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Intervista ad Antonio G. Bortoluzzi autore di “Paesi Alti”. Il suo ultimo romanzo verrà presentato venerdì 22 maggio (alle 20.30) a Farra d’Alpago

Golo e Bortoluzzi al Trento Film Festival leggera“Paesi alti” (ed. Biblioteca dell’Immmagine) è l’ultimo e recente libro di Antonio G. Bortoluzzi che conclude una trilogia (con “Cronache dalla valle” e “Vitae morte della montagna”), al centro della quale sono posti le comunità di montagna e la vita di una vallata a partire dalla prima metà del Novecento fino ad arrivare ai giorni nostri, quelli della crisi economica per intendersi. Già presentato al Trento Film Festival e a Veneto Narra alcune settimane fa, “Paesi alti” sarà presentato a Farra d’Alpago (dove vive lo scrittore) venerdì 22 maggio (alle 20.30) nella sede del gruppo degli alpini che si trova vicino ai campi sportivi. A Bortoluzzi abbiamo rivolto alcune domande per introdurre alla lettura del libro.

La società degli adulti e quella dei ragazzi. In questa trilogia, e soprattutto in quest’ultimo libro, il punto di vista della narrazione è quello di un ragazzo. Perché?

“Scrivere dal punto di vista di un ragazzo consente un non-sapere e uno stupore, con elementi di paura come rabbia e dolore, che sono poi un buon modo di raccontare la vita che accade intorno”.

In “Paesi alti” entra anche l’aspetto dell’emigrazione, non più come elemento di contorno, pensavi di esplorare questo aspetto già mentre scrivevi i due precedenti?

“Sì, perché il lavoro è il centro che occupa o disoccupa le nostre vite, anche in termini più drammatici di quelli che conosciamo oggi. La nostra è terra d’emigrazione e per lavorare siamo stati, e siamo, disposti a tutto, anche all’erosione progressiva dei diritti, dall’aumento dell’età pensionabile, alle tutele tolte e poi divenute ‘crescenti’. Credo che i protagonisti di “Paesi Alti” siano più vicini a noi oggi che vent’anni fa quando la locomotiva del Nordest sembrava inarrestabile”.

Come si colloca Paesi Alti rispetto agli altri due libri?

“ ‘Cronache dalla valle’ raccontava una valle montana negli anni ‘40 e “Vita e morte della montagna” il ventennio 1960-1980 in quegli stessi luoghi. Con la storia di Tonìn e di sua madre ho voluto raccontare gli anni ’50: quando in altre parti d’Italia si gettavano le premesse del boom economico e della Dolce vita, qui c’erano famiglie e comunità che lottavano per sopravvivere come nell’immediato dopoguerra. Borghi sperduti e senza nome, riso col latte la sera, lavoro fatto con le braccia. Ho voluto entrare in quelle case, respirare la povertà che può diventare miseria”.

In “Vita e morte della montagna” hai solo sfiorato il tema della modernità che ci inganna, pensi di riprendere questo aspetto nei prossimi libri? “Mi piacerebbe scrivere qualcosa sull’oggi, sì. Io non sono contro la modernità, e siccome la vecchia casa dove sono nato è ancora lì senza riscaldamento, acqua corrente, energia elettrica e servizi igienici non mi va di predicare ‘il ritorno ai bei tempi di una volta’ ”. Detto questo c’è una modernità che ci inganna ed è quella che promette felicità a patto di produrre e consumare sempre di più.

Nei tuoi libri c’è qualcosa che contrasta con il quadro bucolico che l’ambientazione potrebbe suggerire. In cosa consiste questo contrasto?

“Vivo in Alpago e mi sposto solo per necessità. La bellezza è intorno, non si può non vedere, però quando scrivo una storia voglio raccontare le persone più dei panorami. Il quadro bucolico idilliaco, per chi ha avuto anche una minima esperienza di stalle, campi, vigne ripide e povertà non esiste. Esiste il lavoro duro, la fatica, la cocciutaggine di restare, magari l’impossibilità di vivere altrove”.

Parlando degli anni ’50 in montagna affronti spesso i temi della famiglia, della socialità e del mutuo soccorso. Perché li ritieni importanti?

“Il benessere economico rende indipendenti, autonomi e anche abbastanza soli. Fino agli anni ’60 e ’70 nei borghi sperduti di montagna c’era una necessaria collaborazione tra le persone. Non erano bontà e altruismo generalizzati, anzi io racconto spesso di liti per i confini delle piccole proprietà, dissapori e baruffe durate per più generazioni, senza contare il ruolo subordinato delle donne o il problema dell’alcol. Però le persone dei borghi di montagna di cui scrivo sapevano una cosa: da solo non ce la fai a vivere. E questo era più potente dell’individualità”.

Ezio Franceschini

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