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Coronavirus e salute mentale. Intervista al dottor Fabio Candeago, già primario di Psichiatria del Cadore

Fabio Candeago – Psichiatra

Oltre ai 25mila morti in Italia, la crisi economica e la crisi sociale, tra gli effetti di questa pandemia, vi sono anche quelli che riguardano la sfera della psiche, di cui poco se ne parla. Per saperne di più lo abbiamo chiesto al dottor Fabio Candeago, già direttore del Dipartimento salute mentale dell’Ulss 1 Dolomiti e primario della Psichiatria del Cadore.

Dottor Candeago, secondo la Società Italiana di Psichiatria in Italia abbiamo circa 900mila persone l’anno che si rivolgono ai Centri di salute mentale, con una media di 20-30 trattamenti sanitari obbligatori (Tso) al giorno. L’emergenza coronavirus, con i provvedimenti di distanziamento sociale ecc., come ha inciso su questa tipologia di pazienti?

Da informazioni raccolte dai miei ex collaboratori non pare vi sia stato un incremento di acuzie psicopatologiche in questo periodo, né TSO, né aumento dei ricoveri volontari.
Ho letto di un aumento dei TSO in realtà urbane (Torino ad esempio). Sicuramente realtà come quelle della nostra provincia riescono in questo caso ad essere più protettive /inclusive.

Per chi già soffre di disturbi, vi sono stati aggravamenti. Vi sono stati nuovi casi di ansia o depressione per effetto di questi provvedimenti restrittivi che obbligano a rimanere a casa il più possibile?

Non riesco a fare stime precise. Penso però che ad amplificare l’ansia abbia contribuito la comunicazione specie quella istituzionale e televisiva. Si è passati da una situazione di sottovalutazione ad una escalation di preoccupazione (l’informazione dovrebbe essere chiara, né drammatica né edulcorata). L’incertezza, l’ansia e la paura sono i sentimenti che proviamo tutti noi. Le reazioni dipendono dall’indole di ognuno. Si è passati dallo stress da sovraccarico di impegni ad uno stress da sottooccupazione, al dover gestire il disorientamento del vuoto. Le persone con maggiori fragilità sono più a rischio. La convivenza “forzata” e la costrizione dentro regole rigide sono fattori di rischio specie per chi ha difficoltà a rispettarle e può avere reazioni rabbiose e/o violente.

Quali sono le fattispecie più esposte ai disturbi della psiche, in questo momento di forzato isolamento, uomo, donna, giovani, anziani?

Penso che i giovani se la cavino meglio degli adulti, perché già immersi in un mondo tecnologico che consente loro di mantenere e ampliare i contatti con l’uso dei social network. Soffrono maggiormente gli anziani, perché privati della loro routine e della loro rete di relazioni abituali e verosimilmente in balia dell’azione ansiogena della televisione.
Una questione importante sarà in una seconda fase il supporto psicologico al personale sanitario in prima linea nell’emergenza, per consentire una elaborazione degli aspetti traumatici legati alla morte e a volte all’impotenza difronte all’andamento della malattia.

La presa in carico di un paziente psichiatrico che abbia contratto il covid-19 nelle strutture sanitarie cosa comporta sotto il profilo della gestione e della sicurezza?

Le nostre società scientifiche hanno prodotto linee guida per affrontare l’operatività psichiatrica in condizioni di emergenza e credo possano essere un punto di riferimento (risorse permettendo).

A causa del coronavirus, gli ospedali hanno dovuto sospendere la continuità assistenziale riguardante l’ordinaria amministrazione dei pazienti. Come avviene per la scuola, si stanno sperimentando tecniche di supporto via web per questi pazienti?

Ho notizia che diversi colleghi hanno mantenuto i contatti con i pazienti mediante sedute di consulenza/psicoterapia tramite Skype o supervisioni sui casi con la piattaforma Zoom. Nei servizi pubblici, con le opportune precauzioni credo si sia dato il supporto possibile, molto utile il counseling telefonico da parte del personale dei DSM (Dipartimenti salute mentale) che conosce già i pazienti in carico.

Parliamo di risorse. Pare che la sanità in Italia, oltre ai tagli, sia stata vittima di mala gestione. Un esempio per tutti, il prezzo di una siringa all’ingrosso è di 3 centesimi, ma le Ulss mediamente la pagano 7 centesimi, ossia il 133% in più (dati 2013). Nella Psichiatria come è andata?

Questione spinosa : la Salute Mentale è sottofinanziata in Italia (media 3,5 % del Fondo Sanitario – Veneto 3,2% ) all’incirca si spende la metà di quanto si spende in Europa 7% circa).
In una pubblicazione recente (F.Starace, R.Rossi, F.Baccari, G.Gibertoni: Domanda di salute mentale e capacità di risposta dei DSM italiani si stima che i DSM siano in grado di rispondere correttamente solo al 55,6% del fabbisogno assistenziale stimato.
Il quadro di grave sofferenza in termini di risorse umane determina già oggi delle scelte , ossia individuare le priorità di cura e alimentando il “treatment gap”.

(rdn)

 

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