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Autonomia Regionale Rafforzata. La proposta del Veneto, un soufflé afflosciato classificabile come mera propaganda * di Enzo De Biasi

Enzo De Biasi

Letti comparativamente i due recenti comunicati stampa del neoministro Boccia e quello del Presidente Regionale per riattivare (terza volta) il confronto Stato-Regione al fine di rafforzare il Veneto, sembra più condivisibile l’affermazione del titolare del Dipartimento Affari Regionali sulle norme scaturite dall’operazione referendaria attuata nel 2017, che erano e restano “mera propaganda”.

La chiamata alla corresponsabilità degli esperti giuridici per il testo di legge redatto e presentato a Roma da parte del vertice regionale, appare perlomeno inadeguata. Di fronte ad una stroncatura d’ordine politico, la risposta va data sullo stesso terreno, se si è in grado. A nulla serve nascondersi dietro il lavoro degli esperti giuridici, quando il risultato finora non colto è addebitabile – ad esempio – agli ultimi 14 mesi del Governo Giallo-Verdi sprecati inutilmente pur essendo il titolare della struttura ministeriale residente in Veneto, di marcata appartenenza leghista e perfino avvocato. Inoltre, già durante la campagna elettorale scorsa ampie rassicurazioni sui tempi di realizzo erano state date dal Capo Partito della Lega per Salvini Presidente, che ebbe a dire “se vinciamo le elezioni, io e Luca per l’autonomia bastano tre minuti “. Ipse dixit, quante decine di migliaia di “3 minuti” sono trascorsi infruttuosamente dal 1 di giugno 2018? Come ha riferito in Parlamento a metà agosto il ri-confermato Presidente del Consiglio, durante l’esecutivo penta-leghista c’è stato chi lavorava a Palazzo Chigi e chi frequentava il Papeete Beach.

Riepilogare i fondamentali della vicenda qui in discussione, giusto per memoria e maggiore contezza su quanto accaduto, è a questo punto utile. Innanzitutto, il contenuto e la cornice costituzionale del quesito sottoposto il 22 ottobre 2017 alla consultazione popolare. La chiamata alle urne referendarie è sì, come afferma Zaia, frutto dell’approvazione della Corte costituzionale della richiesta “vuoi tu maggiore autonomia”, ma dopo che gli stessi giudici avevano bocciato ben altre 5 domande avanzate dal Consiglio Regionale del Veneto che riguardavano la sostanza di ciò che nell’immaginario e nel vissuto popolare, è ritenuto essere il nucleo forte di più “poteri e schei” che il governo centrale deve dare.
Della cinquina cassata a Roma, due richieste erano di carattere istituzionale, la prima vuoi che il “Veneto diventi una Repubblica Indipendente e Sovrana” ed il secondo, vuoi che il “Veneto diventi una Regione a Statuto Speciale”, gli altri tre di natura economica, vuoi che “l’80% dei tributi pagati dai cittadini veneti a Roma sia trattenuto in Veneto”, che la “Regione Veneto si trattenga l’80% dei tributi riscossi localmente” che “il gettito derivanti dalle fonti di finanziamento della Regione non sia soggetto a vincoli di destinazione”. Il ragionamento non scritto, ma sotteso dalla lettura delle sentenze di rigetto di quanto proposto dalla Regione del Veneto è stato, in buona sostanza, “noi giudici attestiamo se ed in che misura le domande sono in linea con la carta costituzionale, poi se i Veneti vogliono farsi un referendum non previsto dal circuito istituzionale ed inoltre se lo pagano anche con soldi propri, facciano pure”. Come dire, prima di entrare in partita volete riscaldare i muscoli e darvi più forza ri-sentendo il popolo, nulla quaestio, è affar vostro. Noi bocciamo il merito dei desiderata, ma vi diamo la facoltà di farvi qualche giro di riscaldamento a bordo campo. Alcuni dei dotti giuristi ed eminenti avvocati che hanno difeso le ragioni del Veneto avanti la Corte costituzionale e che in questi anni hanno aiutato gli organi elettivi, Presidente in primis, hanno conseguito un brillante risultato su 6 cause, 5 sono state perse. Le altissime tesi dottrinali venete esposte alla Consulta hanno davvero convinto la platea dei costituzionalisti, vantando un risultato positivo meritevole di citazione nei manuali delle giovani marmotte, pardon nei testi scolastici in uso ai giovani in via di formazione per la professione forense.

