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Diario da Dongguan di Manuela De Lorenzo. “Una popolazione tecnologicamente avanzata di esecutori. Dove non devi chiedere il perché, è così e basta”

«Se ti ammali a Dongguan hai due possibilità: farti portare ad Hong Kong che si trova ad una settantina di chilometri, o rientrare in Italia. A meno che tu non voglia sperimentare le cure mediche a base di decotti di lucertole essiccate, o una delle 1300 ricette a base di funghi, da loro considerati di grande potere terapeutico. Perché secondo la medicina cinese, ogni malattia è riconducibile al cuore, inteso come psiche». A parlare è Manuela De Lorenzo, bellunese, che ha passato per motivi di lavoro cinque anni della sua vita in quella che è definita una delle quattro tigri del Guangdong, la regione meridionale della Cina che si affaccia sul Mar cinese meridionale, confinante col fiume Perla (o Fiume delle Perle) e con le città di Guangzhou, Shenzhen e Huizhou. Una metropoli industriale di 10 milioni di abitanti (censimento 2006), ma il dato reale verosimile potrebbe essere di almeno 12 milioni.

«Dongguan è stata una delle prime città cinesi ad aprire agli insediamenti stranieri. Vi sono aziende giapponesi, sudamericane ed europee, la Luxottica ha due stabilimenti con seimila dipendenti. C’è molto inquinamento, e scarsa sensibilità al problema. Come avviene generalmente nella prima fase di industrializzazione. I corsi d’acqua densi di liquami neri vengono utilizzati per l’irrigazione delle campagne. La popolazione è costituita per lo più da giovani dai 18 ai 25 anni – racconta Manuela – che lavorano con stipendi che mediamente sono di 200 euro mensili in aziende con pavimenti in terra battuta, ma non rinunciano al telefonino. Se va bene hanno dormitori maschili e femminili, come collegi, oppure lavorano e dormono negli stessi locali, con 40° senza aria condizionata, una situazione che rappresenta la normalità. Solo quando fanno carriera e occupano posizioni gerarchicamente rilevanti hanno diritto alla loro camera. Vivono con un po’ di riso, in un piatto unico con pesce o carne e verdura. La maggior parte del loro stipendio viene inviato ai parenti, che generalmente hanno sostenuto le spese per i loro studi.

Quando fa caldo gli uomini hanno l’abitudine di arrotolare la maglietta sopra l’ombelico. Ma se chiedi loro perché lo fanno, ti rispondono che non c’è un perché. E’ così e basta. Solo gli occidentali vogliono sapere il perché di ogni cosa!

C’è un controllo rigido dello stato sulla popolazione. Che per spostarsi da una provincia all’altra ha bisogno di permessi. Per uscire dalla Cina devono servirsi di agenzie riconosciute dallo stato. Non possono ricevere canali televisivi con antenne paraboliche. Superata la difficoltà della lingua, l’integrazione con la popolazione cinese per un occidentale è possibile. Ma diciamo che mediamente si avverte un notevole divario culturale. Pur essendo tecnologicamente avanzati, i cinesi rimangono dei fedeli esecutori, probabilmente per una scelta politica, che ritiene conveniente mantenere la popolazione nell’ignoranza.

In cambio lo stato garantisce sicurezza, a Dongguan non ci sono reati di sangue, si ha la sensazione di potersi muovere liberamente in sicurezza, vi sono tutt’al più degli scippi e bancomat clonate come in tutte le metropoli.

Quando si sposa la donna cinese veste un abito bianco, come il nostro, con rito civile in comune, dopodiché indossano il loro qipao, l’abito rosso tradizionale. Per partorire la donna ritorna nella casa materna e dopo la nascita del figlio generalmente rimane un altro mese a letto. Pur essendo una società maschilista, nella vita familiare l’uomo collabora e partecipa alla crescita dei figli. Le giovani coppie che lavorano lasciano i bambini ai nonni e li rivedono una volta l’anno nel capodanno cinese, a fine gennaio, alla prima luna nuova del nuovo anno.

E’ una società molto competitiva, dove ogni giorno si combatte una lotta per la sopravvivenza. Il denaro ha un ruolo prevalente, e tutto il resto passa in secondo piano. Non c’è spazio per forme di solidarietà. I mendicanti sono considerati una vergogna da perseguitare. E tuttavia, posso dire che nei miei cinque anni che sono rimasta a Dongguan, non mi sono mai sentita in pericolo».

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