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Le solite facce. Ma c’è anche una società civile che combatte sul territorio * di Marco Rossato

Marco Rossato
Marco Rossato

Caro Roberto,

leggo con preoccupazione il tuo editoriale di oggi che comincia con ”siamo in campagna elettorale” come a connotare un momento in cui saltano gli schemi quotidiani e dove la fantascienza si sostituisce alla realtà, la convenienza ai valori, le promesse ai fatti e, via così, a tratteggiare un’immagine fatta delle “solite facce” che opprimono mediaticamente, culturalmente, moralmente, idealmente una massa di succubi o, quasi peggio, di arresi che non potranno concretamente esprimere il proprio consenso, le proprie ragioni, le proprie scelte, le proprie aspettative e i propri valori, ingabbiati in un meccanismo più forte di loro.

Beh, benché condivida con te il giudizio sui fallimentari meccanismi con cui la nostra attuale democrazia, detta “seconda repubblica”, si trova a governare questo paese in questo difficilissimo momento storico, non sono assolutamente d’accordo con te nello spirito, vittimista, fallimentare e quasi di autoindulgenza per la disillusione, che si respira tra le righe del tuo scritto.

Certo l’analisi dell’attuale situazione del paese non può che indurre ancora forti preoccupazioni.

Sotto il profilo finanziario la dimensione del debito pubblico italiano ne determina l’impossibilità concreta nel medio-breve periodo di ridurlo a valori che non ne condizionino l’elevato costo di finanziamento.

Il percorso di riduzione del debito passa poi obbligatoriamente per la parola sviluppo, fondamentale anche per l’altra emergenza, il lavoro. Ma i percorsi di crescita virtuosa debbono essere dissociati dalla formula “a debito” e le riforme in questo campo sono evidentemente complesse in un paese infrastrutturalmente ed organizzativamente arretrato, moralmente e socialmente corrotto e, quindi, latitano. Anzi, sembra proprio che quello che si insinui talvolta tramite media e comunicazione pubblica sia l’umiliazione del lavoro come strumento di aumento della produzione e di realizzazione delle legittime aspettative del lavoro, in particolare giovanile e femminile.

Chi non ricorda aggettivi quali il “choosy” dal Ministro Fornero o le numerose frasi di autorevoli amministratori/politici/giornalisti che affermano che nell’economia e nel diritto di questo paese non c’è “diritto” al lavoro?

Senza scomodare ideologie che la storia ha dimostrato fallimentari nel loro umano concretizzarsi, voglio ricordare che sono passati oltre 120 anni dalla pubblicazione della Rerum novarum e dalla sua affermazione rivoluzionaria che il lavoro non è una merce. Ma noi siamo ancora qui pubblicamente a domandarci se c’è contrasto tra produzione e crescita economica e dignità del e nel lavoro!

 

E da qui vorrei partire per l’obiezione che sento più urgente muovere al tuo scritto.

Con il mestiere che fai sono assolutamente convinto sia più un’obiezione di forma che di merito, ma se vogliamo cambiare questo paese dobbiamo promuove la consapevolezza che la nostra responsabilità civile e sociale non si esplica solo attraverso il voto.

È cosa nostra in ogni momento, ogni giorno, decidere da che parte stare.

Per esempio rispetto alla legalità.

Che non è solo questione, pur rilevantissima, di comportamenti personali rispetto la corruzione, l’evasione quotidiana, il piccolo malaffare.

C’è una società civile che, con il proprio modo differente di fare impresa ed economia sociale, combatte sul territorio, in mezzo alla gente, quella criminalità con la C maiuscola, quella che a dispetto di tante affermazioni contrarie è ramificata ormai ovunque, che non ha limiti e confini neppure continentali. Figuriamoci al volerla relegare a problema regionale!

Basta leggere anche solo uno dei numerosissimi testi dei molti giornalisti e cronisti coraggiosi che da anni ne denunciano la natura affaristica, violenta e corruttiva per capire che oggi le mafie si alimentano con la nostra sufficienza culturale di cinici e disillusi che voltano la testa tanto “tutto cambia perché nulla cambi”.

