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La società e l’economia bellunese nei primi decenni del Novecento nel libro di Giovanni Larese e Monica Sandi

«La storia vive di accrescimenti progressivi e di continui aggiustamenti, alimentati dalla curiosità. Ma con il rigore critico, l’onestà e il rispetto delle idee come raccomandava Bobbio». Lo ha detto oggi pomeriggio nella sala Luciani della camera di Commercio, lo storico bellunese Ferruccio Vendramini durante la presentazione del libro “La società e l’economia bellunese nei primi decenni del Novecento” di Giovanni Larese e Monica Sandi.

Vendramini, Doglioni, Larese

Ad introdurre i lavori il presidente della Camera di Commercio Paolo Doglioni, che ha sottolineato l’importanza del libro realizzato dallo studio di una quindicina di faldoni d’archivio. «Io credo – ha detto Doglioni, giunto alla fine del suo mandato quinquennale – che la memoria dell’uomo non vada oltre gli ottant’anni. E dunque è indispensabile raccogliere in uno scritto i fatti accaduti».

Il volume, edito dalla Camera di Commercio, raccoglie documenti d’archivio, rapporti e statistiche camerali di come eravamo, fino ai primi decenni del 1900. «Scorrendo le pagine – ha detto il presidente Doglioni – si percepisce una grande volontà di fare. Andate a vedere quanti alberghi c’erano in provincia. Ed io credo che questi scritti possano servire in qualche modo a dare un suggerimento per risolvere i problemi della crisi di oggi. Dalla quale si esce con i soldi, ma quelli sappiamo che non ci sono, oppure con la fantasia, l’iniziativa, il lavoro».

Ferruccio Vendramini ha illustrato il lavoro degli autori sotto il profilo storico. «Larese e Sandi hanno indagato attraverso i documenti del ‘900, la I^ Guerra mondiale, la crisi del 1929 che colpì pesantemente anche la provincia di Belluno provocando l’abbandono delle campagne. Nel 1942, nel ventennale dell’era fascista, le autorità locali nelle loro relazioni lamentavano lo spopolamento. Oltre a sottolineare la forte marginalità del territorio, eccezion fatta per il turismo».

«Sul Ventennio fascista – ha detto Ferruccio Vendramini – non vi sono studi tali da poter dare un giudizio storico definitivo. Mussolini produsse un’enormità di iniziative che riuscivano ad avvicinare i giovani. Al punto da dare preoccupazione anche alla Chiesa. La libertà del singolo era sacrificata per la nazione». Vendramini ha voluto separare quello che fu il regime totalitario dalle capacità dei funzionari, che in molti casi si adoperarono in modo esemplare per il funzionamento delle strutture. A questo proposito cita due esempi. «Pierina Boranga, responsabile dei fasci femminili, quindi da una parte l’inquadramento politico-militare dei giovani e dall’altra una pedagogia innovativa portata nelle scuole Gabelli; ispiratrice, tra l’altro del libro “Diario di una scuola di campagna” di Giovanni D’Alberto». Cita anche Virginio Doglioni, presidente dei mutilati ed invalidi di guerra, che si prodigò nell’organizzare eventi e iniziative per il tempo libero. Oltre che suo “maestro” al quale deve le sue prime esperienze di storico.

A concludere la presentazione, l’intervento dell’autore Giovanni Larese, che ha illustrato i dettagli del lavoro, “interamente realizzato dai documenti dell’archivio della Camera di Commercio di Belluno”. Larese si è soffermato sulla genialità di due industriali bellunesi, Osvaldo Protti, che nel 1936, in piena autarchia, immette nel mercato la “faesite” il nuovo materiale ricavato dal legno di abete con il quale nello stabilimento di Faè di Longarone si producevano i pannelli. E Domenico Bristot, fondatore della torrefazione di caffè a Belluno nel 1919 e poi creatore del surrogato “O che bon”, insignito di medaglia d’oro all’esposizione del lavoro.

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