Mentre Washington corre verso il confine costituzionale del 29 aprile, il Governo Meloni si riflette nella propria ‘linea nera’: una stratificazione di decreti sicurezza che trasforma la strategia in identità, mettendo a rischio l’autonomia stessa dell’avvocatura
La decisione presidenziale del 28 febbraio e la frattura interna
Nel Medio Oriente si combatte, si negozia e si minaccia nello stesso momento. Le cancellerie europee parlano di “cessate il fuoco possibile”, i media internazionali oscillano tra “escalation” e “spiragli”, mentre Washington corre verso una data che rischia di trasformare la guerra in un caso costituzionale: il 29 aprile.
Una scadenza che non riguarda solo la diplomazia, ma la tenuta stessa dei poteri federali.
Nella stampa italiana prevale l’immagine di un Medio Oriente sull’orlo di un allargamento regionale, con l’Europa relegata al ruolo di spettatrice. I giornali statunitensi insistono invece sul nodo interno: costi della guerra, rischi per i militari USA, e soprattutto il rapporto tra Casa Bianca e Congresso.
La stampa britannica e francese guarda allo Stretto di Hormuz e ai mercati energetici, mentre i media mediorientali parlano apertamente di “guerra scelta” da Washington e Tel Aviv.
Secondo ricostruzioni di stampa e analisi di osservatori statunitensi, la decisione del Presidente di avviare l’operazione militare il 28 febbraio sarebbe maturata in un clima di forte dissenso interno.
Fonti citate da vari media riferiscono che CIA e Dipartimento di Stato avrebbero descritto l’Iran come una minaccia “gestibile” e non imminente per la sicurezza degli Stati Uniti.
La Casa Bianca ha invece scelto la via militare, facendo leva sui poteri del Presidente come Commander in Chief, che consentono di avviare operazioni senza un voto immediato del Congresso.
Il 29 aprile: la linea rossa della Costituzione confine invalicabile anche per il Presidente-Imperatore
La Costituzione USA, letta insieme al War Powers Resolution del 1973, impone un limite chiaro: dopo 60 giorni dall’inizio delle ostilità, il Presidente deve ottenere l’autorizzazione del Congresso oppure cessare le operazioni militari.
Il 29 aprile diventa quindi una linea rossa.
O Washington arriva a un cessate il fuoco, uno straccio di tregua più o meno fragile, oppure la guerra deve essere “presa in carico” dal Congresso.
Se ciò non avvenisse, l’opposizione potrebbe sostenere che la Casa Bianca ha oltrepassato i limiti costituzionali, aprendo la strada a un conflitto istituzionale. L’Articolo II, Sezione 4 della Costituzione prevede l’impeachment per “tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti”.
Se la Casa Bianca superasse il 29 aprile senza autorizzazione del Congresso, alcuni parlamentari potrebbero sostenere che si tratta di un abuso di potere.
Non sarebbe un automatismo, ma la parola “impeachment” tornerebbe nel dibattito politico con una forza nuova.
Il fronte interno americano: soldi, elezioni, nervi tesi
Sul tavolo del Congresso giace un pacchetto di finanziamenti militari che, secondo varie fonti di stampa, sarebbe passato da 515 a 1.555 miliardi di dollari. Una cifra enorme, che molti parlamentari non vogliono intestarsi in piena campagna elettorale.
Un terzo del Senato andrà al voto a novembre: diversi senatori repubblicani temono che un sostegno esplicito alla guerra possa costare loro il seggio. La tensione tra lealtà al Presidente e paura dell’elettorato è palpabile.
Negli Stati Uniti riemerge ciclicamente il tema delle relazioni opache tra politica, finanza e reti di potere legate anche al caso Epstein.
Senza entrare nel terreno delle accuse personali — spesso oggetto di speculazioni non verificabili per tabulas — la percezione di una politica estera influenzata da legami informali alimenta il sospetto che la guerra non sia solo una scelta strategica, ma anche il prodotto di dinamiche difficili da raccontare pubblicamente.
Il quadro si è fatto ancora più evidente dopo la rimozione del Segretario alla Difesa statunitense, avvenuta il 12 marzo 2026, episodio che ha mostrato come anche negli Stati Uniti la politica estera possa diventare un campo minato quando la leadership si irrigidisce.
L’Italia nello specchio: Europa, sicurezza e avvocatura
Mentre Washington si avvita nel suo duello interno tra Casa Bianca, Congresso e apparati, l’Europa resta sullo sfondo come un continente che commenta più di quanto incida.
E l’Italia, che dovrebbe essere tra i motori dell’Unione, si muove come un Paese che ha smarrito la bussola: oscillante tra fedeltà atlantica, prudenza europea e un nazionalismo di governo che non produce strategia ma solo riflessi identitari.
Un paradosso per un socio fondatore che negli ultimi anni sembra essersi lasciato trascinare più dalla fedeltà a Donald Trump che da una visione internazionale coerente e salda.