Compresa la criminalità finanziaria, che oggi gioca un ruolo molto più importante di quanto non appaia, muovendo quasi indisturbata ingenti capitali in questa crisi sistemica che ha proprio nel finanziario la sua prima debolezza.

Per esempio rispetto allo Stato sociale.

Che, fondato sul principio di uguaglianza sostanziale e nel tentativo concreto di accorciare le distanze sociali, ha definito per decenni nel nostro paese un sistema pubblico complesso che si occupa di assistenza sanitaria, istruzione, previdenza sociale, ecc.

È grazie a queste risorse pubbliche che tramite l’indennità di disoccupazione, i sussidi familiari, l’assistenza d’invalidità, l’assistenza di vecchiaia, pur con enormi limiti e in presenza anche di casi vergognosi e scandalosi, negli ultimi anni sono stati quantomeno attenuati gli effetti della disoccupazione e del disagio sociale conseguenza della crisi.

Ma le risorse per questo welfare state le abbiamo ancora?

Definire che il sistema vada protetto così com’è, a prescindere, è operazione miope.

È assolutamente evidente che, al di là delle necessità di affrontare con altro rigore gli innumerevoli atti di mala gestione che affligge per esempio il ricchissimo mercato della sanità, interrogarsi sulla sostenibilità della spesa sociale nel nostro sistema paese è non solo un atto doveroso oggi ma che comporta anche un profondo ripensamento dei ruoli e delle responsabilità sociali.

L’arretramento dei servizi pubblici è cosa a cui noi bellunesi siamo da tempo assuefatti nella sanità, nell’istruzione ma anche nella “riorganizzazione” degli uffici postali, degli uffici pubblici quali quello scolastico territoriale, la banca d’Italia, quelli ove si amministra la giustizia, ecc.

Se sommiamo a questo che anche molti altri servizi sociali essenziali, quali banalmente ad esempio la vendita di alimentari al dettaglio, sono difficilmente sostenibili in alcuni dei nostri territori montani per le “fisiologiche” leggi di mercato, dobbiamo veramente cominciare ad interrogarci su cos’è Stato, responsabilità e sviluppo sociale, quali modelli adottare e quali soggetti “privati” nella sussidiarietà possono assumere un ruolo sociale credibile per supplire a quello che pare un inevitabile e sicuro arretramento statale.

E quindi, inevitabilmente, decidere da che parte stare per esempio rispetto all’innovazione e allo sviluppo economico-sociale.

Quale innovazione ?

Fino ad ora ha prevalso e continua a prevalere un concetto restrittivo di innovazione e, quindi, di sviluppo innovativo.

Di “tipo tecnologico”, oppure limitato a “prodotti e processi manifatturieri” e “servizi alle imprese” se non addirittura a pochi limitati settori, quali quelli dell’Information and Communication Technology (ICT): sistemi informativi, telematica, telefonia per implementare i nuovi metodi di trasmissione dell’informazione necessari alla globalizzazione del mercato, alla mobilità, alla multimedialità e, quindi, all’affermarsi di “nuovi” modelli di business.

Questo concetto ha influenzato e influenza le politiche industriali, come dimostra anche il recente decreto del Ministro per lo Sviluppo sulle start-up.

Da qualche tempo tuttavia sta venendo avanti, in particolare nell’ambito di quell’Unione Europea tanto bistrattata da alcuni soggetti politici italiani, un nuovo modo di intendere l’innovazione riassunto nel concetto di “innovazione sociale”.

Con questo concetto viene definito innovativo ogni nuovo prodotto, servizi compresi, ed ogni nuovo modo di produrre che, indipendentemente dalla sua natura, abbia un impatto positivo sul benessere anche e soprattutto sociale delle persone, così:

– si amplia lo spettro delle attività innovative, includendo anche quelle realizzate in settori come i servizi sociali, culturali, educativi, ecc. fino ad ora esclusi,

– si sposta l’accento dalla sola valutazione economico-produttiva alle conseguenze sociali dei processi innovativi il che significa che se l’innovazione non porta a risultati socialmente rilevanti, perde di interesse.