Banale, è invece la motivazione per la quale Luca Zaia che nel 2015 aveva raccolto consensi pari alla metà dei voti 50.0, ha chiesto ed ottenuto altra energia per realizzare quanto la Lega predica, ma non realizza, da almeno vent’anni. Non v’è dubbio che la spinta anzi lo spintone ricavato dalla partecipazione al voto referendario acclarato dal 57% degli elettori/trici, ha dato una scossa elettrica così potente, illuminante e chiarificatrice, che ancora il Veneto brancola nel buio.
Differentemente dalle due regioni a trazione leghista del Nord Italia, allenatesi con dispendio di mezzi tratti dai rispettivi bilanci, l’Emilia-Romagna -più saggiamente- ha percorso l’iter codificato dall’art. 116 comma 3 Costituzione, approvando diversi provvedimenti al fine di attivare la trattativa sulle materie (quindici) ritenute più consone alla propria vocazione territoriale e socioeconomica. Sulla stessa scia, sono o stanno per procedere anche le restanti regioni a statuto ordinario. Lo spot propagandistico veneto alle casse regionali è costato più di 14 milioni di €; chissà quante centinaia di contributi potevano essere dati alle scuole materne cattoliche con quella stessa cifra nell’anno di grazie 2017. Discettando di partecipazione c’è sempre l’illuminato di turno che esclama e chiede, “l’esercizio democratico del voto va sempre garantito, indipendentemente dal costo”. Concetto corretto, ma valeva la pena chiedere ai Veneti “vuoi tu più Autonomina equiparabile al motto vuoi tu bene alla mamma?”. Sarebbe come indire un eventuale referendum nazionale, per fortuna precluso dalla Costituzione, sull’argomento “Vuoi tu pagare l’IVA?”, la tassa più odiata dagli italiani, l’esito è scontato in partenza.

Viceversa, il Consiglio Regionale attuale senza chiedersi e riflettere sul pesante rifiuto acquisito nel merito delle richieste avanzate ha preferito procedere appellandosi al popolo per uno ed unico quesito privo di consistenza. Inoltre, la povertà cognitiva delle forze d’opposizione seguita dalla totale incapacità di elaborare una strategia alternativa a quella di Zaia, ha impedito di spiegare le ragioni di un NO critico e di motivare all’astensione una fascia consistente di elettorato, rendendolo edotto della pubblicità ingannevole propinata in relazione all’eldorado promesso. Sull’altro fronte, la maggioranza compatta in marcia verso la meta agognata, ha pesantemente sottovalutato che lo slogan “prima Il Veneto” valido per acchiappare voti nelle ultime regionali, ha avuto effetti nefasti a scala nazionale considerato che qualsiasi straccio di intesa deve (doveva e dovrà) essere approvata “a maggioranza assoluta dei componenti eletti in Parlamento”, deputati e senatori del Centro-Sud inclusi, che sono più numerosi di quelli del Nord. Tutto questo era già stato scritto e previsto in agosto 2017 in un documento, non a caso intitolato, “Il Referendum Farlocco”.
In effetti, al quesito riservato al buon cuore hanno partecipato il 57, 2% dei votanti, di questi l’1,9 ha rigettato al mittente la proposta e sommando questi a quelli che non si sono recati al seggio ovvero il 42,8%; il diniego alle tesi delle 23 materie qui e subito; è stato fatto proprio dal 45% del corpo elettorale (44,7%). Davvero tanti quelli che hanno ritenuto né credibili né affidabili le favole veicolate nei media che, alla fine della fiera, pur essendo stata la narrazione assecondata dai partiti d’ opposizione convinti che l’autonomia rafforzata è, “ciò che vuole il nostro popolo”. Pura mistificazione. La prova provata che la situazione poteva essere capovolta spiegando le motivazioni dell’inutilità del referendum, dell’incongruenza sistemica delle 23 materie ivi compreso il c.d. “residuo fiscale”, sta nel risultato raggiunto nella seppur piccola provincia di Rovigo, dove hanno prevalso i NO.

