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Sabato 16 giugno, dalle ore 18.00, alle ore 20.00, dolomiti contemporanee presenta “questa sosta non è un orto”, performance di Mario Tomè, a cura di Gianluca D’Incà Levis

L’artista realizzerà una performance installativa che riflette su alcuni temi propri dell’arrampicata e del rapporto tra l’uomo e la montagna, sospendendosi alla piramide sommitale del Cubo, di un volume/bivacco dall’interno del quale compirà una serie di azioni.

L’installazione realizzata nell’ambito della performance rimarrà in opera e visibile fino al 1 luglio, con i seguenti orari: dal martedì al giovedì: 15.00-19.00; da venerdì a domenica: 10.00-12.00 e 15.00-19.00

Mario Tomè, “questa sosta non è un orto” performance a cura di Gianluca D’incà Levis

16 giugno 2012, ore 18.00, Palazzo Crepadona, Belluno

Attraverso un’azione di sospensione e sollevamento, l’artista propone la propria riflessione su temi legati alla montagna, all’arrampicata, alla condizione naturale/artificiale che investe l’uomo durante la progressione della salita. La sua montagna capovolta è costituita stavolta dalla piramide rovesciata che campeggia al centro dello spazio del Cubo (12 metri lungo largo alto), al cui vertice superiore (reverso inferiore) egli è collegato ed assicurato con tecnica di rocciatore.

La montagna è girata. Tomè compie la propria ascensione da sotto, ma la cima non si erge, e già lo guarda dall’alto. La montagna, bianca, è dentro, costretta tra le nere pareti del Cubo, apicchi perpendicolari.

Nell’arrampicata la salita non è sempre lirica, o libera.

Ma quale free-climbing.

Alcuni, assorti o superstiziosi, vogliono ritenere, o sostenere, che salire equivalga ad un atto di libertà. Ma la liberazione dalla costrizione è sempre parziale, la liberazione dalla gravità un’illusione letteraria (letteratura a basso costo).

L’uomo che sale non è libero che a tratti, come l’uomo nel mondo.

La progressione verticale è un processo, fisico e mentale, che prevede un’alternanza di situazioni, stati naturali e artificiali, movimenti e soste, slanci e procedure tecnico/meccaniche di assicurazione.

I passaggi liberi e armonici si alternano alle lunghe fasi di immobilità e attesa e di costruzione della sicurezza, l’illusione della leggerezza al peso della fatica.

La progressione, tranne in alcune fasi di trance, procede per stalli, anche all’interno della fluidità d’azione.

L’atomo della successione è scisso, fermo: è collegato al successivo grazie ad un connettore.

Per procedere, bisogna fermarsi. Andare è dunque anche stare. Bisogna saper stare, per poter andare.

E’ necessario saper realizzare un sistema di collegamento e connessione. L'”ottimo punto di ancoraggio” è anche un sicuro punto di osservazione sullo spazio attorno.

A partire dal 2009 (Skyhook, Semplicemente Contemporaneo, Padova; Suspensions, 2010, GumStudio, Carrara), Mario Tomè ha sviluppato una riflessione sui temi dell’arrampicata, del rapporto dell’uomo con l’ambiente della montagna, concentrandosi in particolare su alcune pratiche, alpinistiche ed estetiche. La performance “questa sosta non è un orto” insiste su un elemento nuovo, intervenuto nell’esperienza di lavoro e di vita dell’artista. Nell’ultimo anno, Tomè ha lavorato come rocciatore per una ditta che esegue lavori temporanei in quota con l’impiego di sistemi di accesso e posizionamento mediante funi. Questo tipo di attività viene generalmente svolta in montagna, e consiste nella messa in sicurezza e nel consolidamento di pendii e versanti rocciosi. In questo genere di attività, il lavoratore è “esposto costantemente a rischi particolarmente elevati” (rischio di caduta dall’alto), che vengono controllati attraverso l’impiego di sistemi di ancoraggio, attrezzature, dispositivi meccanici e corde, la cui perfetta conoscenza risulta indispensabile.

Questa conoscenza tecnica particolare, è uguale o simile, per molti aspetti, a quella impiegata abitualmente nell’alpinismo. I sistemi di assicurazione, trasferimento, sospensione, sono più elaborati, dato il carattere complesso e delicato delle manovre da eseguire.

L’apprendimento e la metabolizzazione di questa tecnica, e la necessità di un’attenzione costante, hanno modificato l’atteggiamento di Tomè, che ha inserito questa nuova pratica d’attenzione, a la conoscenza acquisita, nel proprio lavoro artistico legato alla montagna e al concetto di salire. Il suo sguardo diviene più circospetto, la sosta conta quanto la cima, senza la sosta non vi è alcuna cima.

Una componente, necessaria, di artificialità, è intervenuta nel ragionamento. La progressione è una complessità, che si sviluppa per cesure, soste, procedimenti.

L’arrampicata, nella realtà, non è quasi mai libera, ma condizionata da diversi fattori di vincolo.

La sosta in sicurezza è uno degli elementi imprescindibili. La sosta è necessaria al movimento, sua parte integrante. Se non si sa attrezzare adeguatamente una sosta, non si è in grado di salire: meglio rimanere nell’orto condominiale.

 

 

 

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