Si tratta di una evoluzione culturale e normativa importante perché molte innovazioni sociali riguardano sia “nuovi servizi” che il “modo di produrre” i beni e i servizi e quindi riguarda anche le forme imprenditoriali e organizzative.

Ad esempio, secondo questo nuovo modo di concepire l’innovazione, la sperimentazione (tutta italiana) delle cooperative sociali e soprattutto delle cooperative di inserimento lavorativo sarebbe oggi considerata una innovazione sociale.

E non è un caso che, a vent’anni dalla Legge 381/1991 che l’ha disciplinata, l’Unione sostenga economicamente progetti di internazionalizzazione della cooperazione sociale italiana con il fine di trasferire questo nostro know-how in altri paesi europei.

Forse non siamo capaci di fare solo belle scarpe e buon artigianato!

E forse pochi, anche a casa nostra, sono consapevoli della storia e del ruolo che la cooperazione bellunese ha avuto, letteralmente, nel fondare e per prima sperimentare in ambito nazionale ad esempio nel settore agroalimentare e nel credito cooperativo.

Certo quella cooperazione, che io amo definire “della povertà”, perché mossa dal bisogno concreto e materiale, ha lasciato posto nell’ultima parte del secolo scorso ad una cooperazione “della ricchezza”.

Quest’ultima è stata capace sì di individuare i nuovi bisogni concreti e materiali di una società che, tendendo più ad evolversi economicamente, lasciava la debolezza ed il disagio sociale ai margini della strada, ma è anche stata spesso molto meno efficace nell’individuare, quali valori fondamentali della propria responsabilità sociale, l’intercooperazione e l’intergenerazionalità.

A ben vedere, coniugate al loro negativo come prevalere dell’interesse del singolare e come visione di sviluppo economico e sociale-previdenziale a debito senza alcuna considerazione dei futuri diritti di figli e nipoti, queste sono le medesime “colpe” che hanno caratterizzato il governo economico di questo paese negli ultimi trent’anni.

Se, grazie anche ad una visione europea più ampia e di non solo sostegno economico, riusciremo a

– rafforzare l’intergenerazionalità e quindi la non distribuibilità dei patrimoni (soprattutto per le cooperative che fanno servizi alla comunità) coniugandola al principio della porta aperta e quindi al rinnovamento generazionale effettivo delle basi sociali delle cooperative,

– rafforzare l’intercooperazione per offrire la capacità di incrociare i bisogni con la capacità di risolverli

– aggiungendo l’innovativo e rivoluzionario concetto di responsabilità sociale agli strumenti di organizzazione in rete dei diversi modelli di attività imprenditoriale,

– usando il metro della sostenibilità, dello sviluppo, del bilancio sociale in una prospettiva intergenerazionalmente lunga di preservazione e valorizzazione delle risorse e dei patrimoni indivisibili che a tutti noi appartengono,

credo sarà possibile iniziare a costruire nei nostri territori coesione sociale, che è ben più di rendere sostenibile la scelta di continuare ad abitare i nostri territori.

 

Quale sviluppo, quale crescita ?

Per capire la direzione che deve prendere d’ora in poi lo sviluppo occorre partire dalla natura della crisi.

Non è congiunturale, e non solo per la durata lunga.

È la crisi di un modello di organizzazione dell’economia: quello dell’economia sociale di mercato basato soprattutto su due attori e sulle due sole modalità di coordinamento dell’attività economica emerse mano a mano che uno dei due attori è prevalso sull’altro: lo Stato e il Mercato.

Il Mercato inteso nella sua ordinaria accezione come insieme delle sole imprese pro-profit, a scopo di lucro.

Una crisi che è iniziata già negli anni ’70 e che si è cercato di risolvere all’interno del modello, prima aumentando il ruolo dello Stato negli anni ’70 e ’80, con l’indebitamento pubblico e l’aumento della pressione fiscale, poi negli ultimi vent’anni spostando il peso verso il mercato con le liberalizzazioni e le privatizzazioni, senza peraltro riuscire a rilanciare in modo stabile i tassi di crescita, a fermare la crescita della spesa pubblica dello Stato, a chiudere il gap tra bisogni e offerta di beni e servizi.

