
Ieri sera, per pochi istanti, mi sono ritrovato, virtualmente, negli studi di una nota trasmissione televisiva della Rai condotta da Bruno Vespa.
“Nulla succede per caso” come ha sostenuto in un celebre lavoro Robert Hopcke che consiglio di leggere ai nostri lettori.
L’argomento centrale, in quel momento, era il tema della giustizia, in particolare il presunto accanimento di una parte della magistratura italiana verso alcuni leader politici.
Ora, che i meccanismi di funzionamento della giustizia italiana abbiano dei problemi che andrebbero affrontati, anche in questa direzione, credo che sia un fatto indiscutibile e del tutto condivisibile.
Ma non è questa la sede opportuna per approfondire il tema della riforma della giustizia, si finirebbe con l’annoiare i nostri cari lettori.
Quello che mi ha davvero colpito sono state le parole utilizzate dal senatore Pier Ferdinando Casini che riporto testualmente:
“Vorrei sommessamente ricordare però due cose: la prima c’è un ex presidente del consiglio […] che è stato a incriminato come mandante dell’omicidio Pecorelli e poi gli si è addebitata sostanzialmente la complicità della mafia nella guida del nostro Paese quando in realtà ha fatto le leggi più importanti contro la mafia e si chiamava Giulio Andreotti”
Altrettanto umilmente e con il più grande rispetto che porto nei confronti della figura del senatore Casini vorrei citare alcuni fatti concreti con la promessa di essere quanto più sintetico possibile.
Che Giulio Andreotti sia stato assolto come mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ucciso a Roma nel marzo del 1978, non vi sono dubbi.
Sulla vicenda della “complicità”, dell’ex presidente Giulio Andreotti, con ambienti legati a Cosa Nostra, se mi è concesso, i fatti, per così dire “storici”, non tornano.
Ma andiamo con ordine.
In primo luogo Andreotti venne chiamato a rispondere dalla Procura della Repubblica di Palermo dei presunti reati di concorso in associazione per delinquere per il periodo fino al 28 settembre del 1982 e di concorso in associazione mafiosa per il periodo successivo al 29 settembre del 1982.
La distinzione dei due periodi nasce dal fatto che fino al 1982 il reato di associazione mafiosa non esisteva. Soltanto nel 1982, con la legge Rognoni-La Torre, che viene inserito nel nostro codice penale il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Fatta questa debita premessa il processo, a cui fu sottoposto Giulio Andreotti a Palermo, si aprì nel marzo del 1993 e si concluse il 15 ottobre del 2004.
Il processo, peraltro, ha cercato di affrontare i nodi che riguardano i legami tra mafia, politica, imprenditoria e massoneria.
Ma andiamo al nocciolo della questione e proviamo a rispondere alla domanda che sicuramente i lettori si stanno facendo: come finì quel processo?
La sentenza di primo grado, pronunciata dalla V sezione del tribunale di Palermo, il 23 ottobre del 1999, assolse l’imputato Giulio Andreotti perché, seppur c’erano degli elementi “probatori”, questi non erano stati ritenuti sufficienti a raggiungere la soglia del convincimento, al di là di ogni ragionevole dubbio.
Certamente va preso atto di una sentenza formalmente assolutoria e di questo non vi sono dubbi.
Ma, nel caso in esame, andrebbero lette anche le motivazioni della sentenza che ci informano che l’impianto accusatorio fu confermato, in particolare, per quanto riguarda i rapporti del senatore Andreotti con i cugini Antonino e Ignazio Salvo, entrambi uomini d’onore della famiglia mafiosa di Salemi. Confermati anche i rapporti con l’on. Salvo Lima, con Vito Ciancimino e con Michele Sindona; nonché certi strani ed “ambigui” incontri che ebbe il senatore Andreotti con influenti esponenti di Cosa Nostra.
Ci sia consentito, a questo punto, “sommessamente” di dire nel caso in esame non registriamo nessun complotto, né tantomeno nessun accanimento, contro l’allora senatore Andreotti. Ci sono di fatti concreti, effettivamente verificatesi e tutti questi fatti, peraltro, sono riportati in una sentenza favorevole all’ex presidente Andreotti.
La musica cambiò nel giudizio di secondo grado. Qui il processo si chiuse con la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Palermo, il 2 maggio del 2003.
In questo grado di giudizio Andreotti venne giudicato colpevole fino al 1980 del reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra. Quindi, reato commesso ma estinto per prescrizione.
Invece per le accuse successive alla primavera del 1980, la Corte d’appello confermava l’assoluzione, richiamandosi alla vecchia alla formula, all’epoca in vigore, dell’insufficienza di prove.
In particolare la Corte d’appello scriveva, per essere chiari, che “l’imputato con la sua condotta […] ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”.
Il particolare che emerge in tutta la sua gravità in questa vicenda è rappresentato dagli incontri che il senatore Andreotti ebbe con personaggi influenti di Cosa Nostra. In particolare, ci stiamo riferendo all’allora presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia il 6 gennaio del 1980.
L’uomo che sognava una “Sicilia con le carte in regola”, definito, da molti addetti ai lavori dell’epoca, l’erede di Aldo Moro.
Ebbene al riguardo Andreotti ebbe due diversi incontri, prima e dopo l’uccisione del Presidente della regione siciliana, con Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, capo della famiglia mafiosa di Cosa Nostra di Santa Maria di Gesù, e altri boss, presenti l’on. Lima e i cugini Salvo.
Andreotti, per come viene scritto nelle motivazioni della sentenza d’appello “era certamente e nettamente contrario” alla sua uccisione, ma “nell’occasione si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità e i loro disegni”.
In sostanza seppur Andreotti ha agito per preservare l’incolumità di Mattarella lo ha fatto dialogando con i mafiosi “e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali”.
Ucciso Piersanti Mattarella, scrivono i giudici “Andreotti non si è limitato a prenderne atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi e ad allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontate della scelta di sopprimere il Presidente della Regione: anche tale atteggiamento deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e […]non può che leggersi come espressione dell’intento [fallito] di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sulla azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi…”.
Questa vicenda, poi, segnò il momento di rottura tra Andreotti e Cosa Nostra proprio per questo la Corte ritenne pertanto “che una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi non si sia protratta oltre la primavera del 1980”.
La decisione della Corte d’appello è stata poi confermata dalla Corte di Cassazione in data 28 dicembre del 2004 ritenendo le valutazioni della Corte d’appello basate su una ricostruzione dei fatti logica e immune da vizi.
Credo che tutto ciò sia stato utile per ricostruire la verità, almeno quella processuale, senza nessun pregiudizio di sorta in relazione ad un personaggio che ha dominato, nel bene o nel male, la scena politica italiana per più di quarant’anni anche perché se si dovesse, e ci auguriamo al più presto, prodursi in una riforma generale del funzionamento della giustizia nel nostro Paese bisognerebbe tenere conto anche, e soprattutto, dell’immane lavoro fatto da quei magistrati che hanno con coraggio e senso di abnegazione combattuto e continuano a combattere ogni forma di criminalità organizzata scevri da ogni condizionamento.
Prof. Guglielmo Bongiovanni


