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Al via la “Scuola dell’Accesso vascolare Dialitico e di Nefrologia Interventistica 2021”. Intervista al primario Andrea Bandera

Ospedale “San Martino” di Belluno

Belluno, 9 giugno 2021 – Parte oggi la “Scuola dell’Accesso vascolare Dialitico e di Nefrologia Interventistica 2021”; appuntamento proposto dalla Nefrologia ormai regolarmente dal 2010 e richiama specialisti cultori di questa materia tra nefrologi, chirurghi vascolari e radiologi da tutto il panorama nazionale.

Il primario della Nefrologia di Belluno, dottor Andrea Bandera, spiega che il successo dell’iniziativa è sempre stato legato all’impostazione molto pratica, al numero ridotto di partecipanti e alla particolare struttura del programma proposto. In particolare alla suddivisione in 5 moduli di due giornate ciascuna a cui di volta in volta un numero massimo di 5-6 partecipanti possono accedere.
E’ pertanto un programma didattico molto intenso, che copre tutti gli aspetti della nefrologia interventistica e dell’accesso vascolare in particolare.

Dottor Bandera, in cosa consiste l’accesso vascolare dialitico?

Per poter svolgere il trattamento dialitico le persone con malattia renale necessitano di un accesso vascolare che consiste in una grossa vena del braccio opportunamente preparata, cioè chirurgicamente viene creata una anastomosi tra un’arteria e una vena, o di un catetere inserito in una vena di grosse dimensioni. In questo modo durante la dialisi viene prelevato il sangue del paziente e che viene fatto passare attraverso apposito filtri (macchine da dialisi) che viene depurato e infine restituito al paziente stesso. Ecco quindi che l’accesso vascolare è fondamentale e indispensabile per i pazienti in emodialisi. Un mal funzionamento dell’accesso vascolare non consente di eseguire una buona dialisi e questa situazione porta ad un’aumento di complicanze con aumento della mortalità, incremento dei ricoveri ospedalieri e infine aumento dei costi sociali, che potrebbero essere evitati.

Qual è l’obiettivo di questa iniziativa formativa?

Nelle Nefrologie del Veneto come ormai anche nel resto dell’Italia, la creazione e gestione degli accessi vascolari dialitici viene eseguita sempre meno o non più dai nefrologi ma da altri specialisti: chirurghi vascolari o generali, radiologi o anestesisti. Spesso le soluzioni adottate sono tardive, parziali o non ottimali. Questo situazione porta ad un utilizzo eccessivo di accessi vascolari non di prima scelta come il catetere venoso centrale, che deve essere utilizzato solo in particolari situazioni, perchè rispetto alla fistola artero-venosa va incontro a maggiori complicanze, soprattutto elevate infezioni.
Rispetto ad anni fa, le condizioni cliniche dei pazienti e la qualità dei loro vasi appaiono decisamente peggiori e realizzare un buon accesso vascolare risulta molto più complicato. E’necessario quindi una formazione continua e acquisire adeguate competenze ed esperienza.

La nefrologia bellunese sta facendo scuola in questo campo nel panorama veneto, ci può raccontare la sua esperienza?

La mia esperienza è iniziata quando ancora ero a Trento e ormai da più di 20 anni mi occupo di queste problematiche. E fin dall’inizio delle mie esperienze in dialisi ho capito quanto importante fosse per il paziente dializzato avere un buon accesso vascolare tanto che nel mondo germanico si dice: “mein Shunt ist die Lebensader” che significa la fistola è la linea della vita.
La mia formazione è stata sia con nefrologi più esperti ma soprattutto con i chirurghi vascolari di Trento. Da quando sono venuto prima a Feltre ed ora a Belluno abbiamo creato una rete di collaborazione con diverse nefrologie del Veneto e molti pazienti con problematiche dell’accesso vascolare che si sottopongono ai trattamenti dialitici vengano indirizzati al nostro centro per la creazione della fistola.

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