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mercoledì, Marzo 3, 2021
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L’agonia di Venezia 

Gli eventi del 12 e del 13 novembre 2019 e il livello di 187 centimetri ha riportato alla memoria i 194 cm raggiunti dall’acqua “granda” il 4 novembre 1966 a Venezia, frutto di una marea eccezionale. Da quell’anno sono passati 53 anni e la Serenissima non ha ancora alcuna protezione dal mare che entra in laguna ed alza il livello dell’acqua, arrivando a coprire buona parte del centro storico e delle isole lagunari. L’argomento è stato oggetto di aspre discussioni fin da subito, tutti alla ricerca della soluzione più idonea.

Indro Montanelli negli anni Sessanta sostenne la tesi che “Venezia non aveva, per restare Venezia, che una scelta: mettersi sotto la sovranità ed il patronato dell’Onu per riceverne il trattamento, che certamente le sarebbe stato accordato, dovuto al più prezioso diadema di una civiltà non italiana, quale la Serenissima mai fu né mai si sentì, ma europea e cristiana, intesa unicamente alla conservazione di sé stessa, quale tutto il mondo civile la vorrebbe”. L’idea immaginifica cadde nel più assordante silenzio dei decisori politici nazionali e locali, ebbe unicamente qualche eco a livello internazionale. In ogni caso pur essendo al di fuori del quadro istituzionale vigente ieri (come oggi), poteva essere tentata una richiesta per istituire una zona franca almeno per l’Area Marciana e per lo stesso Porto di Venezia, ricalcando lo status speciale ritagliato per il porto di Trieste e concesso il 18 marzo 1719 dall’imperatore Carlo VI d’Asburgo e finora conservato per quel territorio dallo Stato italiano. Ma si sa, da noi abbiamo il pallino delle grandi opere che tutto risolvono, giusto per scrivere fake news.

Tornando all’immarcescibile normalità, nel corso degli anni seguenti la grande alluvione furono vagliati molti progetti e nell’aprile del 1984 fu scelta la soluzione delle dighe a scomparsa. Successivamente fu un comitato interministeriale per la salvaguardia di Venezia, meglio noto come Comitatone, che il 3 aprile del 2003 approvò in via definitiva il progetto del Mose. Il mese dopo, l’allora premier Silvio Berlusconi pose la prima pietra, accompagnato nell’occasione dal fedele Giancarlo Galan, presidente della Regione Veneto poi indagato nel 2014 e condannato successivamente per corruzione continuata. Oltre al detronizzato governatore, sempre sostenuto dalla Lega che con il “prode” Zaia in giunta in quegli anni nulla vedeva, sentiva, percepiva; sono state coinvolte altre 35 persone per aver preso mazzette e falsificato fatture. Alcuni nomi eccellenti, Altero Matteoli già ministro dei governi Berlusconi deceduto, Giorgio Orsoni sostenuto dal PD ex sindaco di Venezia, Giampietro Marchese tesoriere e consigliere regionale PD, Renato Chisso Forza Italia, l’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, l’ex magistrato delle Acque, Patrizio Cuccioletta ed, infine, due personaggi chiave, il Re del Mose morto quest’anno nella sua villa in California ovvero il presidente del Consorzio Venezia Nuova ingegner Giovanni Mazzacurati e, “l’oliatore” del sistema tangentizio ingegner Piergiorgio Baita. In totale il 16 ottobre del 2014 furono 19 gli indagati che patteggiarono davanti al giudice di Venezia ed uno a Milano. Con il Mose ed a differenza di tangentopoli dei primi anni Novanta del secolo scorso, il salto di qualità nel rubare soldi e legalità alle comunità amministrate è evidente. Non solo esponenti di partiti, come di consueto, ma anche pezzi importanti di apparati statali tramite i propri dirigenti apicali.