La soddisfazione degli utenti e dei cittadini, poi, non è affatto aumentata.

Gli ultimi cinque anni hanno anzi visto un costante e sostanziale aumento delle disuguaglianze, un inesorabile scivolamento verso il basso di quella borghesia benestante che, al di là della definizione classista, era prima enorme parte della comunque ricca società italiana. Quell’enorme “pancia” del corpo Italia non c’è più, indebolita, impaurita, aggredita fino alla disperazione, fino al suicidio.

Le cause? Il percepire la vacuità dei contenuti morali che sorreggevano le relazioni sociali ed economiche, la mancanza di solidarietà e di mutuo supporto nel mondo di un lavoro, divenuto per molti l’unica dimensione sociale, dove, nonostante siano venuti meno i supporti finanziari di uno sviluppo gonfiato, continua brutalmente a prevalere la regola del prezzo più basso, il chiamarsi fuori, lo sfruttare cinicamente ogni singola occasione per far profitto.

Un crescita che si è rivelata improvvisamente socialmente fragilissima. E tutto ciò è andato ad aggiungere ulteriore spessore all’incapacità messa in campo da chi avrebbe dovuto assumersi il ruolo di guida nel governare e regolare un’economia che negli ultimi vent’anni si è globalizzata, passando dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario.

È per me paradossale che l’ultimo anno di Governo Monti, che ha di fatto raggiunto i più alti livelli di tassazione della recente storia del paese, non abbia prodotto in quella grande “pancia” di borghesia economicamente decaduta una sostanza di rivolta pubblica ma, al contrario, il suo silenzioso supporto nella speranza che nell’affrontare la crisi venisse conseguentemente rilanciare la crescita, sostenuti i consumi, recuperato progressivamente quello stato di benessere diffuso, sostanzialmente uguale, quel senso di sicurezza e fiducia perduta.

Ma, prima di tutto, è possibile una prospettiva di crescita?

Data la natura della crisi per ritornare su un sentiero di crescita è necessario ripensare il modello di sviluppo:

– non rispostando di nuovo il pendolo da Mercato a Stato,

– ma aggiungendo nuovi attori in grado di gestire alcune attività (non tutte) meglio di Stato e Mercato, facendo leva sui cambiamenti degli atteggiamenti individuali e collettivi.

In questa direzione vanno le proposte oggi sul tappeto:

– prima delle altre non posso che segnalarti la sussidiarietà, primo perché fa parte della nostra cultura ed è sancita dall’art.118 della nostra Costituzione, secondo perché con difficoltà la sto “predicando” da tempo,

– la responsabilità sociale d’impresa (il Creating Shared Value ed il Corporate Social Responsibility) che, schematizzando fortemente, implica nuove strategie di marketing attento allo sviluppo sia economico sia sociale,

– la Big society di Cameron e del manifesto elettorale prima dei Conservatori, quindi anche dei Liberaldemocratici inglesi, con la promozione di comunità locali che assumono responsabilità dirette nel governo della loro vita.

Certo, qualunque strada si percorra, mi rendo conto da me che è un lungo percorso.

Per quello che io vedo, prima viene il confronto e la nascita dei soggetti privati non profit attorno all’individuazione dei bisogni, poi viene la costruzione dell’offerta per rispondere a quei bisogni che deve essere, di fatto, autonoma sia sotto il profilo organizzativo sia, possibilmente, sotto il profilo finanziario (con il welfare-state di cui si è già detto è chiaro che l’epoca dell’assistenzialismo è archiviata). Poi, solo poi, viene l’autorevolezza senza la quale non può esserci il riconoscimento del ruolo pubblico nello svolgimento di attività di interesse generale.

In questa evoluzione si è già inserita nel passato il mondo della cooperazione ed ora, ne sono convinto, si aprono spazi nuovi.

