella meno favorevole a mio padre, viene commentata per il periodo successivo al 1980, che riconfermava l’assoluzione di primo grado, ‘richiamandosi alla vecchia formula, all’epoca in vigore, della insufficienza di prove’. Al di là della inesattezza dovuta al fatto che l’insufficienza di prove era da anni non più contemplata dai nostri codici, si omette di dire che proprio la sentenza di appello riconosce, ancor più di quella di primo grado, i provvedimenti di particolare vigore antimafia che furono presi da mio padre, che restano, al di là di tante parole, i più forti mai emanati per combattere l’organizzazione criminale.

Quando l’articolo passa ad esaminare la sentenza della Cassazione parla semplicemente di conferma della sentenza di Appello, alle cui valutazioni viene riconosciuta ‘una ricostruzione dei fatti logica ed immune dai vizi’.

In realtà si dimentica di citare nella sua interezza quanto contenuto nella sentenza della Suprema Corte, che in relazione ai due verdetti precedenti, esplicitamente afferma: I giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse ma non rientra tra i compiti della Cassazione operare una scelta tra le stesse. La sentenza ha dunque confermato quella della Corte d’Appello di Palermo per i fatti successivi al 1980, riconoscendo assoluta estraneità dell’imputato a Cosa Nostra. Quanto invece al periodo antecedente il 1980, coperto dalla prescrizione e rispetto al quale la Cassazione aveva limitati poteri di controllo, i giudici di legittimità, valutando le motivazioni della Corte d’Appello, non solo hanno sentito il dovere di precisare che la ricostruzione e la valutazione dei singoli episodi è stata effettuata in base ad apprezzamenti ed interpretazioni che possono anche non essere condivise, ma hanno addirittura aggiunto che agli apprezzamenti e alle interpretazioni della Corte d’Appello sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica.

Direi che le risultanze processuali sono quindi ben diverse da come descritte, e vorrei però aggiungere che, al di là della verità processuale, che naturalmente non necessariamente ricalca quella reale, è forse giunto il momento di riguardare quello che accaduto negli anni novanta in Italia, e non solo nella vicenda di mio padre, con le lenti di una ricostruzione storica.

Mio padre è morto all’età di novantaquattro anni e lo ha fatto in modo sereno. Chi è stato vicino a lui, lo ha conosciuto ed ha avuto modo di accompagnarlo durante la sua lunga vita sa bene chi è stato nostro padre, a quali valori ha improntato la sua condotta e a quali comportamenti si è sempre attenuto. Nel suo testamento è scritto: ‘Desidero ripetere con la serietà di un giuramento dinanzi a Dio, cui nulla può essere nascosto o manipolato, che io nulla ho mai avuto a che fare con la mafia (se non per combatterla con leggi o atti pubblici) o con la morte di Pecorelli’.

Un cordiale saluto,

Stefano Andreotti

 

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