In questo clima, il Governo Meloni ha varato il nuovo decreto sicurezza 2026, che si innesta sul 2025, che ripete il 2024, che a sua volta deriva — come ha osservato Matteo Renzi — dal “ vitigno autoctono del 2022, il rave party”. Una genealogia normativa che non costruisce una politica della sicurezza: siamo davanti a “ fuffa”, una disciplina priva di struttura.
Il nodo dei 615 euro”: quando la difesa gratuita diventa compenso di Stato
Nel sistema attuale, l’avvocato che assiste un migrante nelle procedure accelerate opera gratuitamente, come previsto dal meccanismo del patrocinio e dalle garanzie minime di difesa. Con l’articolo 30-bis del decreto-legge n. 23/2026, introdotto in Senato, cambia tutto: se il migrante rinuncia alla domanda e accetta il rimpatrio volontario assistito, il legale riceve un compenso pari al contributo economico destinato allo straniero per le prime esigenze, stimato in circa 615 euro.
La norma è fortemente divisiva. Per il Governo si tratta di uno strumento per “snellire le procedure” e ridurre i tempi di permanenza nei centri. Viceversa, per l’avvocatura, il rischio è diverso: l’incentivo economico può trasformare il difensore in un soggetto spinto a orientare la volontà del proprio assistito, alterando il rapporto fiduciario e la libertà professionale.
Il Consiglio Nazionale Forense, coinvolto nella norma senza essere stato consultato, ha chiesto la cancellazione dell’articolo, sottolineando giustamente che:“ La difesa non può essere condizionata da incentivi economici esterni, né può diventare un’attività retribuita in funzione dell’esito.” Il decreto-legge scade domani.
Il precedente storico che inquieta
Alcuni avvocati hanno ricordato che nel 1926, in pieno regime fascista, fu imposto agli iscritti all’albo il giuramento di “fedeltà alla Nazione”, rimasto formalmente in vigore fino al 2012.
Il parallelo non è un’accusa, ma un monito: ogni volta che lo Stato tenta di indirizzare l’attività dell’avvocato, si riapre una ferita che la Repubblica aveva faticosamente chiuso.
La domanda di fondo non è la cifra — 615 euro — ma il principio: può lo Stato remunerare il difensore in base alla scelta del migrante? Per l’avvocatura, la risposta è no: la libertà professionale non è negoziabile. Quella norma del ventennio è rimasta formalmente in vigore fino al 2012, quando è stata abrogata dal decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 96, come modificato dal d.lgs. 150/2011, che ha riscritto l’ordinamento professionale eliminando ogni residuo del giuramento fascista. E se tornato in Patria poiché “convinto” il migrante ri-torna pochi mesi dopo in Italia? Lo Stato (il contribuente) ha sprecato un po’ di soldi.
Due democrazie diverse, USA e Italia, ma unite dalla stessa tentazione: confondere autorità e controllo
In fondo, la distanza tra Washington e Roma non è così grande come sembra. Negli Stati Uniti la guerra apre un conflitto tra poteri dello Stato. In Italia, la sicurezza diventa un terreno dove il Governo stratifica decreti su decreti, mentre l’avvocatura deve ricordare allo Stato che la libertà professionale non è una concessione, ma un pilastro della democrazia.
Da un lato, il 29 aprile americano come data-limite per non oltrepassare i confini costituzionali; dall’altro, un decreto sicurezza che ripete sé stesso anno dopo anno, fino a prevedere incentivi economici per orientare la volontà dei più fragili e il lavoro dei loro difensori.
È un filo rosso che attraversa due democrazie diverse ma esposte alla stessa tentazione: confondere l’autorità con il controllo, la legge con l’obbedienza, la sicurezza con la semplificazione.
E così, mentre gli Stati Uniti licenziano un Segretario alla Difesa il 12 marzo 2026 in piena tempesta istituzionale, l’Italia — guidata dalle destre sovraniste e populiste — finisce per ripiegarsi su sé stessa, come un’onda che torna alla riva da cui era partita, riscoprendo all’improvviso di essere stata un socio fondatore dell’Europa, ma senza comportarsi come tale.
Il risultato è un Paese che parla di sicurezza mentre restringe gli spazi della libertà professionale; che invoca l’Europa mentre agisce come se fosse altrove; che chiede ordine mentre produce norme che ricordano, a tratti, le ombre del passato.
E se perfino gli avvocati — categoria storicamente prudente — alzano la voce contro il rischio di diventare “prestatori d’opera non intellettuale”, significa che la soglia d’allarme è stata superata.
Perché una democrazia non si misura dalla severità dei suoi decreti, ma dalla libertà di chi li interpreta, li applica e li contesta.
20 aprile 2026 Enzo De Biasi
Fonti:
Dal legal aid alla remigration nel d.l. sicurezza | Sistema Penale | SP
