Torna nella ‘sua’ Cortina il giornalista, scrittore Paolo Guzzanti, deputato del Pdl, poi Gruppo Misto, poi Noi Sud, poi ancora Gruppo Misto, poi Popolo e Territorio, ancora Gruppo Misto, e Iniziativa Liberale. Guzzanti parlerà dei giornali, dove ha lavorato e dell’Italia passata dalla “mignottocrazia” al rigore di Monti. Tra le righe, le occasioni perdute dal liberalismo italiano e il futuro della località ampezzana, tra montagna e cultura internazionale.
Di seguito l’intervista a Paolo Guzzanti pubblicata dal’Ufficio Comunicazione e Turismo Cortina
Ci ha passato l’adolescenza nell’ampezzano Paolo Guzzanti e ricorda ancora “quel bellissimo treno bianco e azzurro che portava da Cortina e Dobbiaco”. Ora, che ci ritorna dopo quarant’anni, lo fa per raccontare la sua storia di giornalista – che diventerà un libro in prossima uscita – e l’Italia che ha visto cambiare. E sarà proprio il cambiamento il perno del suo intervento lunedì prossimo al Grand Hotel Savoia.
Il cambiamento dell’Italia, dalla mignottocrazia al rigore di Monti, ma anche il suo personale, passato da Repubblica ai vari giornali sui quali ha scritto e quello della stessa Cortina che puntare sul binomio “montagna e cultura internazionale”.
Uscire dal provincialismo del cinema-panettone e aprirsi “a musica, arte, libri e cultura di cui si parli anche all’estero” dice “è, prima di tutto, una scelta politica”.
E politico è anche il cambiamento cui va incontro il nostro Paese. Cos’è cambiato da quando ha pubblicato “Mignottocrazia”?
“E’ successo tanto. Si parla di rigore e di dove andremo a finire dopo le prossime elezioni. Io rimango un sostenitore del governo Monti: credo che sia la medicina amara per le cose che dovevamo fare prima, sia con Berlusconi che con Prodi. Molto tempo è stato perso. Berlusconi, in particolare, non ha neppure tentato di fare quella grande riforma liberale che ci aveva promesso”.
E ora si ricandida
“Smentendo se stesso dopo aver assicurato – anche a me personalmente – che ‘mai e poi mai si sarebbe ripresentato come premier’. E’ una scelta che non va, ovviamente, ma, al di là del lato estetico, rimane il dato politico di un centro destra che non ha un leader e non è riuscito ad esprimerne uno”.
Con Berlusconi ci sarebbe di nuovo troppo palcoscenico, troppo eccesso?
“Sarebbe il meno. Quello che non va è la commistione tossica tra vita privata e manifestazione pubblica che ha fornito a giornali come Repubblica un arsenale pressoché inesauribile”.
Forse è un pò tutto il Paese che sta cambiando: più sobrio, più attento, anche più preoccupato. Persino Cortina d’Ampezzo – dove parlerà della sua biografia prossimamente edita da Aliberti – sta dicendo: “Più montagna e meno mondanità”.
“Si, ma bisogna stare attenti a non esagerare nell’altro senso. Cortina è una montagna bellissima, ma è anche storicamente un palcoscenico internazionale. Anche questa è una sua ricchezza. E non c’è motivo perché montagna, cultura, notorietà non convivano. Per svecchiarsi, per evitare la trappola del provincialismo, è la qualità degli incontri, delle persone, della notorietà stessa ad essere determinante. La strada per una città elegante con una storia culturale stupenda come quella di Cortina è puntare sulla cultura di livello internazionale. E, più che di soldi, c’è bisogno di volontà e spessore politico”.
Fare cultura ripaga?
“Fare cultura, adesso, è un atto eroico. Ma è la strada da seguire. Faccio un esempio: il Festival della Letteratura di Mantova: vent’anni fa non c’era nulla. Ora, l’ho sentito nominare in un telefilm americano ed è divenuto un appuntamento assolutamente imprescindibile a livello mondiale. Sono stati bravissimi, ed è l’esempio di un percorso che fa stare alla pari delle altre città europee: moltiplicare gli incontri culturali, di libri, di cinema, di pittura; creare quanti più possibili eventi di caratura internazionale. Vale per Cortina e per molte altre località in Italia”.
Un po’ di rossore nel confronto con l’estero?
“L’unica cosa che invidio molto dei Paesi protestanti è il fatto che hanno risolto problemi fondamentali nel campo della convivenza civile e della correttezza politica. Non penso che li raggiungeremo mai in questo”.
Ma chi è Paolo Guzzanti: un conservatore, un uomo di destra?
“Mi piace moltissimo la definizione attribuita a Longanesi che si definì “un conservatore in Paese in cui non c’è nulla da conservare”. Ecco, in Italia, dal punto di vista politico-istituzionale ma non solo, c’è molto poco da salvare. Ma io, in realtà, non sono un conservatore e tanto meno un uomo di destra. Sono un liberale che spera in un partito riformista liberale al posto del centro destra senza guida che ci ritroviamo”.
