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Il baluardo della Serenissima. L’appassionante racconto di Sante Rossetto che inizia nel ‘500 in Cadore

Quanti ricordano oggi la battaglia di Rusecco (marzo 1508)? Eppure quello scontro svoltosi a Tai di Cadore è stato il primo passo verso la guerra di Cambrai (1509-1517) che ha causato il ridimensionamento della Serenissima a potenza di seconda fascia nel panorama europeo.

Venezia si era affacciata al XVI secolo colma di ricchezza, vogliosa di allargare il proprio Stato da terra e attorniata da tanti nemici, sia in Italia che all’estero. Nel 1508 sfidò l’imperatore, sconfiggendolo a Rusecco e togliendogli Trieste, Gradisca, Gorizia e Fiume. Ma fu una mossa che riuscì a coagulare i suoi nemici in una Lega firmata a Cambrai con l’obiettivo si smembrare lo Stato veneziano. La Repubblica, con un forte esercito guidato dai migliori condottieri dell’epoca, accettò la sfida contro Francia, Impero, Spagna e soprattutto papa Giulio II. Fu sconfitta ad Agnadello (14 maggio 1509) e dovette lottare oltre sette anni, cambiando alleanze, per riconquistare le città perdute fino alla pace del 1507 con cui la terraferma tornava alla Serenissima.

Ma in questo periodo il Veneto, il bellunese, il feltrino, il Cadore furono sottoposti ad assedi, conquiste, incendi, stragi. Un momento storico molto importante che ora Sante Rossetto ci racconta nel suo “Il baluardo della Serenissima” edito da Canova. Un libro di 250 pagine che segue le vicende che hanno coinvolto il Cadore, conquistato e poi perduto da Venezia (l’Ampezzano resterà austriaco fino al 1918), Belluno occupata, perduta, rioccupata e soprattutto quello snodo fondamentale verso la pianura che era Feltre sottoposta a stragi tanto che ad un certo punto (1510-1511) la città non aveva più abitanti. E, ancora, la storia di Castelnuovo di Quero, baluardo ritenuto inespugnabile che bloccava ogni passaggio dal Feltrino alla pianura. Fu proprio qui che nell’agosto del 1511 Mercurio Bua, comandante degli imperiali, riuscì in un’impresa ritenuta impossibile, attraversare a nuoto e armato il Piave, scalare il muro del castello lasciato privo di difensori perché quella via di attacco era ritenuta inaccessibile. Il comandante veneziano, Girolamo Miani, fu fatto prigioniero e, a detta sua, il mese successivo liberato dalla Madonna che aveva sciolto le catene che lo tenevano prigioniero. Come Ignazio di Loyola anche il Miani fu colto da una crisi spirituale che lo portò a fondare la congregazione somasca divenuta famosa nel campo dell’istruzione e dell’educazione dei giovani.

Ma qual era il baluardo di cui parla l’autore nel titolo?

Era la città di Treviso, unica città della Serenissima mai conquistata dai nemici. E partendo da questo centro, rapidamente rafforzato con le nuove mura in buona parte conservate anche oggi, che Venezia riuscì a ricompattare il proprio Stato di terraferma.

Lo studio di Rossetto, arricchito da un capitolo dedicato alle biografie dei principali condottieri che hanno combattuto in questo conflitto, è un lungo e appassionante racconto di un momento storico che ha condizionato l’esistenza della Repubblica e del suo territorio. Una lettura fondamentale, e accattivante, che penetra anche nella vita quotidiana dei villici oggetto di vessazioni dei soldati, degli artigiani cittadini costretti ad ospitare nelle proprie case i soldati di guardia. Un racconto che non si limita ai pur basilari fatti d’arme, ma che coinvolge tutti, clero compreso, in una guerra drammatica e feroce.

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