In questo territorio due consiglieri regionali, Azzalin (PD) e Bartelle (5Stelle) hanno agito, semplicemente, ragionando con la loro testa ovvero in piena autonomia. Inoltre, se questa era l’occasione per “la svolta epocale”, per un “appuntamento con la Storia”, perché tutta la nomenklatura partitocratica ha raccolto la stessa messe di consensi identici nello zero virgola 57,2%, a quanto già racimolato nel 2015?. E sempre in tema di partecipazione, perché l’anno prima al referendum nazionale si sono recati al seggio una percentuale pari al 76,7% degli aventi titolo, quasi il 20% in più (19,5%) di quello che nelle intenzioni dei promotori avrebbe dovuto segnare il futuro del Veneto? Il mancato ampliamento del perimetro democratico del 2017 rispetto al 2015, i venti punti in meno del referendum regionale rispetto a quello costituzionale, stanno a dimostrare -nonostante i soldi pubblici investiti – le velleità e vacuità del disegno istituzionale in salsa leghista.

Infine, il pdls (progetto di legge statale) nr. 43/2017, approvato a tamburo battente dal Consiglio Regionale il 15 novembre 2017 senza aver potuto consultare il neoistituito, ma non ancora funzionante -lo sarà in base alla legge nr. 32/2017 l’anno dopo- Consiglio delle Autonomie Locali, venne spedito celermente a Roma. Il destinatario non è quello naturale trattandosi di una “proposta di legge statale”, ovvero Camera dei deputati o Senato della Repubblica, i cui uffici sono obbligati ad un vaglio tecnico di conformità e al dettato costituzionale e di sostenibilità economica, ma l’indirizzo è quello di Palazzo Chigi. Anche se stampata in bella vista nei documenti ufficiali regionali sta la dizione “da trasmettere al Parlamento Nazionale ai sensi dell’art. 121 della Costituzione”, il dominus regionale non ha voluto mettere nella conoscenza e nella capacità di esaminare gli organismi competenti. Importante era spedire il plico a Roma, ma non al ricevente legittimato dalla norma quanto al Governo Gentiloni in fase terminale che, da par suo, ha preferito glissare sulla forma ed iniziare il negoziato che condurrà alla pre-intesa conclusasi il 28 febbraio 2018, considerando il plico ricevuto alla stregua di un provvedimento consiliare cosi come erano quelli della Lombardia e dell’Emilia-Romagna. Viceversa, nel racconto al popolo fatta dai media, tale pdls veniva denominato “la Legge di Zaia per il Veneto”. Chissà se, ad esempio, l’art. 2 del pdls 43/2017 che prevede l’attribuzione dei 9/10 di Irpef, Ires ed Iva al Veneto in netto contrasto con le sentenze citate all’inizio di questo articolo che hanno negato l’80% dei tributi pagati e riscossi in Veneto, saranno esigibili per il portatore d’interessi regionale. Fra poco, il mistero sarà svelato e quindi si saprà -in via definitiva – se quanto riferito ai cittadini era menzogna o realtà.

Prossimamente saranno pubblicati altri due articoli: “50 anni dopo l’istituzione delle Regioni, servono ancora? e quindi “Dalla Repubblica Unitaria a quella Federale, un percorso fattibile.”

Enzo De Biasi

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