Chi pensa oggi che la cooperazione sia un modello valido solo per poche situazioni circoscritte, magari segnate dal sottosviluppo, è smentito dai fatti.

La cooperazione oggi soffre di marginalità, la percezione che ne hanno decisori politici e mezzi di informazione di massa non corrisponde né al suo peso reale né alla funzione che effettivamente svolge nella società. Pur essendo la più grande organizzazione planetaria, contando centinaia di milioni di soci e servendo una quota consistente di popolazione mondiale, che ogni giorno viene nutrita, trasportata, curata, finanziata, assistita grazie al lavoro delle cooperative, questa forma di impresa, nel comune sentire, è solo uno stadio iniziale sulla strada verso lo sviluppo di strutture più evolute dove la “maturità” coinciderebbe con il superamento della mutualità e l’abbandono degli uguali diritti di tutti i soci a favore di una proprietà determinata dal solo capitale investito.

In realtà chi mette l’impresa investor-owned al culmine della scala evolutiva dimentica però un dettaglio, non trascurabile. L’interesse principale di un investitore è comunque, sempre e prima di tutto, l’aumento costante del rendimento del suo investimento, anche a scapito della missione d’impresa.

La massimizzazione del profitto è lo scopo ultimo, ma questo scopo cambia sostanzialmente la natura dell’impresa stessa che si tramuta in pura tecnica per l’accumulazione delle risorse, indipendentemente dalla loro utilità. Lo strumento diventa così il fine.

Di più: la logica della massimizzazione del profitto comporta il progressivo divorzio tra investitori e impresa. Lo strumento si rivolge contro la sua finalità originale. Selezionando le attività in funzione dei migliori rendimenti, l’investitore finisce per scoprire che il modo migliore per fare denaro è investire nel denaro stesso.

Senza i fastidi e le difficoltà connesse alla produzione di beni reali o servizi!

Così è avvenuta la mutazione del capitalismo industriale in capitalismo finanziario che ha costruito il contesto in cui si è sviluppato l’attuale fallimentare scenario socio-economico mondiale.

Le trasformazioni introdotte dalle nuove tecnologie e dalla globalizzazione hanno incrementato progressivamente la quota di reddito che remunera il capitale, a scapito degli altri fattori di produzione (e in primo luogo del lavoro).

L’economia cooperativa non è compatibile con un sistema che persegue il profitto come suo unico obiettivo e l’impresa nella concezione cooperativa non può mai diventare un bene di consumo, una commodity che viene prodotta e scambiata solo in funzione della realizzazione di un profitto.

Nel capitalismo finanziario questa è invece la regola.

Due visioni economiche qui si oppongono: in quella finanziaria conta solo la crescita del capitale, secondo quella cooperativa conta invece la ricerca di un equilibrio tra più dimensioni, incluse quelle sociali e ambientali.

Per questo motivo un approccio all’economia che voglia rispondere ai problemi che ci troveremo ad affrontare nei prossimi anni non può fare a meno del cooperativismo.

Il prossimo futuro sarà un tempo di grandi cambiamenti. Le previsioni parlano di un aumento della popolazione mondiale di altri due miliardi di persone, che si concentreranno soprattutto nei centri urbani. A questa crescita demografica corrisponderà un aumento del PIL che dipenderà prevalentemente dal processo di allineamento dei paesi emergenti rispetto ai paesi più ricchi.

Se questo processo dovesse avvenire alle condizioni attuali andremmo incontro a problematiche la cui soluzione oggi fatichiamo ad immaginare. Da un lato la crescita della ricchezza porrà problemi di inclusione sociale e di redistribuzione. Dall’altro l’aumento della popolazione e dei consumi solleverà invece problemi di scarsità delle risorse naturali. Questa tensione tra esigenze di redistribuzione e vincoli imposti dalla scarsità imporrà di pensare a nuovi modi per soddisfare diritti essenziali come quello al cibo, al lavoro, alla salute, alla sicurezza personale.

E dovranno essere soluzioni valide a livello globale.

