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Vent’anni con la valigia pronta * di Tiziana Mascolo (Comitato per il futuro di Perarolo)

Frana di Perarolo di Cadore

Era il 2000, esattamente venti anni fa, quando gli abitanti della piazza di Perarolo di Cadore furono per la prima volta sfollati, fatti uscire dalle loro case per la paura di una imminente caduta di materiale nell’alveo del torrente Boite.

Da quel momento in poi è stato un susseguirsi di studi, misurazioni, laser scanner, rilievi con droni, misure di spostamento con GPS ed un intervento strutturale (sulla cui validità lasciamo che si esprimano i tecnici ma che già, con la saggezza dell’abitante del luogo, il sindaco Ruggero Lollato aveva espresso dubbi). E poi nomi da appuntare, per non dimenticarli, tecniche di monitoraggio all’avanguardia e sempre nuove tecnologie da provare a capire e ricordare. In questi venti anni gli abitanti di Perarolo hanno imparato a conoscere questi termini tecnici e nel loro piccolo sono diventati degli esperti, degli acuti osservatori della parete che si staglia davanti alla loro piazza, monitorando la quantità di materiale sul versante, gli scoli delle acque e l’arrivo di nuovi macchinari. Non sono tecnici, non sono geologi o ingegneri certo, ma hanno imparato a conoscere la loro frana e a notare tutti i cambiamenti, anche quelli più piccoli. In questi venti anni poi hanno parlato con molti esperti, professori universitari, studenti e tecnici di tutti gli enti, persone che passavano, studiavano la situazione e poi se ne andavano.

Ma gli abitanti di Perarolo sono rimasti là, sotto la “loro” frana ad osservare, o meglio, avrebbero desiderato davvero rimanere lì sempre nelle loro case che si affacciano sulla piazza ad osservare i cambiamenti, ma questo non è sempre stato possibile. Dal 2017 fino ad oggi infatti ogni volta che piove un po’ troppo sanno che è il caso di prepararsi alla possibilità di dover uscire dalle loro case con pochi minuti di preavviso per una minaccia che incombe sulle loro teste, così vicina, ma allo stesso tempo così lontana. Lontana perché non è così facile, da cittadino, comprendere la reale entità di quello che succede sulle loro teste.

Nel 2018 Vaia crea in tutta la provincia il peggiore disastro idrogeologico dal ’66. Tutti gli occhi sono puntati su Perarolo e la sua situazione critica, ma Vaia passa e il paese ne esce quasi indenne, la frana ne esce quasi indenne, anche grazie all’unico intervento realizzato tra il 2006 circa ed oggi: la ricopertura provvisoria con teli per evitare infiltrazioni di acqua meteorica realizzata dalla Regione Veneto nel 2018. Però la valigia è sempre pronta e i giorni fuori casa sono sempre di più. E’ possibile comprendere la confusione e lo smarrimento di queste persone, ormai esperte della fuga notturna con valigia d’emergenza, di fronte ad una situazione che sembra così immobile nella sua continua e incessante evoluzione tra studi e lavori, teli stesi e canalette di scolo per il drenaggio delle acque che seppur nuove si intasano alla prima pioggia. Il problema è che alla fine tutto questo non porta mai ad una soluzione. Possiamo capire la frustrazione di conoscere sempre la situazione a metà, di non sapere perché le voci (perché spesso solo di voci non ufficiali si tratta) che arrivano sono sempre discordanti tra di loro. Possiamo metterci tutta la razionalità della terra per comprendere la situazione: certo li fanno uscire di casa per il loro bene, per proteggerli…ma no non possiamo capire perché la frana non si trova sulle nostre teste ogni giorno, sopra le nostre case che abbiamo sistemato con amore e cura, dove abbiamo cresciuto la nostra famiglia, nel paese che amiamo e in cui abbiamo scelto di vivere.

Non possiamo capire il moto di rabbia nel sentirsi dire cose come “siamo in montagna e la montagna frana, non possiamo farci niente”, oppure “non possiamo intervenire sulla frana, se volete stare tranquilli l’opzione migliore è delocalizzare”.

E la rabbia sale ancora di più quando leggendo i giornali si trovano articoli su frane della provincia, risolte brillantemente, piccole frazioni messe in sicurezza…e nei nostri cittadini di Perarolo sorge una unica e spontanea domanda: ma perché questo non può essere fatto anche da noi? E ancora di più quando ci sono tecnici con curricula rinomati che già anni addietro hanno dato una soluzione.
Non serve fare polemica in questo momento, non serve accusare e recriminare, serve solo provare a mettersi nei panni degli altri, provare a comprendere il senso di abbandono e precarietà nella quale queste persone vivono le loro giornate. Si parla molto di quanto sia difficile vivere in montagna e le campagne elettorali hanno speso pagine e pagine sulla valorizzazione della montagna, sulla sua ricchezza e su come si lavorerà sempre di più per contrastare lo spopolamento delle nostre vallate. Bene, perché non possiamo partire da qui? Perché non proviamo a dare una opportunità di vita serena a queste persone che da venti anni ormai vivono con la paura della pioggia? È proprio il caso di dirlo: se si vuole SI – PUO’- FARE!

Tiziana Mascolo – Presidente Comitato per il futuro di Perarolo

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