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lunedì, Aprile 12, 2021
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E adesso Prade se la prende con i bellunesi che negli anni ’50 sono emigrati all’estero perché “non sapevano fare impresa”

Peccato che, quelli che son rimasti, abbiano tutti una certa età e probabilmente problemi più seri cui pensare, altrimenti sarebbe interessante conoscere la loro opinione sull’uscita sconcertante del sindaco uscente Antonio Prade lunedì sera all’incontro promosso dalla Cgil con cinque dei candidati sindaco.

«Non siamo capaci di fare turismo. Negli anni ’50 abbiamo dovuto emigrare all’estero perché non sapevamo fare impresa». Incredibile? Eppure l’ha detto. E’ la ricostruzione storica di Prade sulle cause che determinarono la grande emigrazione dell’immediato dopoguerra nella nostra provincia. Glielo vada a dire ai nostri minatori ritornati dal Belgio, quelli che non ci hanno lasciato la pelle, che non sapevano fare impresa. Quando c’era un trattato preciso tra i due stati, mano d’opera in cambio di valuta pregiata che rientrava e risollevava le casse dell’Italia per la ricostruzione.

A condurre la serata con i cinque candidati sindaco, Ludovico Bellini e Renato Bressan, rispettivamente segretario generale della Camera del lavoro di Belluno e segretario generale Spi Cgil Belluno. Oltre duecento le persone presenti, per ascoltare le posizioni dei candidati sui due temi proposti: la riforma del lavoro e welfare locale. In platea c’erano anche le rappresentanze dei lavoratori dell’Invensys di Belluno mobilitate per la difesa del posto di lavoro. Claudia Bettiol ha sottolineato come oggi l’esigenza di riformare l’art.18 dello Statuto dei lavoratori non sia il nodo fondamentale (in 15 anni, solo 3 cause di lavoro in provincia), «il problema è assumere, non licenziare – ha detto – e per farlo occorre creare occasioni. Ma la flessibilità senza garanzie significa precarietà». Ida Bortoluzzi si è dichiarata favorevole ad una riforma, «del resto, l’art.18 ha 42 anni. Ciò che frena è la burocrazia e la mancanza di risposta delle banche. Compito del sindaco è quello di innovare, facilitare, uscire dalla logica delle competenze». Sulla stessa linea Leonardo Colle «il sindaco del futuro è un borgomastro, una cinghia di trasmissione tra la gente e il sistema politico che oggi non risponde più». Jacopo Massaro ha precisato che la flessibilità dev’essere accompagnata da adeguati ammortizzatori sociali, perché «da sola genera solo ulteriore perdita di posti di lavoro». Di taglio diametralmente opposto la risposta di Antonio Prade, che ha difeso tout court l’impresa «non ci può essere riforma senza che il primo criterio con cui ci si avvicina non sia: W l’impresa»! Si è parlato anche di quale sia la vocazione futura della città, del problema dei giovani nel mercato del lavoro, di turismo. E di welfare inteso come sostenibilità. Cosa farà il nuovo sindaco, aumenterà l’addizionale Irpef, come applicherà l’Imu e con quali soldi saranno garantiti i servizi? Interrogativi divenuti un invito a pranzo per Bettiol, Massaro, e Bortoluzzi che hanno osservato come ad oggi non sia disponibile il bilancio di previsione. E dunque, come si può programmare se non si sanno le condizioni economiche del Comune? «I conti del Comune li ha in mano il sindaco uscente – ha detto Claudia Bettiol – e non c’è uno straccio di bilancio di previsione. E’ un fatto grave. C’è un obbligo di trasparenza. Tutti i cittadini devono sapere»! Posizioni per lo più affini sul welfare sono state illustrate dai candidati Bettiol, Massaro, Bortoluzzi e anche dal vicesindaco uscente Colle che, tra l’altro, ha criticato la scelta di sforare il patto di stabilità.

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