Lo scenario che si prepara davanti a noi pone quindi un drammatico problema di sostenibilità, che non lascia molte alternative: o si arresta lo sviluppo (una soluzione che, a meno di cataclismi, è impensabile) o si cambia modello di crescita.

E’ sempre più evidente che l’attuale modello non può funzionare.

La logica del capitalismo finanziario crea disordine e genera tensioni, in quanto travolge ogni regola e ogni potere diverso dal suo.

La crisi scoppiata nel 2008 ha mostrato come questo stato di cose non sia più sostenibile.

Il punto di svolta cooperativo

Siamo così giunti ad un punto di svolta, un ciclo è giunto al termine e dobbiamo ripartire dalla definizione di un nuovo modello di sviluppo, adatto a gestire la complessità che ci attende nei prossimi venti-trenta anni.

Il nuovo modello sarà il risultato dell’azione di una moltitudine di soggetti, sperimentazioni, innovazioni. Il futuro che ci aspetta sarà una costruzione in cui non ci sarà un solo potere in grado di dettare il proprio ordine.

In questa prospettiva sono convinto dell’importanza del contributo anche politico che la cooperazione è chiamata ad assumere, perché fin dalle sue origini, la cooperazione ha espresso un’idea di organizzazione della società, di cui l’approccio all’economia è solo una conseguenza.

Il cooperativismo contiene in sé molto di più della regolazione dei rapporti economici.

Il pensiero cooperativo nasce da una visione di lungo periodo, che poggia su una base di valori condivisi e considera fondamentale la finalità sociale.

Per questo motivo ed anche perché è fondamentale che le comunità locali partecipino attivamente alla creazione e gestione di beni e servizi di interesse generale, il cooperativismo può essere un agente di cambiamento importante.

Numerose esperienze già oggi mostrano come molti settori si prestino bene a modelli di gestione sociale.

In Gran Bretagna sono nate centinaia di cooperative per la gestione di scuole, a seguito della privatizzazione voluta dal governo Cameron.

In Germania l’impetuoso sviluppo dell’energia fotovoltaica ha dato vita a più di 500 cooperative nate dall’unione di microproduttori familiari.

L’Olanda ha esperienze d’avanguardia nell’area dell’housing sociale.

Ed altre iniziative nascono di continuo, specie nel nordamerica, in settori nuovi come l’urbanfarming, il car sharing, il co-working, intrecciando valori sociali e ambientali.

In tutti questi casi sono state sviluppate competenze specifiche, facendo leva su risorse locali e sociali.

Il modello cooperativo ha dimostrato una straordinaria flessibilità facendosi carico di temi che appartengono al nuovo contesto urbano e sviluppando nuove forme di mutualità.

Nel nostro paese e, in particolare, nel nostro difficile territorio montano i temi centrali della futura sostenibilità si chiamano welfare, consumo, energia, credito e cultura.

Le esperienze cooperative esistenti dentro e fuori i nostri confini territoriali testimoniano che è già possibile mettere in campo un sostanziale cambiamento di scenario in questi settori, con ampi margini per lo sviluppo con modalità condivise tra imprese for profit, istituzioni pubbliche e soggetti sociali.

Non possiamo ignorare però che il cambiamento in atto non è superficiale, ma riguarda il paradigma stesso del nostro sviluppo.

Abbiamo bisogno di guardare alla realtà in tutta la sua complessità prospettica, perché l’approccio monodimensionale dell’economia governata solo dal profitto ha dimostrato di aggravare i problemi anziché risolverli.

Restare dalla parte della realtà e comprenderne i bisogni profondi: ecco il passato ed il futuro dell’economia cooperativa.

In conclusione, ti chiedo perdono per la lunghezza di questa mia, ma ora forse puoi meglio apprezzare come senta a livello personale la responsabilità di far emergere tutta la complessità e le potenzialità di questo nostro momento storico e come il rimbrotto iniziale (che è il moto che ha generato questa caterva di parole) poco abbia a che fare con il berlusconiano timore dei “giornalisti che diffondo pessimismo nel paese”.

Un cordiale saluto.

Belluno, 26 dicembre 2012

Marco Rossato, cooperatore

 

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