A vent’anni da mani pulite, nulla è cambiato; sono cresciuti l’impegno e l’ingegno per saccheggiare più in profondità le risorse pubbliche, associando anche chi – per compiti d’ufficio – doveva controllare. Davvero comico leggere sulla stampa articoli eruditi che i ritardi nella consegna del manufatto Mose, sono dovuti per lo più alla farraginosità delle procedure, allo spezzettamento delle competenze tra decine di enti. Non occorre essere eccessivamente acculturati, per sapere che in caso di gravi reati penali commessi da un’organizzazione dedicata ad uno scopo, il Consorzio Venezia Nuova casualmente l’unico concessionario per i lavori nella Laguna di Venezia, tutto procede al rallentatore. Viene il sospetto che il groviglio estenuante di procedimenti, la parcellizzazione dei poteri mal distribuiti, l’assenza di premi e vantaggi legati per chi occupa posizione di vertice assumendosi in tempo e per tempo le responsabilità connesse al ruolo, sia in effetti un tappeto predisposto perché è più facile delinquere da parte di chi ne ha la volontà e la possibilità per la funzione ricoperta.

Il Mose per salvare Venezia dalle acque alte è quasi finito. In quel “quasi”, ciò che manca è appunto il motorino d’avviamento. Per questo motivo non è stato fatto funzionare di recente. È completa e pronta la parte pesante e colossale di cemento e acciaio; deve essere finito ciò che farà muovere le paratoie per chiudere fuori dalla laguna l’acqua alta. Vanno istallati compressori, attuatori, sensori, cablaggi e così via; il famoso 5% assente. Finora sono stati spesi 5,3 miliardi (tangenti comprese) su una spesa totale e finale di 5,5 miliardi stimati. Trattandosi di un modello “sperimentale” non è detto che una volta terminata la prima fase, tutto debba filare liscio. Le cerniere delle paratoie mostrano già segni di corrosione, prima ancora che il Mose sia operativo. La data di entrata in opera è prevista alla fine del 2021, con cinque anni di ritardo rispetto alla precedente tabella di marcia che fissava la data di consegna nel 2016. Trascorsi i primi tre anni di funzionamento a carico del Consorzio alias lo Stato, il costo di gestione ordinario – a norma vigente- sarà a carico degli enti locali per un costo stimato tra gli 80 ed i 90 milioni ad anno. Va da sé che i politici regionali e comunali chiederanno l’accollo della spesa al Governo, essendo questo formalmente un cantiere statale.

Dubbi più pesanti sono sollevati sull’utilità stessa del Mose da parte del Prof. Carlo Giupponi, docente di Economia dell’Ambiente a Ca’ Foscari e rettore della Venice International University di San Servolo, oltre che esperto di Scienza e gestione dei cambiamenti climatici. Afferma il docente in una sua recente intervista “Venezia si è sempre adattata, nei secoli, ai fenomeni naturali a cui era esposta, a partire dall’innalzamento del livello della laguna sulla quale fu costruita oltre mille anni fa, ma ora, con l’accelerazione dei fenomeni, la sua capacità di adattamento è messa a dura a prova, e nemmeno un progetto concepito meno di vent’anni fa come il Mose riuscirà a far fronte ai cambiamenti climatici in atto” .

Aggiunge, per chiarire meglio il suo pensiero “Gli eventi estremi sono sempre più frequenti. La situazione di questi giorni a Venezia è simile a quella che l’anno scorso ha provocato la tempesta Vaia: forti precipitazioni associate a forte vento di scirocco. Se in mille anni un fenomeno come questo ricorre un paio di volte, il fatto che queste siano avvenute in due anni consecutivi è significativo”. Staremo a vedere dopo il 2021, se Venezia sarà salvata dall’acqua “granda” in virtù del Mose o se invece, sarà sovente alluvionata causa le frequenti maree oltre i 160 cm. Comunque, non c’è da preoccuparsi accantonato l’esperimento non riuscito a danno della città e della collettività, potranno essere chiamati gli olandesi che hanno già risolto – da tempo – un analogo problema dalle loro parti e che con un decimo di quanto sperperato per il Mose, daranno la soluzione pronta e scodellata. Dove sta il problema?

Enzo De Biasi

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